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Cosa è cambiato in Europa a un anno dall'omicidio di George Floyd?

Dopo l'omicidio di George Floyd anche in Europa ci sono state numerose manifestazioni del movimento Black Lives Matter
Dopo l'omicidio di George Floyd anche in Europa ci sono state numerose manifestazioni del movimento Black Lives Matter   -   Diritti d'autore  AP Photo
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È passato un anno dall'omicidio di George Floyd, l'afroamericano che il 25 maggio 2020 fu ucciso da un poliziotto a Minneapolis, negli Stati Uniti. Dopo la morte di Floyd la città fu scossa da enormi proteste per la giustizia razziale, che si sono allargate prima in tutti gli Stati Uniti e poi più lontano, con manifestazioni di massa che hanno avuto luogo in molte grandi città europee.

Queste proteste non si sono concentrate solo sulla brutalità della polizia. Il movimento Black Lives Matter ha guadagnato rapidamente popolarità anche in Europa e ha rilanciato il dibattito sulla discriminazione sistematica e persino del passato coloniale dell'Europa. Un anno dopo l'omicidio che ha scatenato un'estate di proteste quanto è effettivamente cambiato in Europa?

La brutalità della polizia "un problema anche in Europa"

"Dove ci sono stati cambiamenti promettenti, siamo ancora nella fase di attuazione, ma l'impatto non si è ancora sentito sul terreno", dice Ojeaku Nwabuzo, ricercatrice della Rete europea contro il razzismo (ENAR), sigla che riunisce un gruppo di ong antirazziste. Nwabuzo ha detto a Euronews che la rivolta di Black Lives Matter "è stata la scintilla di molte discussioni in Europa sulla violenza della polizia", ma i cambiamenti concreti devono ancora essere visti.

Nwabuzo sta lavorando a una ricerca sulla brutalità della polizia in Europa tra il 2015 e il 2020, e sottolinea che c'è un "grande vuoto di dati" in tutto il continente quando si tratta di registrare la violenza della polizia contro i gruppi minoritari. "Quello che sappiamo - sottolinea - è che c'è un problema con la polizia e le forze dell'ordine che brutalizzano, profilano e sorvegliano in modo sproporzionato determinati gruppi razziali".

Ma molte delle richieste su cui organizzazioni come la sua hanno lavorato per anni - ad esempio guardare "alle forme strutturali e sistemiche di razzismo" - sono state rapidamente ascoltate e messe in pratica dopo lo scoppio delle proteste, "in particolare nell'UE".

Il piano d'azione dell'UE sul razzismo

Nel giugno dello scorso anno, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione dopo le proteste, affrontando il tema del razzismo strutturale e la brutalità della polizia in Europa. Alla risoluzione ha fatto seguito un piano d'azione della Commissione contro il razzismo, lodato dagli attivisti.

"Questa è una risposta diretta al movimento Black Lives Matter", dice Nwabuzo. "Il modo in cui questi piani sono stati sviluppati, il linguaggio usato, il riconoscimento del razzismo strutturale e sistematico da parte della Commisione in un modo mai visto prima".

La deputata Evin Incir, co-presidente dell'intergruppo antirazzismo e diversità del Parlamento europeo, dice a Euronews che il piano d'azione è stato "un segno importante che la Commissione ha immediatamente preso sul serio questa situazione".

Per Incir le proteste hanno messo sotto pressione anche quei politici "che non pensavamo avrebbero votato per la formulazione contenuta nella risoluzione". Inoltre, la deputata sostiene che la recente nomina della prima coordinatrice antirazzismo dell'UE - Michaela Moua - è "molto importante".

Il ruolo di Moua è quello di coordinare l'attuazione del piano d'azione, che secondo Incir non ha ancora dato frutti nella vita quotidiana delle persone. Il piano contiene proposte per migliorare le politiche di applicazione della legge, la sicurezza dagli estremisti e una maggiore uguaglianza in settori come l'occupazione, la salute e gli alloggi. Tuttavia la legislazione aggiuntiva per colmare eventuali lacune non arriverà prima del 2022.

