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Negoziati ONU sul clima criticati per visti in ritardo e spazio civico ridotto

Conferenza stampa della presidenza della COP31.
Conferenza stampa della presidenza della COP31. Diritti d'autore  UN Climate Change | Lara Murillo via Flickr.
Diritti d'autore UN Climate Change | Lara Murillo via Flickr.
Di Liam Gilliver
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Attivisti per il clima e giornalisti si trovano di fronte a ostacoli senza precedenti per accedere a una delle più importanti conferenze ambientali dell'anno.

Questa settimana tutti gli occhi sono puntati sulla città tedesca di Bonn, dove delegati da tutto il mondo si riuniscono per una delle più grandi conferenze ambientali dell’anno.

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La 64ª sessione degli Organi sussidiari (SB64) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) è la prima grande tornata negoziale dopo la COP30 a Belém, dove quasi 200 Paesi non sono riusciti a concordare una tabella di marcia per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, nonostante lo slancio crescente.

I colloqui, iniziati l’8 giugno e in programma fino al 18 giugno, si svolgono in un momento di crescenti pressioni per trasformare gli impegni politici in percorsi concreti di attuazione su adattamento, combustibili fossili, sistemi alimentari, uso del suolo, commercio e giusta transizione.

Una delle questioni centrali che incombono sul vertice sarà capire in che modo possano nascere iniziative politiche al di fuori del processo formale delle Nazioni Unite, sulla scia del successo della conferenza di Santa Marta sui combustibili fossili che si è tenuta ad aprile.

Si teme però sempre di più che questi negoziati sul clima stiano diventando via via più esclusivi e difficili da raggiungere, in particolare per chi vive nei Paesi in via di sviluppo, i più colpiti dalla crisi climatica.

Una “finestra vitale” sui negoziati sul clima

«I negoziati sul clima riguardano miliardi di persone in tutto il mondo, ma la maggior parte non può essere in quella stanza», spiega a Euronews Earth Mohamed Adow, fondatore e direttore del think tank climatico Power Shift Africa.

«Le conferenze stampa della società civile sono uno dei principali strumenti che consentono al pubblico di avere un resoconto indipendente di ciò che accade a porte chiuse. Questo tema è particolarmente importante perché molti giornalisti, soprattutto dai Paesi in via di sviluppo, non possono partecipare di persona a causa dei costi, degli ostacoli per i visti o dei bilanci sempre più ridotti delle redazioni.»

Da trent’anni il Climate Action Network (CAN), una rete globale che riunisce oltre 2.500 organizzazioni della società civile in più di 150 Paesi, organizza quotidianamente conferenze stampa durante i negoziati ONU sul clima.

Questi briefing sono il principale canale con cui tali organizzazioni raccontano a giornalisti, osservatori e opinione pubblica cosa accade all’interno dei negoziati.

Quest’anno però, a Bonn, al CAN sono stati concessi solo cinque slot per conferenze stampa per l’intera durata della conferenza. Su LinkedIn, Adow ha definito questa decisione una «deliberata restrizione dello spazio civico».

Dopo che il post di Adow ha avuto ampia risonanza online, le Nazioni Unite hanno assegnato al CAN altri due spazi per conferenze stampa durante il vertice SB64.

«Siamo profondamente preoccupati dalle notizie secondo cui l’accesso della stampa della società civile all’SB64 è stato ridotto in modo significativo», dichiara a Euronews Earth la direttrice esecutiva del Resource Justice Network, la dottoressa Ketakandriana "Ke" Rafitoson.

«I briefing della società civile sono uno dei pochi strumenti che permettono al pubblico di capire cosa sta accadendo all’interno di negoziati altamente tecnici. Limitare quello spazio rischia di indebolire i meccanismi di responsabilità proprio nel momento in cui le Parti dovrebbero ricostruire la fiducia nell’azione climatica multilaterale.»

Se il processo climatico dell’ONU prende sul serio la giusta transizione, sostiene la dottoressa Rafitoson, deve proteggere lo spazio civico che permette alle comunità colpite e ai loro rappresentanti di farsi ascoltare.

Società civile fuori, lobbisti del petrolio e del gas dentro

Nel frattempo, il numero di lobbisti favorevoli al petrolio presenti a questo tipo di eventi è in aumento. Un’analisi del 2025 della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO, «Fuori i grandi inquinatori») ha rilevato che un partecipante su 25 alla COP30 era un lobbista dei combustibili fossili, con un aumento del 12 per cento rispetto ai negoziati del 2024 a Baku, in Azerbaigian.

Secondo KBPO, si tratta della più alta concentrazione di lobbisti dei combustibili fossili a una COP da quando la coalizione ha iniziato a monitorare i partecipanti, nel 2021.

La UNFCCC non ha risposto immediatamente alla richiesta di chiarire quanti lobbisti partecipano ai colloqui di questa settimana a Bonn.

