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I sei mesi del Portogallo alla guida dell'Ue visti dal premier António Costa

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Di Sergio De Almeida
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I sei mesi del Portogallo alla guida dell'Ue visti dal premier António Costa
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L**a presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione europea è iniziata in uno dei momenti più difficili nella gestione della pandemia. La mancanza di uniformità nelle regole per la vaccinazione e per il certificato digitale continua ad attirare molte critiche. Ma d’altro lato, la forte pressione portoghese per l’approvazione del piano di ripresa e resilienza è vista come una delle grandi conquiste di questa presidenza. Con noi in Global Conversation abbiamo il primo ministro portoghese, Antonio Costa.**

L'Ue, una comunità di valori...

La presidenza portoghese si conclude con un vertice europeo con alcuni momenti di grande tensione. Cominciamo parlando della controversa legge ungherese contro i diritti LGBTQI. Com’è stato il suo confronto con Viktor Orban? Non c’era più bisogno di mantenere la neutralità?

"Ovviamente le presidenze, in quanto fattore aggregante, devono cercare di agire con imparzialità nei metodi di lavoro e nel parlare in pubblico. Ma quando teniamo una riunione dobbiamo parlare con totale franchezza e chiarezza. E io penso che questo dibattito sia stato molto importante, perché è stato molto frontale, molto aperto, tutti gli Stati membri si sono espressi molto chiaramente in difesa dei valori dell’Unione europea sottolineando che l’Unione europea è prima di tutto una comunità di valori: più che un’unione doganale, più che un mercato interno, più che una moneta unica è soprattutto una comunità di valori, e quindi questi valori devono essere al centro della nostra azione".

Possiamo sapere che cosa ha detto a Viktor Orban?

"Le riunioni del Consiglio sono confidenziali. Non dirò quello che ho detto là dentro. Dirò che ovviamente i trattati sono molto chiari. Solo chi vuole far parte dell’Unione è nell’Unione, e chi è nell’Unione è lì perché condivide quei valori, e quei valori non sono opzionali, vanno rispettati. È per questo che esiste l’articolo 7, per garantire il rispetto dei trattati. Sono stati aperti due casi, uno sulla Polonia e l’altro sull’Ungheria, sulla base dell’articolo 7. Sono stati fatti progressi durante la presidenza portoghese, due settimane fa si sono tenute udienze sia sulla Polonia che sull’Ungheria e questi processi sono in corso. In questo caso la Commissione europea ha già notificato l’Ungheria del suo dovere di fornire spiegazioni, e sulla base di queste spiegazioni la Commissione europea valuterà se aprire o meno un procedimento per violazione dell’articolo 7".

... ma una comunità che cambia

L'Ungheria ha ancora un posto nell'Unione europea in cui viviamo oggi?

"Il nostro desiderio è che tutti i popoli dei 27 Stati membri continuino a far parte dell’Unione europea. Ora, ognuno è libero di scegliere il proprio percorso, non vale la pena nasconderlo. Fortunatamente ora abbiamo la Conferenza sul futuro dell’Europa in modo che questo dibattito possa svolgersi in franchezza. Oggi gli Stati non condividono tutti gli stessi valori o non hanno la stessa visione dell’Unione che avevano quando fu approvato il trattato di Lisbona. Sono cambiate le maggioranze, sono cambiate le dinamiche politiche, quindi ci sono Stati che hanno una posizione diversa. E penso che la Conferenza sul futuro dell’Europa sia anche un buon momento per fare un bilancio. Perché il trattato di Lisbona ha la flessibilità necessaria per consentire un po’ di tutto: chi vuole andare più veloce può utilizzare le clausole passerella che ci permettono di cambiare maggioranze, per esempio, su determinate materie. Chi vuole muoversi a un ritmo più lento può creare cooperazioni rafforzate, quindi c’è abbastanza flessibilità per non ritrovarci sempre fra il rischio di paralisi e il rischio di rottura. Se c’è un accordo fra tutti, meraviglioso. Se questo non è possibile, non possiamo restare a metà: né gli uni paralizzati né gli altri a rischio di rottura. Ecco quindi le varie strade che si possono seguire”.

Abbiamo già visto un divorzio, fra il Regno Unito e l’Unione europea, ma non abbiamo ancora visto espulsioni dall’Unione europea.

"Non è previsto. Quello che è previsto dall’articolo 7 è la sospensione dell’esercizio del diritto di voto quale sanzione massima applicabile a un paese".

