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'Disclosure Day': Spielberg reinventerà l'alieno sul grande schermo?

“Disclosure Day”: Steven Spielberg porterà sullo schermo un alieno audace?
'Giorno della rivelazione': Steven Spielberg porterà sul grande schermo un alieno rivoluzionario? Diritti d'autore  Universal Pictures
Diritti d'autore Universal Pictures
Di David Mouriquand
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I registi hanno plasmato il nostro immaginario sull’ignoto e Steven Spielberg pensa agli alieni da tempo. Crede persino che siano già stati sulla Terra e che vivano ancora tra noi. La sua nuova attesa pellicola “Disclosure Day” metterà in discussione il pubblico?

Il tema della vita extraterrestre non è certo estraneo a Steven Spielberg.

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Il celebre regista lo ha esplorato per tutta la carriera, da Close Encounters Of The Third Kind a E.T., da War Of The Worlds a Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull. Con questi film, Spielberg ha plasmato l’immaginario di generazioni di spettatori, proponendo scenari mozzafiato su come potrebbe essere il primo contatto.

Il suo film più recente, Disclosure Day, si concentra ancora sugli alieni, in particolare su un informatore che corre contro il tempo per svelare un complotto del governo deciso a tenere nascosta l’esistenza degli extraterrestri.

Fox Mulder ne sarebbe fiero.

In vista dell’uscita in sala questa settimana, a Spielberg è stato chiesto da CBS News (fonte in inglese) se creda che gli alieni siano stati sulla Terra.

“Sulla base delle prove indirette raccolte in tutta la mia vita, di tutte le persone che ho ascoltato, di ogni documentario che ho visto e di tutte le testimonianze al Congresso che ho sentito, penso assolutamente che siano stati qui e che siano qui”, ha risposto.

“E chissà, magari sono sempre stati qui.”

Un’idea intrigante. Ma questo solleva una domanda: se sono fra noi, che aspetto avrebbero?

La maggior parte delle persone immaginerebbe subito creature dal aspetto non troppo diverso dal nostro: braccia, gambe, una testa... Probabilmente una testa enorme a forma di pera, sproporzionata e con occhioni sporgenti, ma pur sempre una testa.

Ma perché degli esseri provenienti da un altro pianeta o da un altro universo dovrebbero assomigliarci?

Probabilmente perché è rassicurante proiettare tratti umani riconoscibili su ciò che non comprendiamo. La nostra rappresentazione antropomorfizzata degli alieni è in fondo un meccanismo di difesa che ci conforta. Ed è anche un’immagine alimentata nel tempo da innumerevoli film e serie tv.

Di fatto, gran parte dei nostri riferimenti visivi rimanda all’influenza del cinema, che ha modellato il nostro sguardo sull’ignoto. Dai primi abitanti della Luna di Georges Méliès nel film del 1902 A Trip To The Moon agli invasori dalla grande testa di Mars Attacks! e ai piccoli omini verdi di The X Files, riconosciamo queste creature aliene grazie a un linguaggio visivo condiviso.

A volte però gli spettatori si trovano di fronte a versioni che destabilizzano la nostra idea di vita aliena. Alcuni registi hanno contribuito a far progredire le rappresentazioni degli alieni sullo schermo, cercando di andare oltre le varianti degli stereotipati “grigi” (E.T., Paul), dei visitatori umanoidi dallo spazio profondo (The Day The Earth Stood Still, The Man Who Fell To Earth) e delle bestie antropomorfe pensate per farci correre a comprare i pannoloni per adulti (Independence Day, gli xenomorfi della saga di Alien).

Quest’anno abbiamo già visto Project Hail Mary proporre una rappresentazione degli alieni che, seppur in modo lieve, ribalta le aspettative con Rocky, un extraterrestre antropomorfizzato che sembra un incrocio tra la Cosa dei Fantastici Quattro e un granchio. Spielberg andrà oltre, offrendo una visione capace di sovvertire il modo in cui immaginiamo gli abitanti dello spazio?

Lo scopriremo presto. Nel frattempo, ecco uno sguardo retrospettivo in ordine cronologico ad alcuni film che hanno messo in discussione la nostra percezione di come potrebbe apparire e comportarsi una razza aliena.