«Quando si riduce l’accesso per la società civile, non sono solo le ONG a rimetterci», avverte Adow.

«Giornalisti, cittadini e comunità di tutto il mondo perdono una finestra fondamentale sui negoziati. Il principio in gioco è se le voci indipendenti della società civile abbiano o meno una piattaforma stabile all’interno del processo climatico dell’ONU.»

Il grande problema dei visti a Bonn

Molti governi sostengono che per essere efficaci i negoziati debbano svolgersi in uno spazio controllato. Ma Baboucarr Nyang di CAN Africa spiega a Euronews Earth che c’è «una profonda differenza tra una stanza tranquilla e una stanza chiusa».

«I negoziati possono essere concentrati e al tempo stesso equi», aggiunge. «Ma quando a vedersi negare i visti, a subire ritardi alle frontiere o a essere esclusi dai costi esorbitanti degli hotel sono sempre e sistematicamente i delegati africani, gli abitanti delle isole del Pacifico e i rappresentanti delle comunità in prima linea, mentre le delegazioni dei Paesi ricchi arrivano senza il minimo ostacolo, non è gestione del processo. È esclusione mascherata da burocrazia.

La giustizia climatica non può essere negoziata senza le persone che ne hanno più bisogno. Ogni visto negato non è solo un problema di burocrazia: è una persona cancellata da una conversazione sulla propria sopravvivenza.
Baboucarr Nyang
CAN Africa

Gli ostacoli legati ai visti per partecipare agli incontri sul clima non sono una novità né un problema esclusivo di Bonn. Già dal 2008 il German Institute of Development and Sustainability (IDOS) denuncia l’esclusione dai negoziati climatici ONU in Europa dei delegati provenienti dai Paesi meno sviluppati a causa dei ritardi nelle procedure burocratiche.

Alla conferenza sul clima di Bonn dello scorso anno, 223 delegati di Africa e Asia hanno avuto difficoltà a ottenere il visto in tempo, o non l’hanno ottenuto affatto. Venticinque richiedenti si sono visti rifiutare completamente il visto, 167 domande non sono state esaminate e 37 hanno subito ritardi.

Per questo motivo Burundi, Camerun, Egitto, Marocco e Ruanda sono rimasti senza alcun rappresentante. E la situazione sta peggiorando: secondo l’IDOS i casi segnalati di delegati alle prese con problemi nella domanda di visto sono saliti a 298.

Gli attivisti per il clima esclusi dai negoziati ONU

Randa Khaled, dell’organizzazione ambientalista egiziana Greenish, è solo una dei molti attivisti per il clima che probabilmente non riusciranno a partecipare ai negoziati perché la loro domanda di visto non è stata esaminata in tempo.

Khaled ha ottenuto l’accreditamento UNFCCC, ha richiesto il visto – pagando 150 euro –, ha preparato il viaggio e presentato la domanda nei tempi previsti, ma la sua partecipazione resta incerta.

Racconta a Euronews Earth di essere «devastata» dai ritardi nell’esame dei visti e aggiunge: «Ciò che rende tutto questo particolarmente frustrante è che le negoziazioni sul clima sottolineano continuamente inclusione, equità e partecipazione.

«Tuttavia, quando i rappresentanti di Paesi come l’Egitto non possono accedere fisicamente agli spazi in cui si prendono le decisioni, quei principi smettono di sembrare universali e cominciano a sembrare condizionati.»

Randa Khaled.
Randa Khaled. Randa Khaled. Supplied to Euronews Earth.

L’impatto economico per Khaled è stato inoltre «significativo»: «Per molte organizzazioni di base e iniziative guidate dai giovani, le risorse sono già limitate. Ogni visto ritardato, ogni appuntamento rinviato, ogni incertezza comporta un costo finanziario reale che le organizzazioni più ricche dei Paesi sviluppati sono spesso in condizioni migliori per assorbire.»

Secondo Khaled, questo problema strutturale contraddice il cuore della governance climatica globale, e dimostra che mobilità e accesso devono essere considerati parte integrante della giustizia climatica.

Euronews Earth ha appreso che a una dipendente di Power Shift Africa che vive in Ghana è stato rifiutato il visto tedesco.

«Immaginate di passare mesi a prepararvi per rappresentare la vostra comunità al più importante incontro sul clima del mondo, per poi essere respinti in ambasciata o non ricevere nemmeno una risposta», afferma Nyang.

«Questa è la realtà per troppi delegati africani. Quando le persone che vivono ogni giorno con inondazioni, siccità e insicurezza alimentare non riescono nemmeno a entrare nella stanza, come si possono definire equi gli esiti dei negoziati?

«La fiducia non nasce da comunicati lucidi e ben confezionati. Nasce quando un agricoltore ugandese, una pescatrice keniota o un pastore del Sahel possono vedere qualcuno che assomiglia a loro, che ha vissuto le loro stesse esperienze, seduto a quel tavolo.»

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