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Fuggire da Raqqa

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Di Anelise Borges
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Fuggire da Raqqa
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Molti dei rifugiati siriani venuti in Europa vengono da Raqqa. Città devastata due volte, prima da Isis e poi dai bombardamenti alleati. Abbiamo incontrato tre di loro a Eskilstuna, in Svezia.

La capitale dello Stato islamico, "una bellissima città abitata da persone gentili"​

"Raqqa era una bellissima città sul fiume Eufrate, abitata da persone molto gentili e molto semplici. Prima non c'era terrorismo. Quello che è successo alla città è molto triste". La testimonianza è di Mohammed Jasem Shaban, un attivista per i diritti umani fuggito in Europa all'inizio del conflitto siriano, spinto da sua madre, che temeva di vederlo arruolato contro la sua volontà nell'esercito di Damasco.

"Quello che è successo" a Raqqa ha segnato un altro capitolo brutale della guerra in Siria. La città è diventata famosa in tutto il mondo come la capitale del sedicente "Stato Islamico". Mohammed aveva già lasciato la città, ma ha vissuto gli orrori perpetrati da Isis da lontano, attraverso sua madre e il resto della sua famiglia.

"Un giorno - racconta - sono andati a casa di mia madre e le hanno chiesto perché lavoravo per un'organizzazione per i diritti umani. Per loro siamo degli infedeli. Le hanno intimato di spingermi a lasciare il lavoro, e lei mi ha chiesto di smettere, perché li conosceva e sapeva che era una pericolosa minaccia implicita".

Lasciare la Siria e Raqqa non è stata una scelta per Mohammed ma, dice, il prezzo da pagare per vivere in pace: "La Svezia mi ha aiutato, ha aiutato la mia famiglia, la mia moglie, i miei figli... Questo ora è il mio paese".

​Guardare i video di Daesh "per vedere chi avevano ucciso"

Mohammed non è l'unico rifugiato proveniente da Raqqa a Eskilstuna, a un centinaio di chilometri da Stoccolma.

Al culmine della cosiddetta crisi dei rifugiati, nel 2015, la Svezia accolse il più alto numero di richiedenti asilo per abitante dell'Unione europea. Un terzo erano siriani. Qui arrivarono decine di famiglie da Raqqa.

Fra di loro c'erano Ismail Kadro e Hamza Alkhedr, entrambi medici che lavorano ora nell'ospedale locale. E cercano di dimenticare le scene di decapitazione viste nei video diffusi da Daesh: "A volte li guardavamo - spiega Ismail - perché eravamo preoccupati per la nostra famiglia, i nostri amici e i nostri vicini... Per vedere chi avevano ucciso".

​​I bombardamenti della coalizione

Ad aggiungere trauma su trauma, Raqqa ha dovuto subire anche una campagna aerea di quattro mesi condotta dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico, in cui si stima siano rimasti uccisi circa 1.600 civili. Fra questi ci sarebbero madre, fratello, cognata e nipoti di Ismail: "È successo l'8 gennaio 2016 a Raqqa, durante i bombardamenti della coalizione internazionale - racconta -. Ma non so chi abbia bombardato la mia casa, chi abbia ucciso la mia famiglia. Non lo so. Assad, l'America, la Francia, i britannici, gli olandesi... Non lo so. I siriani hanno milioni di storie da raccontare come la mia. Ma la gente qui in Europa non sa quello che è successo. Ci vedono come criminali, vedono i profughi che arrivano e pensano che tutti i rifugiati vengono perché vogliono i soldi, vogliono le donne... Ma non sanno perché abbiamo lasciato il paese".