'The Blob' (1958): alieni come massa amorfa

The Blob
The Blob Paramount Pictures

Il protagonista intergalattico malvagio del classico anni Cinquanta diretto da Irvin Yeaworth, The Blob, è esattamente ciò che promette il titolo: un grumo gelatinoso che, proprio per la sua natura informe, fa paura ancora oggi.

Questo silenzioso alieno carnivoro precipita sulla Terra all’interno di un meteorite e si attacca agli esseri viventi, che assorbe prima di scivolare verso la vittima successiva. Più mangia, più cresce. I piani per fulminarlo non funzionano e, anche quando i protagonisti riescono a congelare la creatura e a trasportarla con un aereo da carico nell’Artico, il freddo si limita a bloccare il Blob. Non lo uccide. Questa consapevolezza – letta da molti come una metafora della Guerra fredda, con il Blob come incarnazione del comunismo – è accompagnata dalla scritta “The End”, che prima dei titoli di coda si trasforma in un punto interrogativo.

La forma vischiosa dell’alieno dimostra che spesso la soluzione più semplice è la più efficace. Con pochi mezzi a disposizione e diversi limiti tecnici, il reparto effetti speciali della Valley Forge Films dovette ingegnarsi. Il Blob fu realizzato in silicone, al quale venne aggiunto colorante vegetale rosso quando assorbiva le sue vittime. Furono usati anche modellini di set, colate di melma sovrapposte a fotografie e molta tecnica di time-lapse per accelerare i movimenti.

È un’immagine efficace e terrorizzante di una specie sconosciuta, che ti costringe a chiederti continuamente quali siano i limiti della sua forma fisica e delle sue capacità.

Molte altre rappresentazioni di alieni si sono ispirate a questa creatura viscida, compresa la sostanza oleosa nera di The X Files, che nella serie cult si rivela essere la forza vitale extraterrestre. Più tardi, anche i prequel di Alien avrebbero seguito la stessa strada con la melma di Prometheus e Covenant. Quanto a Venom, il simbionte discende direttamente dalla melma parassita di The Blob.

'2001: A Space Odyssey' (1968): alieni come monolite misterioso

2001: A Space Odyssey
2001: A Space Odyssey MGM

Una delle raffigurazioni più sorprendenti e inquietanti di un alieno sullo schermo è il blocco nero enigmatico al centro del classico di fantascienza di Stanley Kubrick, 2001: A Space Odyssey.

È discutibile se il monolite misterioso che appare all’improvviso sia la vera forma degli alieni. Potrebbe essere un biglietto da visita che segnala la loro presenza. Sappiamo però che quella colonna imponente svolge diversi ruoli: è un avvertimento, un maestro che facilita i salti evolutivi e una porta misteriosa che pone più domande di quante ne risolva.

Descritto originariamente come una piramide nel racconto “The Sentinel” di Arthur C. Clarke, questo elemento geometrico è un colpo di genio nell’immaginare il primo contatto con una forma di vita avanzata. In un’intervista, Kubrick rivelò in un’intervista (fonte in inglese) che l’assenza di una presenza aliena tradizionale era fondamentale per lui: “Fin dall’inizio dei lavori sul film abbiamo discusso di come rappresentare fotograficamente una creatura extraterrestre in modo che fosse sconvolgente quanto l’essere stesso”.

Qui si tocca un filone lovecraftiano. Lo scrittore di fantasy credeva infatti che la forma più potente di paura fosse quella dell’ignoto e che la forza dell’immaginazione superasse qualsiasi cosa possa essere rappresentata fisicamente. In sostanza, le nostre piccole menti umane non possono comprendere davvero né rendere giustizia a qualsiasi incarnazione di una vita avanzata, tanto meno abbracciarne il terrore che susciterebbe.

Considerando il suo alieno come una lastra nera, Kubrick faceva eco a questa idea: “Ben presto è diventato evidente che non si può immaginare l’inimmaginabile”. Il monolite rappresenta proprio questo inimmaginabile: un ignoto raggelante, la cui geometria elementare innova scartando deliberatamente le rappresentazioni più stravaganti e sgargianti dei visitatori da altri mondi.

