Con ogni probabilità l'Italia farà parte del Consiglio a guida statunitense per garantire la pace e la ricostruzione della Striscia. Oltre a vantaggi economici e strategici non mancano i rischi legati all'adesione ad un progetto percepito come neo-coloniale
L’annuncio formale del passaggio alla fase due del piano per Gaza avvenuto nella giornata di mercoledì dell’amministrazione Trump segna un momento chiave nella transizione politica della Striscia.
"Oggi, a nome del presidente Trump, annunciamo il lancio della fase due del piano in 20 punti per porre fine al conflitto di Gaza, che passa dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione, alla governance tecnocratica e alla ricostruzione". Così in un post su X l'inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff.
“Gli Stati Uniti si aspettano che Hamas adempia pienamente ai suoi obblighi, inclusa la restituzione immediata dell'ultimo ostaggio deceduto. Il mancato adempimento comportera' gravi conseguenze. Siamo profondamente grati a Egitto, Turchia e Qatar per i loro indispensabili sforzi di mediazione che hanno reso possibile tutto il progresso raggiunto finora", conclude Witkoff.
L’attesa adesso è per i nomi dei 15 tecnocrati palestinesi che faranno parte del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza.
Nickolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per la pace in Medio Oriente ed ex ministro degli Esteri bulgaro, sarà nominato alto rappresentante del Consiglio per la pace (Board of Peace) presieduto da Trump, secondo quanto riferito dal primo ministro Israeliano Netanyahu citato dal Washington Post.
Mladenov dovrà fungere da tramite tra il gruppo di tecnocrati palestinesi e il Consiglio.
La composizione del Board non è stata ancora confermata. Tra i Paesi più importanti, secondo il quotidiano panarabo con base a Londra Asharq al- Awasat, figura anche l’Italia.
Tra questi, dovrebbero essere 15 in tutto, anche Germania, Francia e Gran Bretagna. A loro spetta il compito di fornire direttive di alto livello sulle questioni relative all’amministrazione della Striscia. Il debutto formale della nuova entità è previsto nel corso del Forum economico di Davos dal 19 al 25 gennaio.
La partecipazione dell’Italia si inserisce nel quadro complesso di una ricostruzione anche politica della Striscia di non semplice esecuzione. Da un lato Il governo guidato da Giorgia Meloni ha dimostrato di aver mantenuto e coltivato i rapporti con i principali attori dell’area mediorientale, dall’Autorità palestinese al Libano ed Israele, dall’altro lato resta il nodo sicurezza e la questione del disarmo di Hamas.
Una partecipazione quella dell’Italia, che pone anche il tema del riconoscimento dello Stato di Palestina, questione che non trova consenso tra gli Stati membri dell'Ue, chiamati a giocare un ruolo chiave in questa fase estremamente delicata per il futuro di Gaza.
Ne abbiamo parlato con Valeria Talbot, Responsabile dell'Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi e con Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed), Istituto di Studi Politici “S.Pio V”.
“Profondità strategica nel Golfo, il Piano Mattei e i rischi del progetto coloniale”
Per Giuseppe Dentice, l'adesione porta con sé numerosi vantaggi economici, oltre che un rafforzamento del posizionamento del Paese all’interno dell’area Mediterranea.
Accanto ai benefici, Dentice descrive anche i rischi per Roma soprattutto legati al contesto europeo.
“l'Italia si candiderebbe in questo modo a fungere da ponte verso il Mediterraneo”, spiega Dentice. “Assumendo quindi un ruolo di stabilizzatore nell'area. È chiaro che nella logica di Gaza questo discorso si allarga anche al livello regionale, si lega infatti al Piano Mattei e alla prospettiva africana".
Questo consente di ampliare la sua profondità strategica verso il Golfo, dove negli ultimi anni, abbiamo costruito un rapporto notevole dal punto di vista soprattutto economico commerciale”.
Dentice ipotizza anche un coinvolgimento di aziende italiane in numerosi settori. “La partecipazione italiana potrebbe coinvolgere soggetti che hanno a che fare con settori strategici come le infrastrutture. Potrei pensare a WeBuild giusto per fare un esempio, quindi edilizia, logistica ma anche sanità. Ovvero quegli ambiti dove l'Italia ha un peso e può giocare un ruolo importante", spiega Dentice.
