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Ex brigatisti, l'ex ministro Flick: "riconosciuto il lavoro della giustizia italiana"

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Di Antonio Michele Storto
16 marzo 1978, la polizia interviene in via Fani dopo il sequestro di Aldo Moro
16 marzo 1978, la polizia interviene in via Fani dopo il sequestro di Aldo Moro   -   Diritti d'autore  Uncredited/ASSOCIATED PRESS
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Sono di nuovo tutti in libertà i nove tra ex militanti e terroristi italiani che tra mercoledì mattina e giovedì erano finiti nelle mani della giustizia francese. Gli ultimi due, Luigi Bergamin e Raffaele Ventura, che in un primo momento si erano dati alla fuga, si sono costituiti ieri a poche ore di distanza l'uno dall'altro, mentre resta ancora ricercato Maurizio Di Marzio.

Com'era prevedibile, nessuno dei nove ha accettato l'estradizione in Italia: toccherà dunque ora alla giustizia francese decidere, caso per caso, se riconsegnarli a Roma.

Nella valutazione del giudice - che ha stabilito che i nove non dovranno attendere l'esito dell'esame in carcere, ma sottoposti a diverse misure di libertà vigilata - è certamente pesata l'età degli imputati e le precarie condizioni di salute in cui alcuni versano, oltre ai decenni ormai trascorsi dai reati contestati.

Una decisione che è stata accolta come una doccia fredda da molti commentatori italiani, che mercoledì mattina già celebravano la "fine della dottrina Mitterrand" e oggi tornano a lanciare strali contro una giustizia francese che hanno sempre accusato di eccessiva tenerezza nei riguardi dei terroristi italiani.

Filtro politico

Una lettura diversa la fornisce Giovanni Maria Flick, docente di diritto, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale dal 2008 al 2009, nonché ministro di Grazia e giustizia con il primo governo Prodi e in seguito rappresentante italiano alla Corte europea dei diritti umani.

"Qualunque considerazione sulla dottrina Mitterrand, o su analoghe valutazioni fatte in passato - spiega - a questo punto è fuori luogo, perché pertiene a un filtro d'ordine politico che la Francia ha ritenuto finora di applicare, ma che nel momento stesso dell'arresto è, almeno momentaneamente, accantonato".

Se la promessa di non estradare gli ex protagonisti degli anni di piombo, da parte di Mitterrand, fu dunque un questione d'ordine politico, oggi la palla è di fatto tornata nel campo dei giudici.

"E a questo punto - precisa il Professore - spetta soltanto a loro stabilire se gli imputati andranno estradati in Italia: ma è bene tenere a mente che la valutazione sarà compiuta dai giudici francesi con il metro della legge e della giustizia francese e non di quella italiana. E si tratta di un processo che potrebbe andare avanti anche a lungo, perché potrebbe passare attraverso i vari gradi d'appello, per poi finire eventualmente sul tavolo della Corte europea dei diritti umani".

Una questione di giurisdizione

Dunque, secondo l'ex Ministro, è bene ricordare "che i giudici francesi non applicano la legge italiana, né ci si può aspettare questo da loro". "In base alla legge vigente per le estradizioni - continua - valuteranno se siano stati rispettati i requisiti in base al principio del giusto processo, secondo la legislazione a quel tempo in vigore in Francia".

Proprio questo, del resto, fu il punto cardine nell'elaborazione della cosiddetta dottrina Mitterrand, che secondo Flick "rimetteva però la valutazione alla politica e non ai giudici francesi, con una formula sostanzialmente ambigua e generica".

A chi rinfacciava alla Francia di venir meno agli obblighi internazionali sull'estradizione, l'allora presidente socialista era solito rispondere che neppure alcune delle condanne, comminate quasi esclusivamente sulla base delle testimonianze dei collaboratori di giustizia, potevano essere ritenute perfettamente in linea con gli standard di garanzia europei. "Quindi - sottolinea l'ex Ministro - un giudizio globale politico, e non uno specifico giudizio giuridico, come richiedeva la legge

"Le obiezioni di merito allo svolgimento dei quei processi - spiega a tal proposito Flick- sono obiezioni che rispetto, ma non rientrano nell’ambito del discorso sull’estradizione. Nell’estradizione chi decide non è l’autorità politica ma il giudice, ferma restando la possibilità di un successivo intervento politico che valga a paralizzare, sotto quest’ultimo profilo, il giudizio del magistrato. Non è percorribile la strada di un'obiezione aprioristica d'ordine politico, che incolpi l’Italia di non aver rispettato le garanzie processuali".

Secondo l'ex Ministro, però, "c'è da dire che l'asserita rinunzia a questa dottrina e dunque il passaggio di consegne dalla politica alla giustizia rappresenta un implicito riconoscimento del lavoro svolto al tempo dall'Italia".

"La quale Italia, mi sembra giusto sottolinearlo, pur in un'epoca di profonde fratture sociali e politiche, non volle procedere con leggi, procedimenti giuridici o tribunali a carattere speciale, ma rimase ben ancorata alle fondamenta del proprio sistema costituzionale e del proprio diritto".

Cosa bisogna aspettarsi ora

"Se la domanda di estradizione verrà accolta - precisa l'ex Ministro - sarà il giudice italiano, entro i limiti dell’estradizione stessa, a seguire l’esecuzione della pena come per tutte le altre persone condannate, tenendo conto delle condizioni di salute di queste ultime e dell’eventuale loro percorso per una responsabilizzazione e quindi rieducazione".

"Ogni altra discussione sul perdono o sulla possibilità di avviare un processo di “giustizia riparativa” - conclude - mi pare prematura in questo momento e potrà avere corso eventualmente dopo che sia iniziata l’esecuzione della pena, il cui differimento di molti anni non è certo imputabile all’Italia"