Un nuovo quadro per le relazioni con la Russia

Un’altra questione su cui non c’è stato consenso in questo vertice europeo è una questione di politica estera, la proposta francese e tedesca di un vertice con il presidente russo Vladimir Putin. La proposta è stata respinta. Non c’è più spazio per negoziare con Vladimir Putin ed è per questo che non avanziamo verso un vertice?

"Quella decisione è stata raggiunta per vari motivi. Per quanto riguarda le relazioni con la Russia, c’è una posizione comune fra tutti gli Stati membri. Una proposta di queste dimensioni, che appare un po' all’ultimo minuto, senza un'adeguata preparazione, senza un adeguato inquadramento, diventa molto difficile da far passare. Penso che tutti sappiano bene che la Russia è il nostro più grande vicino. Dobbiamo voler avere una relazione stretta, amichevole, positiva, costruttiva con la Russia. Perché ciò avvenga, è fondamentale che la Russia rispetti i principi fondamentali del diritto internazionale e di una relazione alla pari con l’Unione europea e con ciascuno dei suoi Stati membri. Questa è la visione generale che abbiamo. Ora c’è la volontà di vedere un nuovo quadro per le relazioni con la Russia. Perché ciò accada bisogna essere adeguatamente preparati. Siamo 27, non abbiamo tutti la stessa storia nelle relazioni con la Russia, non abbiamo tutti la stessa distanza geografica rispetto a Mosca e di questo bisogna tener conto nel momento in cui si prendono decisioni in merito".

Un approccio globale alla strategia migratoria

Un altro argomento su cui il consenso è stato difficile in seno all’Unione europea è il patto sulla migrazione che è stato presentato e proposto nel 2020 ma che non è ancora stato firmato. Questa era una delle priorità della presidenza portoghese.

"Il patto si compone di diversi strumenti. Ce ne sono stati due in cui abbiamo fatto passi importanti. Uno molto importante è la direttiva sulla carta blu, che crea canali di immigrazione legale assolutamente fondamentali. Un altro, che stiamo concludendo questa settimana, è il negoziato con il Parlamento europeo per l’istituzione di un’Agenzia europea per l’asilo, che è un elemento chiave nella revisione del sistema d’asilo nell’Unione europea".

Si parla già anche di una nuova possibilità di dare più soldi alla Turchia, 3 miliardi di euro che si aggiungono ai 6 miliardi già elargiti negli ultimi sei anni, per fermare l’ondata migratoria. Ci sono organizzazioni non governative, come Amnesty International, che accusano l’Unione europea di essere ostaggio di paesi come la Turchia e il Marocco, per esempio, con i recenti episodi di Ceuta: si danno soldi, ma non si riesce a fermare con efficacia il problema alla radice.

"Sono situazioni diverse. La proposta ora in discussione al Consiglio non riguarda la Turchia, ma la solidarietà che l’Unione europea deve avere con i paesi esteri che attualmente stanno portando un carico estremamente pesante nell’accogliere rifugiati, ben superiore a quello portato dall’Unione europea. Paesi come la Giordania, per esempio, o paesi come l’Egitto, che possono e devono essere beneficiari del sostegno dell’Unione europea. E il dibattito era su questo, non si è parlato della Turchia a questo proposito".

Ma se continuiamo a dar soldi alla Turchia, non pensa che cadremo in questa situazione di essere ostaggio della volontà altrui?

"Una cosa è assolutamente chiara: nessun paese ha il diritto di usare i rifugiati come strumento di pressione sui paesi vicini. L’Europa non può ignorare di essere essa stessa un fattore di attrazione. I rifugiati hanno molte origini e per affrontare l’intera questione migratoria bisogna agire nei paesi d’origine, nei paesi di transito, alle nostre frontiere e sulla capacità d’integrazione di chi entra in Europa. Dobbiamo anche distinguere fra immigrati e rifugiati. Questo implica un approccio globale alla strategia migratoria e non una singola misura che possa avere effetto su qualcosa. Dobbiamo anche renderci conto che le migrazioni esistono da quando esiste l’umanità e finché esiste l’umanità continueranno a esserci migrazioni, è un processo naturale della vita dell’umanità, e quindi è un fenomeno che va regolato come tutti gli altri fenomeni umani”.

"Non credo che siano stati i flussi all’interno dell’Europa il fattore di contagio"

Passiamo ora all’argomento che ha dominato l’attualità nell’ultimo anno e mezzo: la presidenza portoghese è iniziata mentre il Portogallo si trovava di fronte a una situazione molto complicata in relazione alla pandemia. Ci sono stati miglioramenti e ora stiamo assistendo di nuovo a una situazione molto più complicata. La mancanza di uniformità nelle regole di circolazione nello spazio europeo potrebbe complicare la lotta e la gestione di una possibile quarta ondata?