L’Italia potrebbe avere anche un ruolo chiave nell’ambito del capacity building. “Questo è l’ambito, spiega, dove l'Italia può fare la sua parte in modo concreto, attraverso la formazione e l’addestramento di forze di polizia palestinesi.”.
L’apertura dei mercati da e verso l’Italia, pone però, secondo Dentice, il rischio concreto che l’Italia venga percepita come facente parte di un progetto neo-coloniale.
“È chiaro che questo dal punto di vista dell'immagine nell'immediato può essere un vantaggio enorme. L'aspetto negativo riguarda la reputazione, soprattutto se il Board of Peace viene presentato come una sorta di entità coloniale", spiega Dentice.
"Chiaramente questo pone in difficoltà anche la stessa Italia in chiave europea e in chiave anche di alleanza con gli Usa”, conclude l’analista.
“La ricostruzione economica non può esistere senza ricostruzione politica”
Uno dei temi centrali del dibattito intorno alla ricostruzione di Gaza è la questione politica, ovvero la governance della Striscia.
Il riconoscimento dello Stato di Palestina già si pone come tema divisivo all’interno del gruppo di Paesi che dovrebbero entrare a fare parte del board. Per l’Italia, in modo particolare, lo smantellamento di Hamas è una delle condizioni poste dal governo Meloni per riconoscere la statualità palestinese.
“La ricostruzione economica è qualcosa che deve ancora avvenire. E dobbiamo lavorare, parallelamente, a una ricostruzione politica”, dice Talbolt che continua, "nemmeno gli Stati Uniti riconoscono lo Stato di Palestina, ma sono a capo del Board per la ricostruzione di Gaza".
!Dobbiamo vedere come evolverà la situazione e quale sarà il prossimo passo che l'Italia farà, del resto, nemmeno la Germania che è inclusa nel Board, ha riconosciuto lo Stato di Palestina a differenza di Francia e Gran Bretagna”.
Per Dentice “l'Unione europea e l'Italia devono cercare di guidare un processo inclusivo di formazione dello Stato che quindi deve contribuire a costruire una nuova fiducia tra israeliani e palestinesi cosa che oggi manca e verosimilmente continua a mancare”.
“Non serve", dice l’analista, ”Metterli dinanzi a un tavolo, ma piuttosto farli partecipare a progetti concreti. Altrimenti il rischio come dicevamo prima, sarà enorme dal punto di vista della reputazione, perché espone il nostro Paese a quelle critiche sui doppi standard occidentali e quindi a quell'approccio neo - coloniale che, il piano Trump comunque non nasconde”.
L’Italia e il ruolo di stabilizzatore all’interno dell’area mediterranea
Talbot si sofferma anche sul ruolo strategico dell’Italia nella regione, una delle priorità del governo Meloni.
“L’obiettivo del governo è sempre stato quello di mettere il Mediterraneo al centro della politica estera italiana. Grazie al naturale spazio geopolitico, spiega Talbot, emergono due aspetti principali. Il primo è l'approvvigionamento energetico attraverso il Mediterraneo alla luce della crisi con la Russia dopo l'invasione dell'Ucraina".
"L'altra dimensione importante è la gestione dei flussi migratori. Sono i due ambiti che emergono anche all'interno del Piano Mattei, ovvero la strategia politica dell’Italia in Africa”.
Per Dentice c’è continuità con il passato e i governi precedenti: il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo resta invariato. “L’attivismo diplomatico dell’Italia è indubbio, ma senza risultati può esporre il Paese a critiche soprattutto sul versante interno".
"Al momento l'Italia, non ha mostrato tutto il suo potenziale. Può avere un ruolo attivo e anche propositivo all'interno del processo negoziale di Gaza, ma continuare a dipendere dall'iniziativa americana rischia di esporre lo stesso governo ad accuse di passività o di sottomissione a scelte prese da altri. È sostanzialmente quello che fa l'opposizione”, conclude Dentice.