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Il re degli stretti vuole porsi da paciere nella guerra

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Di Samuele Damilano  & Sergio Cantone
Recep Tayyip Erdoğan
Recep Tayyip Erdoğan   -   Diritti d'autore  AP Photo

Recep Tayyip Erdoğan sta mediando per la pace. Una frase non facile da sentire. E che invece oggi, a partire dal 24 febbraio, è alla base dell’azione diplomatica del presidente turco. L’unico, sembra, in grado di accreditarsi come mediatore tra Ucraina e Russia. 

Così si spiegano dunque gli sforzi diplomatici per intavolare una trattativa del presidente turco: ha ospitato a marzo due incontri, il 10 tra i ministri degli esteri e il 29 le delegazioni dei due Paesi, prima che le immagini dei corpi di Bucha rendessero più difficile trovare un compromesso.

In Turchia, il 27 aprile, è avvenuto lo scambio di prigionieri tra Russia e Stati Uniti. Nei giorni dell’assedio all’acciaieria Azovstal ha lavorato per favorire la costruzione di corridoi umanitari, aperti nei primi giorni di maggio. 

Il primo maggio il portavoce del presidente turco Ibrahim Kalin ha incontrato il capo di Stato ucraino Zelensky a Kiev durante una visita insieme al viceministro degli Esteri turco Sedat Onal, e all'inizio dello stesso mese Erdoğan ha espresso la volontà di incontratre Vladimir Putin per proseguire un accordo.

Anche quando le prospettive di una tregua sembrano risibili, Erdoğan prova a intestarsi il ruolo di paciere. Possibile grazie ad anni di politica estera il più possibile equidistante. E a un legame economico con la Russia da cui è molto difficile liberarsi, a maggior ragione non facendo parte dell'Unione europea.

L’appartenenza alla Nato e il ricatto di Mosca

Lo scorso gennaio, alla domanda "Nella sua politica estera, la Turchia dovrebbe dare la priorità alla Russia e alla Cina o agli Stati Uniti e all'UE?", posta dall'agenzia di sondaggi Metropoll ai cittadini turchi, il 39,4% degli intervistati ha optato per le opzioni Russia e Cina, mentre il 37,5% per Ue e Usa. Pur condannando l’invasione russa dell’Ucraina, Erdoğan non ha mancato l’occasione di mandare frecciatine alla Nato: «Lo scoppio del conflitto è dovuto ad anni di espansionismo che non avrebbero rispettato gli accordi post caduta del muro di Berlino», il sunto dell’accusa. 

Alexei Nikolsky/AP
Recep Tayyip Erdoğan e Vladimir PutinAlexei Nikolsky/AP

Per quanto riguarda i rapporti con Kiev, a legare i due Paesi c'è anche una consistente comunità del gruppo etnico dei tatari, di origine turca, in particolare in Crimea. Non a caso, il 5 maggio, un membro del battaglione Azov, musulmano e di origine tatara, si era appellato direttamente al presidente turco per evacuare l'acciaieria di Azovstal a Mariupol: siamo bombardati costantemente dal cielo, dal mare e da terra. La prego di portare avanti le procedure di evacuazione delle persone, inclusi i militari, dal territorio di Azovstal. Ponga fine a questo incubo".

Dal 2020 Ankara è divenuta il principale investitore straniero in Ucraina. Nel 2021 le relazioni si sono ulteriormente consolidate tanto in ambito economico quanto nel settore di difesa militare: il parlamento ucraino aveva ratificato un patto che prevedeva la fornitura da parte della Turchia di 18,5 milioni di dollari in aiuti militari. Sulla base dell’intesa, Ankara si era impegnata a fornire “garanzie di sicurezza e pace” nella strategica regione del Mar Nero. "I due Paesi si possono definire amici", conferma Léo Péria-Peigné, ricercatore presso l'Ifri (Institut français des relation internationales). "Dal 2019 allo scoppio della guerra Zelensky ed Erdoğan si sono visti almeno sei volte". 