"Le regole e i criteri per l’armonizzazione sono contenuti nelle raccomandazioni: a ottobre è stato approvato un pacchetto di regole e il 14 giugno è entrata in vigore una nuova raccomandazione per l’armonizzazione dei criteri, e questi criteri consentono di gestire i flussi di circolazione. Non credo che siano stati i flussi all’interno dell’Europa il fattore di contagio. Il fattore di contagio esiste ogni volta che due persone si incontrano, e più persone si incontrano maggiore è il rischio di contagio, che provengano dall’esterno o dall’interno. Questo criterio non ha senso. I criteri di armonizzazione esistono, l’essenziale è che acceleriamo il processo di vaccinazione. Ciò che è stato dimostrato è che questa nuova variante delta ha un’enorme capacità di trasmissione, mentre non è stato dimostrato che vinca contro l’immunizzazione offerta dai vaccini. D’altro lato, poiché gran parte della popolazione più vulnerabile è già protetta, si è già avuto un effetto sia sulla mortalità che sulla gravità della malattia, molto inferiori a quelle che abbiamo avuto nelle altre ondate. Questo non vuol dire che possiamo rilassarci. Dobbiamo fare uno sforzo per sequenziare e identificare le varianti e tutti dobbiamo continuare a seguire le buone pratiche per proteggerci a vicenda".

Come ha accolto le critiche della cancelliera tedesca Angela Merkel alla decisione del Portogallo di aprire le porte ai britannici?

"Non abbiamo aperto le porte ai britannici, abbiamo seguito le raccomandazioni europee: i britannici, tenendo conto del livello di infezione in cui si trovano, devono sottoporsi a un test obbligatorio per entrare in Portogallo, e nessun britannico che non abbia presentato un test negativo è entrato in Portogallo".

Queste regole rimarranno ora che l'isola di Madeira è entrata nella "lista verde" del Regno Unito?

"Non abbiamo regole a seconda dei paesi. Abbiamo regole quantificate che si applicano a qualsiasi paese in funzione della situazione in cui si trova. Se il Belgio è al di sopra di un certo livello, si applicano queste regole, se è al di sotto si applicano altre regole. Le regole sono le stesse per Belgio, Regno Unito, Francia, Spagna, qualsiasi paese".

Molti mettono in relazione l’aggravamento della situazione con vari eventi, feste sportive, il caso della finale di Champions League...

"Ma è stato dimostrato che non è vero: la finale di Champions si è tenuta a Porto e due terzi dell’aumento dei casi cui stiamo assistendo ora si concentra esclusivamente nella regione di Lisbona, non ha nulla a che fare con la Champions. Anche per quanto riguarda i turisti è difficile che accada: le mete dei turisti britannici sono soprattutto l’isola di Madeira, dove l’aumento dei casi è minimo, e l’Algarve. Quindi, se due terzi del problema sono concentrati nella regione di Lisbona, sicuramente non ha niente a che fare con i turisti. Potrebbero esserci altri fattori. È anche necessario chiarire che l’aumento della pandemia in questa fase non ha nulla a che vedere con quanto avvenuto nelle fasi precedenti, in particolare dal punto di vista sanitario, della pressione sul Servizio sanitario nazionale o dal punto di vista della mortalità della nostra popolazione".

Piano per la ripresa: controlli rigorosi per scongiurare gli sprechi

Parliamo ora del Piano per la ripresa e la resilienza. La presidente della Commissione europea ha girato l’Europa per dare la buona notizia dell’approvazione dei vari piani. Il Portogallo deve ricevere più di 16 miliardi di euro, la Spagna quasi 80 miliardi, la Grecia 30 miliardi di euro. Il record è dell’Italia con 200 miliardi di euro. Il fatto di detenere la presidenza dell’Unione europea l’ha reso più modesto al momento di presentare il piano? O il Portogallo ha meno bisogno di altri paesi?

"I criteri per la distribuzione dei fondi sono stati fissati durante la presidenza tedesca, lo scorso luglio, quando abbiamo approvato questo strumento, e avevano a che fare con l’impatto della pandemia su quelle che erano le previsioni di crescita delle diverse economie. In quella fase stavamo lavorando con proiezioni, quindi è stato subito previsto che nel 2022 ci sarà una revisione, un aggiornamento dei criteri per la distribuzione. Di conseguenza a ciascun paese è stato assegnato un importo tenendo conto di quei criteri di distribuzione, tenendo conto della popolazione e anche dell’impatto della crisi. Come è noto, nella prima ondata Italia e Spagna sono stati i due paesi più colpiti, e quindi quelli che hanno ricevuto i maggiori aiuti dal Fondo per la ripresa e la resilienza".