'The Thing' (1982): alieni come imitatori sanguinari

The Thing
The Thing Universal Pictures

Uscito lo stesso anno in cui E.T. telefonava a casa, il classico horror di John Carpenter The Thing riprendeva la lezione de Invasion of the Body Snatcher: un alieno può nascondersi in piena vista.

Nel remake del 1978 di Invasion of the Body Snatchers, una razza aliena diventa letteralmente la propria vittima e si sbarazza del vecchio involucro. In The Thing, invece, la forma di vita aliena è un organismo indefinibile che può imitare gli altri: il tuo cane, il tuo amico, il tuo collega... E poi, tanto per aggiungere orrore, contorce il corpo, si stacca la testa dal collo e le fa spuntare zampe da ragno.

Questo materiale da incubi è un risultato sconvolgente. L’assenza di una forma definitiva amplifica la paranoia in ogni scena, lasciando il pubblico tremante di fronte alla consapevolezza che non c’è quasi nulla che questo mostro non possa fare o in cui non possa trasformarsi.

Il merito va al team di effetti speciali guidato da Rob Bottin, che utilizzò effetti pratici per creare le varianti più truculente del mutaforma. Ancora oggi questa rappresentazione aliena vive di imprevedibilità, una caratteristica disturbante molto più spaventosa di qualsiasi mostro squamoso o creatura dalle lunghe membra.

'Attack The Block' (2011): alieni come ibridi tra lupo e gorilla

Attack The Block
Attack The Block Optimum Releasing

Basta con i viaggi esistenziali e gli imitatori sanguinosi: con Attack The Block si torna alle basi.

La principale fonte di ispirazione per le creature aliene nella commedia di fantascienza di Joe Cornish è il mondo animale. E perché no? È del tutto plausibile che gli alieni abbiano più in comune con la fauna che con gli umanoidi.

Attack The Block mostra terrificanti creature che piombano su un complesso di edilizia popolare nel sud di Londra, pronte ad affondare i denti in qualsiasi cosa si muova. Per aspetto ricordano gorilla con pelliccia irta, artigli affilati e una bocca piena di file di denti bioluminescenti. È proprio questo dettaglio a far risaltare in modo impressionante le zanne sullo sfondo del pelo nero.

La natura animalesca degli alieni è semplice ma efficace: incarna una ferocia primordiale con cui è impossibile ragionare.

'Arrival' (2016): alieni come complessi eptapodi

Arrival
Arrival Paramount Pictures

Non diversamente dai giganteschi tripodi di War of the Worlds o dai mostri tentacolari di dimensioni colossali in Monsters, il gioiello di fantascienza del 2011 diretto da Gareth Edwards e ingiustamente ignorato, il modo in cui vengono rappresentati gli alieni in Arrival si inserisce in una certa tradizione lovecraftiana.

La nostra visione è limitata e vediamo solo ciò che osserva la linguista Louise Banks (Amy Adams): il quarto inferiore del corpo degli alieni, mentre il resto è lasciato all’immaginazione. Finisce che li immaginiamo come l’innominabile progenie di una balena e di un elefante, cresciuta dalla Morte in persona.

A differenza della loro astronave a forma di sasso, che vediamo per intero, il fatto di non poter osservare completamente gli eptapodi è profondamente destabilizzante: potremmo trovarci davanti solo a una minuscola percentuale delle creature. L’idea di essere poco più che formiche rispetto ad altri esseri tende a incutere un certo timore.

Poi c’è il contatto. Mentre molti alieni cinematografici comunicano con gli umani attraverso la propria lingua parlata o la telepatia, le creature nel capolavoro sul tempo di Denis Villeneuve usano una sostanza simile all’inchiostro, che esce dai tentacoli e disegna il loro linguaggio. Un indizio visivo che mostra come vivano l’esistenza, e il tempo, come un cerchio piatto.

Villeneuve e lo sceneggiatore Eric Heisserer, che adatta per lo schermo la splendida novella di Ted Chiang “Story of Your Life”, esplorano i limiti dell’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui il linguaggio determina o influenza il pensiero e la percezione. Il modo in cui gli alieni sono filmati rispecchia la nostra stessa incomprensione e confusione di fronte alla comunicazione.