A volte allineato con la Nato, molte altre il presidente turco ha adottato nei confronti dell’alleanza atlantica un atteggiamento provocatorio, in un continuum che va da esternazioni polemiche, (come quando a inizio marzo un importante industriale vicino al presidente definì l’alleanza atlantica “un cancro”), a veri e propri atti di sfida: l’acquisto del sistema missilistico S-400 da Putin è costato l’espulsione di Ankara dal programma di sviluppo degli F-35 e sanzioni statunitensi al settore della difesa sulla base del Countering America Adversaries Through Sanctions Act (Caatsa) del 2017, che penalizza i Paesi che acquistano armi di difesa dalla Russia.

A fine settembre, Erdoğan aveva manifestato la volontà di compreare una seconda tranche di missili S-400.

“Per la Russia, questa è ststa una mossa fondamentale per legare a sé ancor di più un membro della Nato che gioca un ruolo fondamentale nel Medio Oriente”, spiega Marc Pierini, già ambasciatore Ue in Turchia e ricercatore presso il Carnegie Europe a Bruxelles. 

BURHAN OZBILICI/AP
Marc Pierini, a destra, insieme a Jozias van Aarsten, politico olandeseBURHAN OZBILICI/AP

Ankara iniziò i colloqui con Mosca solo tre settimane dopo il fallito colpo di stato del 2016, per cui Erdoğan sospettò addirittura un coinvolgimento dei Paesi Nato. È probabilmente anche per questo, sostiene Pierini, che ha deciso di rivolgersi a Mosca. 

“La Turchia è diventata prigioniera dei legami economici con la Russia, con la quale al contempo, appertenendo alla Nato, non condivide le ambizioni geopolitiche. È una situazione davvero peculiare”, afferma Selim Kuneralp, ex ambasciatore turco presso l'Ue. “Anche se bisogna sempre tenere a mente che la Russia, vittoriosa o meno, avrà comunque bisogno della Turchia, da dove passano i gasdotti verso l’Europa, e dove esporta tantissimo e sta costruendo una centrale nucleare”. 

LEE JIN-MAN/AP
Selim Kuneralp, a destra, ai tempi ambasciatore turco in Sud Corea, insieme al patriarca Bartolomeo I, leader spirituale dei cristiani ortodossiLEE JIN-MAN/AP

I rapporti economici con la Russia si sono strutturati nel corso degli anni secondo quella che gli esperti chiamano “interdipendenza asimmetrica”, sbilanciata a favore del Cremlino, primo fornitore di gas del Paese con il 33% degli approvvigionamenti. Anche nell’ambito del nucleare, la società russa Rosatom sta sviluppando la prima centrale turca, che dovrebbe produrre circa il 10% del fabbisogno di elettricità del Paese a partire dal 2025. La Russia è anche il terzo partner commerciale della Turchia, con un import-export di 34,7 miliardi di dollari nel 2021, di cui 29 di importazioni turche, a evidenziare lo squilibrio a vantaggio di Mosca, da cui proviene anche la maggioranza dei turisti nel Paese, 7 milioni nel 2019 e 4,7 nel 2021, il 19% del totale.

Mar Nero, stretti e convenzione di Montreaux

A legare i due Paesi è anche la loro collocazione geografica e, soprattutto, l'importanza che per entrambi gioca l'area del Mar Nero: energia, geopolitica, sbocco per la Nato e obiettivo della Russia. 

Il Mar nero e gli stretti che lo attraversano sono stati per diversi motivi al centro delle decisioni strategiche prese da Erdoğan negli ultimi anni. A maggior ragione nel corso dell’invasione russa, vista dal “sultano” come una minaccia alla stabilità economica e al contempo come opportunità per rafforzare il proprio prestigio geopolitico..

AP Photo/Lefteris Pitarakis
bandiera turca sullo stretto del BosforoAP Photo/Lefteris Pitarakis

Stretti

Alla Turchia è garantito il controllo dell’area dalla Convenzione di Montreaux, firmata nel 1936 da Turchia, Francia, Grecia, Romania, Regno Unito e Unione Sovietica. Lo scopo è quello di regolare il passaggio delle navi commerciali e da guerra negli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. La convenzione prevede che nel corso di un conflitto la Turchia possa interdire il passaggio negli stretti alle navi militari dei paesi belligeranti. 

