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Petrolio, acque agitate anche se i prezzi restano poco mossi

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Di euronews con Ansa
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produzione greggio
produzione greggio   -   Diritti d'autore  Gregory Bull/Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.

Il prezzo del petrolio è poco mosso questa mattina dopo la decisione del vertice Opec e soprattutto dopo i dati sull'aumento delle scorte americane registrato ieri.

Il Wti con consegna a settembre è praticamente invariato rispetto a ieri sera a 90,69 dollari al barile (+0,03%), mentre il contratto sul Brent di ottobre segna -0,12% a 96,66 dollari.

Ieri l'Opec+, il cartello petrolifero con a fianco la Russia, dopo mesi di sforzi diplomatici culminati con il viaggio del presidente americano Joe Biden in Arabia Saudita, ha deciso per un mini-aumento della produzione di greggio e un comunicato che suona tutt'altro che rassicurante sulla volontà di far scendere i prezzi, tenendo in scacco un'economia mondiale da cui arrivano sempre più segnali di recessione.

È di appena 100.000 barili al giorno in più a settembre il 'topolino' prodotto dal meeting virtuale dei ministri del petrolio del cartello. Un impegno che va confrontato con la promessa di 600.000 barili, e che di fatto ricade interamente sui sauditi e gli Emirati arabi uniti: il rialzo più esiguo dal 1986 in termini assoluti, il più risibile di sempre se calcolato in termini percentuali. 

Decisione "irresponsabile" per l'Unione nazionale consumatori. Accompagnata dalle considerazioni  politiche sulla necessità di mantenere il "consenso" con la Russia, partner non-Opec che intanto raziona il suo gas contro le sanzioni per la guerra, e dall'avvertimento che ci sono pochi margini per aumentare la produzione anche dopo il 2023.

Numeri che hanno fatto subito impennare le quotazioni del greggio di oltre il 2%, prima di un'inversione di rotta dovuta al calo delle scorte Usa che, sul finale, vede il Wti americano e il Brent quotato a Londra cedere circa il 3%. Alta volatilità sul filo del 'grande gioco' geopolitico che ha fatto dei prezzi energetici un'arma contundente contro la leadership americana, e con gli operatori - e lo stesso Opec+ - che ormai iniziano a scommettere su un crollo della domanda, di fatto alimentato proprio dai prezzi energetici alle stelle per consumatori e imprese.

Non è una scommessa campata per aria, vista la recessione tecnica in atto negli Usa - dove pure l'indice Ism dei servizi sale ai massimi da tre mesi - e i rischi elevati in Europa.

L'indice Pmi composito per l'Eurozona, che misura l'attività nella manifattura e nel terziario, segnala contrazione economica, scendendo a 49,9 ai minimi di 17 mesi. Il comparto dei servizi va giù, per la prima volta in un semestre, in Italia come in Germania, particolarmente esposta al quadro globale, alle ritorsioni russe sul gas e ai lockdown cinesi. E anche Istat racconta di vendite in calo a giugno: il rischio è che dopo la grande stagione delle riaperture europee l'autunno porti una gelata sulla crescita.

Risolvere il rebus di un'inflazione alle stelle accoppiata a recessione spetta alla Fed e alla Bce: la prima in modalità restrittiva senza indugi. La seconda determinata a una nuova stretta a settembre ma che con oltre 10 miliardi di Btp acquistati a luglio deviando sui bond italiani reinvestimenti del vecchio programma pandemico 'Pepp', dimostra di essere determinata ad attivare, se servirà, lo 'scudo' anti-spread per mettere al riparo i paesi più indebitati.

Sul fronte energetico, tuttavia, le nubi non si diradano: la Casa Bianca fa buon viso a cattivo gioco. La produzione di greggio continuerà a salire e abbiamo visto un "notevole" calo delle quotazioni, dice il senior adviser per la sicurezza energetica globale Amos Hochstein. Ma per ora la visita di Joe Biden al principe saudita Mohammad bin Salman, seguita dal via libera alla vendita di armamenti per tre miliardi di dollari, non ha smosso più di tanto l'Opec.