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Le condanne per disastro ambientale causato dall'Ilva di Taranto

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Ilva - Taranto
Ilva - Taranto   -   Diritti d'autore  ANDREAS SOLARO/AFP or licensors
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Arriva dopo 9 anni dai primi arresti e dal primo sequestro di parte degli impianti, dopo 5 anni di processo e 11 giorni di camera di consiglio la sentenza della Corte d’Assise di Taranto sul disastro ambientale causato dagli impianti dell’acciaieria Ilva.

Il vaso di Pandora è scoperchiato da tempo, l'ambiente è svenduto (Ambiente Svenduto, come è stata denominata l'inchiesta), ma adesso ci sono anche le condanne per i 47 imputati.
Tra questi, Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dello stabilimento di Taranto, sono stati rispettivamente condannati a 22 e 20 anni di reclusione.
21 anni, invece, a Luigi Capogrosso, ex direttore dell'impianto e 21 anni e 6 mesi per Girolamo Archinà, consulente dei Riva per i rapporti istituzionali.
Per Nichi Vendola 3 anni e mezzo: l'ex presidente della Regione è stato condannato per avere fatto pressioni sull'Arpa e sollecitato il suo direttore a essere più morbido nei confronti dell'impianto dei veleni, minacciandolo di non confermare il suo incarico alla direzione dell'agenzia.

Confermato dunque l'impianto accusatorio secondo il quale gli imputati sono responsabili di disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

È stata inoltre disposta la confisca degli impianti dell'area a caldo dello stabilimento. Una confisca che sarà operativa solo a valle del giudizio definitivo. Gli impianti di Taranto, ritenuti strategici per l'economia nazionale da una legge del 2012 confermata anche dalla Corte Costituzionale, restano dunque sequestrati, ma con facoltà d'uso da parte degli attuali gestori della fabbrica.