Nwabuzo ritiene che le proteste in Europa sono state "davvero significative" nel forzare azioni concrete a livello legislativo. "Le proteste hanno messo l'antirazzismo e la giustizia razziale nell'agenda politica, i politici non potevano più ignorare la questione".

"È importante che continuiamo a far sentire la nostra voce sulla questione, che non ci fermiamo", dice Incir. "La voce della gente è arrivata ai legislatori, ma la gente ha bisogno di continuare a mobilitarsi per l'antirazzismo perché, purtroppo, ci sono alcuni legislatori che hanno la memoria molto corta".

Commemorazioni coloniali

Le proteste hanno anche costretto alcuni paesi europei a fare i conti con il loro passato coloniale. I dimostranti hanno preso di mira statue in luoghi pubblici che commemorano figure legate alla violenza coloniale e alla tratta degli schiavi.

A Bristol, nel Regno Unito, una folla ha abbattuto la statua di Edward Colston - un ricco "filantropo" che ha fatto la maggior parte della sua fortuna nel commercio di schiavi - e l'ha gettata nel fiume. Atti simili si sono verificati in Belgio, dove molte statue del re Leopoldo II - noto per il suo dominio sullo Stato Libero del Congo - adornano le strade.

Per Daphné Budasz, ricercatrice dell'Istituto Universitario Europeo, il dibattito sulle statue esisteva molto prima delle proteste del 2020, specialmente in paesi come il Regno Unito e il Belgio. Ma ha allargato il dibattito, aprendo conversazioni simili in paesi che fino ad allora non vi avevano prestato molta attenzione.

"Vivo in Svizzera e gli svizzeri di solito non considerano di avere un legame con la storia coloniale - dice Budasz a Euronews - ma anche qui l'anno scorso abbiamo avuto un dibattito su una statua a Neuchâtel, un tizio chiamato David de Pury, che ha fatto fortuna con la tratta degli schiavi. Questo era un dibattito inesistente, e improvvisamente a causa di Black Lives Matter è diventato visibile anche qui".

Tuttavia, lo slancio intorno a questo tema sembra essersi arrestato. Proprio la scorsa settimana, nel Regno Unito, l'annosa campagna per far rimuovere una statua del colonialista Cecil Rhodes da un college dell'Università di Oxford ha subito un'altra battuta d'arresto.

Nonostante abbia dichiarato di essere d'accordo che la statua - da anni al centro della campagna #RhodesMustFall - dovrebbe essere rimossa, l'Oriel College sostiene che gli alti costi e le complesse regole di pianificazione del patrimonio non permettono la sua rimozione. Il college ha invece annunciato che lavorerà sulla "contestualizzazione" del suo rapporto con Rhodes.

"Ho l'impressione che non ci sia una reale volontà politica di discutere adeguatamente questa questione", dice Budasz a proprosito della risposta del presidente francese Emmanuel Macron alle richieste di abbattere le statue. "La Francoa non cancellerà nessuna traccia o nome dalla sua storia", ha detto l'anno scorso il presidente francese durante un discorso televisivo. "Non dimenticherà nessuna delle sue opere, non rimuoverà nessuna delle sue statue".

"Quello che stanno suggerendo è che le persone che chiedono la rimozione sono quelle reazionarie, quelle che vogliono cambiare la storia", dice Budasz. "Noi non vogliamo cambiare la storia. Il dibattito è troppo polarizzato e c'è una sorta di rifiuto di capire l'elemento simbolico nei monumenti e il significato della commemorazione".

Per Budasz il dibattito sulle statue ha raggiunto per un po' di tempo un pubblico più ampio, ma ora coloro che ancora combattono per la rimozione delle reliquie coloniali sono di nuovo in minoranza. "Usiamo ancora la storia come uno strumento per costruire o rafforzare le identità nazionali, quando la storia dovrebbe essere uno strumento critico per capire la società di oggi", sostiene la ricercatrice, sottolineando che i monumenti hanno lo scopo di commemorare. "Una statua non è un artefatto storico, non è un archivio, è una narrazione della storia. È stata messa lì apposta".