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Nessuno può spingere Trump, dice a Euronews il leader dell'opposizione israeliana

Il leader dell'opposizione israeliana Yair Lapid durante un'intervista a Euronews.
Il leader dell'opposizione israeliana Yair Lapid durante un'intervista con Euronews. Diritti d'autore  Euronews
Diritti d'autore Euronews
Di Sasha Vakulina
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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In un’intervista a Euronews, Yair Lapid ha respinto le accuse secondo cui Netanyahu avrebbe spinto gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, mentre crescono i dubbi su obiettivi divergenti nella guerra contro l’Iran.

Il leader dell'opposizione israeliana, Yair Lapid, ha dichiarato a Euronews che nessuno può "spingere" il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a fare alcunché, respingendo le ipotesi secondo cui la decisione di attaccare l'Iran sarebbe partita da Israele e non da Washington.

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"Donald Trump le sembra una persona che si lascia mettere i piedi in testa? Io non credo", ha detto Lapid nel programma di interviste di Euronews 12 Minutes With.

"È il presidente del più grande esercito della storia dell’umanità. È un uomo determinato. In Israele c’è grande gratitudine e ammirazione per il suo coraggio, per la sua chiarezza morale su questa questione, per il fatto che abbia deciso di entrare in questa guerra, consapevole che così difende la pace sulla Terra".

Ha aggiunto che, a parte Melania (la first lady degli Stati Uniti), non ritiene che "qualcuno possa costringere Donald Trump a fare qualcosa che non vuole fare".

Venerdì il presidente Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno "distruggendo totalmente» il regime al potere in Iran, «militarmente, economicamente e in ogni altro modo", e che per lui è un «grande onore» ucciderli, in un post pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social.

Il leader dell’opposizione israeliana ha affrontato anche il tema dell’esito finale della guerra contro l’Iran, affermando che uno degli obiettivi principali è il cambio di regime. Pur non credendo "nella possibilità di cambiare un regime con raid aerei", è convinto che questi possano creare "condizioni migliori perché il popolo iraniano prenda il proprio destino nelle proprie mani".

"Penso che lo scorso gennaio, quando sono scesi in strada e sono stati uccisi a migliaia dai Basij (forza paramilitare che fa capo ai Pasdaran) e dalle Guardie rivoluzionarie, si siano sentiti soli. E non credo che oggi si sentano soli".

Lapid ha detto a Euronews di ritenere che "le condizioni, la capacità e la probabilità che riescano a cambiare il regime siano aumentate in modo significativo".

"Adesso tocca al popolo iraniano. Non so se ci sarà un Nelson Mandela iraniano, un Gandhi iraniano o un Lech Wałęsa iraniano. Ma spero, per loro, per il popolo dell’Iran, che ci sia un cambio di regime".

Il nuovo leader supremo iraniano minaccia Stati Uniti e Israele

Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche come nuovo leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Mojtaba Khamenei ha affermato che l’Iran «vendicherà» coloro che sono stati uccisi nei raid aerei di Stati Uniti e Israele.

Lapid ha detto di non sentirsi minacciato e che quest’ultima dichiarazione non differisce dalla posizione che l’Iran aveva su Israele già prima della guerra.

"Non è che prima non abbiano già cercato di uccidere israeliani, americani, cittadini dell’Ue, dell’Arabia Saudita e di tanti altri Paesi", ha spiegato. "Questo è ciò che fanno: questo è il regime che ha preso in ostaggio un intero Paese, una cultura splendida. Gli iraniani hanno un’antica cultura che è stata sequestrata con la forza da chi pronuncia frasi di questo tipo".

Il leader dell’opposizione ha anche sottolineato che esiste una grande differenza tra gli attacchi israeliani e quelli iraniani e tra le vittime che provocano, in quanto Teheran colpisce deliberatamente i civili.

In precedenza, in un’intervista esclusiva a Euronews, l’ambasciatore iraniano presso l’ONU, Ali Bahreini, ha accusato gli Stati Uniti e Israele di prendere di mira deliberatamente le infrastrutture civili in Iran.

Alla domanda sulle oltre 1.200 persone che, secondo Teheran, sono morte dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele, Lapid ha risposto: «Sono vittime di guerra. Nessuno li ha uccisi intenzionalmente».

Ha aggiunto che l’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele "colpisce esclusivamente obiettivi militari", mentre l’Iran «prende di mira obiettivi civili in Israele e in altri Paesi per uccidere il maggior numero possibile di civili».

Alla domanda di Euronews sul presunto attacco statunitense del 28 febbraio contro la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, Lapid lo ha definito «una tragedia terribile, terribile, orribile».

I media statunitensi hanno riferito che gli inquirenti militari USA ritengono probabile che le forze americane siano state responsabili dell’attacco in modo non intenzionale, un attacco che, secondo le autorità iraniane, avrebbe causato la morte di 175 persone, tra cui oltre 100 bambini. Una conclusione definitiva, però, non è ancora stata raggiunta.

"Il mio cuore è con quei genitori", ha detto Lapid, riconoscendo che si tratta di qualcosa che "non dovrebbe accadere, ma che in guerra purtroppo accade".

Ha sottolineato che «nessuno voleva che accadesse» né l’ha voluto provocare.

"Nessuno sostiene che la guerra non sia una cosa orribile. A volte anche una guerra giusta è una cosa orribile, perché ci sono vittime, e ci sono vittime civili. E ancora una volta porgo le mie condoglianze ai genitori di quei bambini".

Le ripercussioni sull’intera regione

Anche Hezbollah, gruppo sostenuto dall’Iran, è entrato nella guerra in corso, trascinando il Libano nella grande escalation militare con Israele.

Funzionari libanesi hanno riferito a Euronews che Beirut ha chiesto colloqui diretti con Israele, tramite un intermediario statunitense, per cercare di porre fine a un’offensiva israeliana che, secondo gli ultimi dati, è già costata quasi 700 vite e ha sfollato circa 820.000 persone.

Alla domanda se Israele prenderebbe in considerazione un simile dialogo, Lapid ha risposto che lui lo farebbe, se dipendesse da lui.

"Lo userei come un effetto forbice", ha detto, spiegando che per combattere Hezbollah entrerebbe nel sud del Libano, "assicurandosi che Hezbollah venga respinto oltre il fiume Litani".

Ha aggiunto che, mentre lo si fa, è importante "negoziare con il governo libanese, perché [Hezbollah] è anche un loro problema".

"In questo momento spetta al popolo libanese decidere se si tratta di un Paese con un’organizzazione terroristica o di un’organizzazione terroristica con un Paese. Se il Libano vuole essere un vero Paese, deve fare molto di più per controllare Hezbollah".

Il presidente libanese Joseph Aoun ha già invocato un cessate il fuoco per fermare le ostilità via terra e via aria, e ha affermato che il suo Paese è costretto a una scelta drammatica: uno scontro militare diretto con Israele o il rischio di trasformare il Libano in un’altra Gaza.

La settimana scorsa la prima ministra libanese Nawal Salam ha definito «illegali» le operazioni militari di Hezbollah, dopo il lancio di razzi contro Israele. Il governo libanese ha dichiarato che tollererebbe però Hezbollah unicamente come partito politico.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha però dato sempre più segnali di non volersi fermare alla smilitarizzazione di Hezbollah, ma di volerla vedere scomparire del tutto anche dalla scena politica libanese. Oltre alle sue attività paramilitari, Hezbollah è da tempo un attore politico e un erogatore di servizi sociali.

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