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Mafia, è morto Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra era in coma irreversibile da venerdì

Matteo Messina Denaro è entrato in coma irreversibile a causa delle complicazioni dovute al cancro al colon di cui soffre da tre anni
Matteo Messina Denaro è entrato in coma irreversibile a causa delle complicazioni dovute al cancro al colon di cui soffre da tre anni Diritti d'autore Alberto Lo Bianco/LaPresse
Diritti d'autore Alberto Lo Bianco/LaPresse
Di Euronews Agenzie:  Ansa
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Il boss era ricoverato da più di un mese nell'ospedale de L'Aquila dopo il peggioramento delle sue condizioni di salute per un tumore al colon, in fase terminale, di cui soffriva da tre anni

Il no all'accanimento terapeutico del testamento biologico del boss di Cosa nostra

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È morto alle 2 di notte di lunedì 25 settembre Matteo Messina Denaro.

I medici dell'ospedale de L'Aquila avevano sospeso l'alimentazione per il boss della mafia Matteo Messina Denaro venerdì sera, 22 settembre, dopo che il coma irreversibile per via di un'occlusione intestinale dovuta al tumore al colon di cui soffriva  da quasi tre anni. La decisione dava  seguito anche alla richiesta di Messina Denaro di fare a meno dell'accanimento terapeutico, richiesta messa per iscritto nel suo testamento biologico.

L'ultima "primula rossa" di Cosa nostra era stata arrestata lo scorso 16 gennaio proprio mentre si recava in una delle cliniche più prestigiose di Palermo per sottoporsi a un nuovo ciclo di chemioterapia

Rinchiuso in regime di 41 bis nel carcere di massima sicurezza del capoluogo abruzzese, il 17 gennaio, è stato costantemente seguito dai medici e curato nell'infermeria allestita nella sua cella. Dall'8 agosto scorso era ricoverato all'ospedale San Salvatore de L'Aquila dove era arrivato dal carcere per un intervento chirurgico per una occlusione intestinale per poi essere trasferito nella cella del reparto per detenuti.

Le due operazioni al boss di Cosa Nostra nell'ospedale de L'Aquila

Dopo la cattura, Messina Denaro  era stato sottoposto alla chemioterapia nel supercarcere dell'Aquila dove era stata allestita una sorta di infermeria attigua alla cella. Una equipe di oncologi e di infermieri del nosocomio abruzzese ha costantemente seguito il paziente apparso subito, comunque, in gravissime condizioni.

Nei 9 mesi di detenzione, il padrino di Castelvetrano è stato sottoposto a due operazioni  legate alle complicanze del cancro. Dall'ultimo non si è più ripreso, tanto che i medici hanno deciso di non rimandarlo in carcere ma di curarlo in una stanza di massima sicurezza dell'ospedale. 

La figlia del boss di Cosa nostra

Nei giorni scorsi la Direzione sanitaria della Asl dell'Aquila ha cominciato a organizzare le fasi successive alla morte del boss e quelle della riconsegna della salma alla famiglia, rappresentata dalla nipote e legale Lorenza Guttadauro e dalla giovane figlia Lorenza Alagna, riconosciuta recentemente e incontrata per la prima volta nel carcere di massima sicurezza dell'Aquila ad aprile. La ragazza, con la nipote del boss e la sorella Giovanna, gli è stata accanto negli ultimi giorni.

Dall'arresto il padrino era stato interrogato più volte dai pm di Palermo precisando, fin dal primo incontro, che non avrebbe mai collaborato con la giustizia

Nel corso del primo interrogatorio, non solo aveva negato di far parte di Cosa nostra, ma aveva detto al procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e all'aggiunto Paolo Guido, che hanno coordinato le indagini per la sua cattura, che se non fosse stato malato e costretto a ricorrere alle cure della clinica lo Stato non l'avrebbe mai catturato. Da sempre conosciuto in ambiente mafioso come "U siccu", il magro, e con altri soprannomi come "Diabolik", "Alessio" e "Testa dell'acqua", è stato attento a gestire la sua latitanza, e a proteggerla con una schiera di fiancheggiatori che operavano a vari livelli. Per alcuni è stato il boss che ha traghettato nel nuovo millennio la mafia orfana della stagione delle stragi conclusasi bruscamente nel '93, senza però consolidarne la struttura come era avvenuto con i suoi predecessori Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco "don Ciccio", altro boss della nomenclatura tradizionale, del giovane Matteo si erano perse le tracce già da cinque anni, prima ancora che fosse coinvolto nelle indagini sulle stragi di quegli anni. 

Nei più gravi fatti criminali, come la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la sua mano è stata sempre riconosciuta. Lui stesso, del resto, si vantava di avere "ucciso tante persone da riempire un cimitero".

Le dichiarazioni del sindaco de L'Aquila alla  morte del boss

"La morte del boss Matteo Messina Denaro, avvenuta nell'ospedale dell'Aquila, a seguito dell'aggravarsi della sua malattia, mette il punto su una vicenda che racconta di violenza e sangue, sofferenze ederoismi", lo dichiara il primo cittadino del capoluogo d'Abruzzo, Pierluigi Biondi.

"L'epilogo di una esistenza vissuta senza rimorsi né pentimenti, un capitolo doloroso della storia recente della nostra nazione che non possiamo cancellare ma di cui oggi possiamo narrare la fine grazie al lavoro delle donne e degli uomini che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la criminalità  mafiosa. Il 1992 per me, e tanti come me, ha segnato un nuovo inizio dell'impegno politico: non avremmo ceduto al ricatto, ci saremmo battuti per un'Italia forte, orgogliosa,libera e coraggiosa. Oggi continuiamo su quella strada e consapevoli dell'importanza di trasmettere principi sani, anche grazie a iniziative, come il premio intitolato a PaoloBorsellino, utili a far sì che i nostri giovani abbiano memoria di chi ha reso l'Italia un luogo migliore. Di cosa è male e di cosa è bene".

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