Arrival è cinema che fa pensare al suo meglio e resta una delle migliori rappresentazioni di forme di vita aliena. Mette in discussione il modo in cui percepiamo i nostri omologhi intergalattici, sia sul piano fisico sia su quello psicologico. Inoltre, il design degli alieni rappresenta un’evoluzione impressionante rispetto agli extraterrestri sullo schermo, mostrandoli lontani anni luce dai portatori di sventura che tanti film si limitano a riproporre.

'Annihilation' (2018): alieni come entità biologica di terraformazione che segue solo la propria natura

Annihilation
Annihilation Paramount Pictures / Netflix

Ispirato ai romanzi di Jeff VanderMeer, il film di Alex Garland Annihilation, che mescola i generi, racconta di una squadra di esperti inviata a esplorare Area X, una zona in quarantena racchiusa da una misteriosa bolla chiamata “The Shimmer”. L’area ha iniziato a espandersi dopo la caduta sulla Terra di un meteorite. Nessuna squadra è mai entrata nello Shimmer ed è tornata indietro. Tutto ciò che sappiamo è che il DNA della fauna selvatica è stato rimescolato dall’evento extraterrestre.

Annihilation offre un’interpretazione del primo contatto affascinante e insolita, perché è logico che un meteorite contenga una propria struttura biologica. Dalla roccia non escono omini verdi e sia il libro sia il film indagano il modo, tutto tranne che lineare, in cui le forze aliene in gioco non si lasciano ridurre ai binomi parassita/simbionte o ospite/invasore. L’entità estranea si limita a terraformare, trasformando in qualcos’altro chiunque o qualunque cosa si trovi all’interno della bolla. Si può chiamare mimetismo biologico o rifrazione: la chiave resta l’inconoscibile.

Inoltre, questo “alieno” non ha un piano malvagio. È atterrato in un luogo estraneo e segue la propria natura. Anche se il pubblico è abituato a chiedersi “Perché sono qui e che cosa vogliono?”, Annihilation ribalta la prospettiva e risponde: niente. Non c’è una motivazione. Sono semplicemente qui.

Nell’ultimo atto l’entità si materializza come una nube turbinante che genera un doppio, un essere che condivide il DNA con l’extraterrestre nella sua forma finale in Under The Skin di Jonathan Glazer. La forza di Annihilation sta ancora una volta nel richiamare l’orrore cosmico lovecraftiano. L’ignoto sarà sempre più affascinante e spaventoso, e sarebbe ingenuo pensare che il primo contatto non ci cambierebbe. Non solo psicologicamente e filosoficamente, ma in ogni senso, inclusa la nostra struttura biologica.

'Nope' (2022): alieni come figlio volante di un polpo e di un aquilone caleidoscopico dotato di apparato digerente

Nope
Nope Universal Pictures

Dopo l’Oscar per Get Out e il thriller sui doppi Us, Jordan Peele ha realizzato Nope, in cui fonde stilemi della fantascienza, codici del western ed elementi horror in un’opera ambiziosa.

Le reazioni al film sono state contrastanti. C’è chi ha ritrovato lo stesso senso di meraviglia di Close Encounters Of The Third Kind e chi lo ha considerato un passo falso rispetto ai lavori precedenti di Peele. Ciò che è indiscutibile è che il regista ha offerto al pubblico una visione davvero inedita di come potrebbe essere un alieno.

Peele utilizza il suo “Jean Jacket” – il “bad miracle” – per affrontare temi come lo sfruttamento hollywoodiano, i diritti degli animali e il razzismo, e si assicura che il design della creatura sia intricato quanto i temi che mette in scena. Il pubblico è abituato a vedere esseri che escono dall’astronave, ma qui l’Ufo è esso stesso la creatura aliena, capace di mutare forma per adattarsi e attaccare.

L’effetto è profondamente inquietante, perché risulta difficile comprendere la morfologia e il comportamento della creatura, come è giusto che sia quando si ha a che fare con un’altra specie.

Qualunque opinione si abbia su Nope, è uno dei rari film che riflettono sul modo in cui immaginiamo lo spettacolo dei nostri potenziali rapitori. Inoltre, Peele propone un’estetica non solo sorprendente, ma anche audace.

Vedremo se Spielberg saprà metterci di nuovo alla prova...

Disclosure Day esce nelle sale di tutto il mondo venerdì 12 giugno.

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