La Sea-Watch 5, dopo aver soccorso 93 persone nel Mediterraneo centrale, resta ferma in porto per 20 giorni. È il quarto fermo di una nave della Justice Fleet dal dicembre 2025, tra controversie sul coordinamento con le autorità libiche
La nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata dalle autorità italiane per 20 giorni. Il provvedimento segue il rifiuto dell’equipaggio di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, operante sotto la Guardia costiera libica. Prima del fermo, la Sea-Watch 5 aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale.
Il fermo della Sea-Watch 5 rappresenta il quarto blocco di una nave della Justice Fleet negli ultimi quattro mesi. Dal dicembre 2025, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale complessivo di 115 giorni, riducendo temporaneamente le capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale.
Le ong ribadiscono che La Guardia Costiera libica è composta da vari gruppi di milizie. Secondo il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, queste forze sono state collegate a violazioni dei diritti umani sia in mare sia nei centri di detenzione e tortura in Libia. In più occasioni, hanno minacciato o attaccato navi umanitarie.
La Justice Fleet non riconosce dunque la legittimità delle autorità marittime libiche come coordinatori delle operazioni di ricerca e soccorso e chiede la cessazione della cooperazione europea con esse.
Dopo il salvataggio, le autorità italiane hanno assegnato alla Sea-Watch 5 il porto di Marina di Carrara, distante oltre 1.100 chilometri. L’equipaggio aveva dichiarato lo stato di necessità il 15 marzo per garantire cure mediche urgenti ai sopravvissuti quando inizialmente gli era stato impedito l’ingresso in porto.
Secondo Sea-Watch, la decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani, un atto di disobbedienza, è stata necessaria per salvaguardare i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, incluso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti.
Recenti sentenze dei tribunali italiani hanno dichiarato illegali alcuni fermi delle navi delle Ong e hanno escluso la necessità di coordinamento con le autorità libiche. Le organizzazioni intendono continuare a contestare queste misure in sede giudiziaria.