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Giappone, inizia lo scarico nell'Oceano Pacifico delle acque reflue della centrale di Fukushima

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Image Diritti d'autore Lee Jin-man/Copyright 2023 The AP. All rights reserved
Diritti d'autore Lee Jin-man/Copyright 2023 The AP. All rights reserved
Di Michela Morsa
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Il rilascio delle acque di raffreddamento dell'impianto, radioattive ma trattate e diluite, è stato approvato dall'Aiea e dagli esperti del settore, ma non si placano le proteste di pescatori locali e Greenpeace

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Come programmato, giovedì la centrale nucleare Daiichi di Fukushima ha iniziato a scaricare le acque reflue radioattive, trattate e diluite, nell'Oceano Pacifico. L’acqua sarà fatta defluire da alcuni degli oltre mille serbatoi presenti, che ne contengono oltre 470 mila tonnellate, facendola finire tramite una serie di condotte al largo della costa.

La decisione, che arriva a distanza di più di 12 anni dalla fusione accidentale dei tre reattori dell'impianto, pesantemente danneggiato dal massiccio terremoto e dallo tsunami che hanno colpito la costa nord-orientale del Giappone nel 2011, è stata presa con l'approvazione dell'Aiea, l'organo di controllo nucleare dell'Onu. 

L'Agenzia internazionale dell'energia atomica ha dato il via libera allo scarico per facilitare lo smantellamento dell'impianto, affermando che l'impatto radiologico delle acque reflue sarà trascurabile. Anche la maggior parte degli esperti ha definito il rilascio privo di particolari conseguenze ambientali. 

Ma il progetto ha suscitato molte proteste, specialmente da parte dell'industria della pesca locale e di Greenpeace. I pescatori della regione temono che lo scarico dell'acqua trattata possa compromettere la pesca e quindi il loro unico mezzo di sostentamento. Greenpeace sostiene invece che il processo di filtrazione delle acque reflue sia difettoso, e che nei prossimi decenni un'immensa quantità di materiale radioattivo sarà dispersa in mare. 

Il sistema di filtrazione e scarico

Da più di un decennio, l'acqua viene utilizzata per raffreddare ciò che resta dei reattori della centrale e per tenere sotto controllo la radioattività del materiale al loro interno. Il sistema prevede che dopo un certo numero di cicli di utilizzo l’acqua sia conservata in appositi serbatoi, per poi essere trattata con filtri per essere idonea al rilascio in mare. 

La filtrazione consente la rimozione di tutti gli elementi radioattivi dall’acqua fatta eccezione per il trizio, un isotopo dell’idrogeno, che rimane comunque in una concentrazione particolarmente bassa.

Secondo gli esperti, la concentrazione dell'elemento è tale da non essere pericolosa, soprattutto ai livelli di diluizione che raggiunge dopo la dispersione nell’oceano. Diverse altre centrali in giro per il mondo rilasciano periodicamente acqua con trizio in mare, senza che siano rilevati problemi per gli ecosistemi marini o per la sicurezza alimentare del pesce pescato nella zona. 

La preoccupazione del settore ittico

Ma a preoccupare chi pesca nel tratto di mare vicino a  Fukushima non è tanto il rilascio dell'acqua trattata in sé, quanto la sua percezione da parte della clientela. Potendo scegliere pesce proveniente da altre zone di pesca, in molti potrebbero decidere di non comprare dall’area di Fukushima. A tal proposito, le autorità doganali cinesi hanno già annunciato il divieto d'importazione di pescato dal Giappone

I pescatori della zona, che fanno ancora i conti con le conseguenze dell'incidente nucleare, pensano quindi che l'operazione possa peggiorare ulteriormente gli affari. Negli ultimi anni il governo giapponese ha elargito sussidi e altre forme di compensazione per circa 75 miliardi euro alla popolazione e alle aziende colpite, ma il settore ittico continua a essere in difficoltà, con vendite molto lontane dai livelli precedenti il 2011.

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