“All’inizio Erdogan ha temporeggiato, quando poi si è reso conto della gravità del conflitto ha deciso di chiudere gli stretti”, spiega Pierini. “È una decisione che d’altronde fa comodo sia alla Nato che alla Russia, quest’ultima più penalizzata in quanto Paese invasore che, soprattutto nella prima parte del conflitto, aveva bisogno di più approvvigionamenti”. Ennesimo esempio della volontà di non sbilanciarsi troppo contro la Russia. Non a caso sia il segretario di Stato americano Antony Blinken, sia l’ambasciatore russo in Turchia hanno salutato con favore l’applicazione dell’articolo 19 della Convenzione di Montreaux.

Mar Nero

Nel caso di un prolungamento del conflitto, Ankara potrebbe beneficiare in ogni caso di un eventuale isolamento della Russia, prima potenza navale nel Mar Nero, per intrattenere rapporti con altri partner commerciali e imporsi nell’area. 

"La zona è molto importante in quanto costituisce una fonte di energia scoperta in tempi relativamente recenti", specifica Péria-Peigné. "Da più di un anno il presidente turco sta cercando di diversificare le fonti di approvvigionamento di energia, a volte scontrandosi anche con l'Unione europea, in particolare con la Grecia". Anche per questo, dunque, il Mar Nero rappresenta per Ankara una risorsa importante per l'energia. Che tuttavia, aggiunge Kuneralp, "non sarà disponibile prima di un anno". 

Non è un caso d’altronde che l’area in cui si stanno concentrando le operazioni militari russe, non solo nell’attuale invasioni, ma anche nell’annessione della Crimea del 2014, è quella che si affaccia sul Mar Nero: ovvero una risorsa energetica e un argine fondamentale all’espansionismo della Nato, cui nel 2004 hanno aderito Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia e Slovenia. 

AP Photo/Vadim Ghirda
Crimea, 2014: bambino ucraino di fronte a soldati filorussi,AP Photo/Vadim Ghirda

La Turchia però non ha sempre visto di buon occhio la presenza militare della Nato nel Mar Nero, rifiutandosi per esempio di partecipare alla creazione di un coordinamento marittimo limitato proposto dalla Romania. E al contempo Ankara è preoccupata dall’espansionismo della Russia nella regione. 

Fino a che punto la Turchia potrà svolgere il ruolo di mediatrice, e non schierarsi apertamente con la Nato?

“Erdoğan non ha ancora tracciato una linea rossa oltre la quale non tollererebbe l’iniziativa russa”, risponde Kuneralp.

“Onestamente non vedo adesso i margini per una mediazione, ma di certo la pace è nell’interesse di Ankara, che ha legami economici e diplomatici molto forti con Mosca”. Un legame economico non solo nel settore energetico, spiega Kuneralp, ma anche nel settore delle costruzioni: “a differenza dei Paesi europei e degli Stati Uniti, la Turchia ha molte imprese che hanno ottenuto le licenze per costruire in Russia. Imprese che inevitabilmente risentono delle sanzioni imposte dagli altri Paesi occidentali”. Che per questo motivo, e per non ostacolare eccessivamente il ruolo di mediatrice della Turchia nel conflitto, non stanno facendo eccessive pressioni per far aderire Ankara alle sanzioni sempre più pesanti inflitte alla Russia.

Anche perché l’economia interna non sta vivendo il suo miglior periodo. La lira turca allo scoppio della guerra ha perso ancora più valore rispetto al dollaro, acuendo un trend che negli ultimi anni ha portato il tasso di inflazione a livelli altissimi, fino al 61 per cento lo scorso marzo. Tra un anno ci sono le elezioni e, spiega Kuneralp, al centro delle preoccupazioni dei cittadini turchi non c’è la politica estera, bensì la stabilità economica. 

Di opinione diversa, al contrario, Péria-Peigné: "Penso che il ruolo da mediatore che sta svolgendo Erdoğan sia atto proprio ad attenuare l'interventismo in politica estera degli ultimi anni, per presentarsi ai suoi elettori come una figura più neutra e moderata". 

Su una cosa però, concordano tutte le persone interpellate: la Turchia vuole la pace anche per questo. Il problema è che adesso né Ucraina, né Nato né tantomeno Russia sembrano intenzionati a fare uno sforzo per porre termine alla guerra.