Quest’afflusso di denaro negli Stati membri è quasi importante quanto i fondi europei che sono andati ad alcuni degli Stati membri al momento dell’adesione. Sono stati registrati vari errori, vari sprechi che hanno provocato una grave crisi in molti paesi europei. Esiste attualmente un meccanismo per controllare come verranno spesi i soldi di questo piano per la ripresa e la resilienza per evitare errori in futuro?

"Innanzi tutto va segnalato che il rapporto della Corte dei conti europea del 2019 sulla storia dei fondi europei dimostra che le frodi con i fondi europei sono residuali, rappresentano lo 0,75 per cento del totale dei fondi. Quindi non ci sono problemi con i fondi, esistono vari meccanismi di controllo che sono stati efficaci. Questa volta c’è un meccanismo di controllo ancora più esigente, dal momento che tutti i piani sono fatti su base contrattuale, con obiettivi, tappe e calendari. I fondi vengono resi disponibili man mano che questi obiettivi sono raggiunti e che questo calendario viene rispettato. I controlli sono molto rigorosi. In questi sei mesi di presidenza siamo riusciti, in primo luogo, a far ratificare a tutti gli Stati membri la decisione che ha consentito alla Commissione europea di emettere il debito. In secondo luogo, la Commissione europea ha emesso debito a condizioni molto migliori, con costi finanziari inferiori che se l’avessero emesso più stati. In terzo luogo, 24 Stati membri hanno già presentato i loro piani per la ripresa e la resilienza. 12 hanno già il via libera della Commissione europea. Il 13 luglio, al primo Ecofin della presidenza slovena, questi 12 piani per la ripresa e la resilienza dovrebbero essere approvati. Questo sarà fondamentale perché l’Europa, questa volta, realizzi la sua capacità di dare una risposta solida e congiunta a questa crisi economica, senza ripetere gli errori di dieci anni fa: una risposta che invece di camminare sulle strade dell’austerità deve percorrere la strada delle riforme e degli investimenti".

Il passaggio di testimone: tocca alla Slovenia

Qual è stato il momento più difficile di questa presidenza portoghese, degli ultimi sei mesi?

"Non ho ancora il distacco sufficiente per poterle rispondere. Sono stati tempi molto impegnativi dal punto di vista della lotta alla pandemia, soprattutto per quanto riguarda la messa in atto di tutti i piani per la ripresa e la resilienza. Siamo riusciti ad approvare tutta la legislazione sui fondi comunitari, il prossimo quadro finanziario pluriennale, l’ultimo pacchetto è stato approvato questa settimana, la riforma della Pac, incorporando per la prima volta la dimensione sociale e rafforzando la dimensione verde della Politica agricola comune. Siamo riusciti ad approvare la flessibilità delle norme di bilancio e delle norme sugli aiuti di Stato per consentire una risposta efficace a questa crisi. Il momento più importante per il futuro è quando siamo riusciti a passare dai principi generali del pilastro europeo dei diritti sociali al piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali: ora c’è un calendario con azioni concrete previste per trasformare in realtà questa dimensione sociale dell’Europa e fare dell’Europa un’autentica Unione europea che protegge, valorizza e sviluppa il suo modello sociale. Tutto questo è fondamentale per sostenere la doppia transizione, climatica e digitale. Un’altra tappa fondamentale è stata l’approvazione della nuova legge sul clima: per la prima volta abbiamo un continente con un impegno congiunto per la neutralità carbonica entro il 2050. Quindi penso che questa presidenza portoghese lasci una serie di segni molto significativi. Dobbiamo essere orgogliosi perché abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati: è tempo di agire per una ripresa equa, verde e digitale".

Il primo luglio la Slovenia assume la presidenza dell’Unione europea. Che consigli dà al governo sloveno per i prossimi sei mesi?

"Non do consigli, ho solo regalato al mio collega Janez Janša una bussola, che è una replica delle bussole utilizzate dai navigatori portoghesi, perché uno strumento di navigazione è sempre utile. Del resto per il presidente del Consiglio sloveno è la seconda presidenza europea, la prima è stata nel 2008, quindi sarà sicuramente una buona presidenza".