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Siria, guerra civile: la scelta di imbracciare le armi

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Siria, guerra civile: la scelta di imbracciare le armi
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Khaled K.K. è un ex combattente dell'opposizione siriana al governo di Bashar al-Assad.

Khaled - che ora vive in Europa - aveva ottenuto una borsa di studio all'AUB di Beirut. Era dunque in Libano quando ha deciso di tornare in Siria per unirsi ai ribelli alla fine del 2010 (all'età di 19/20 anni). Non è stato un passaggio immediato: "Abbiamo continuato a chiedere, chiedere, chiedere aiuto alla comunità internazionale - dice lui - perché era l'unica cosa che potevamo fare. Ma poi abbiamo perso la speranza. E ci siamo detti ok, dobbiamo contare su noi stessi, su quello che abbiamo".

Siria, la guerra dei ribelli

Quelle che erano iniziate come manifestazioni pacifiche nel 2011, alla fine sono degenerate. La brutale repressione del governo contro i manifestanti ha spinto i militari a disertare e a formare un movimento di resistenza armata. La nascita dell'Esercito Siriano Libero ha segnato l'inizio di una nuova fase della rivolta.

Khaled aveva solo 21 anni quando ha deciso di combattere per una 'Siria diversa': "Ero giovane e non ero un medico, non sapevo cos'altro fare. Così ho scelto di combattere, di imbracciare un'arma e combattere. Ma, come vi ho detto, non sapevo come usarla. Non avevo mai visto una vera arma. Il più delle volte sentivo di fare la cosa giusta, ma mi sono messo in discussione, perché quello che facevo, a volte, era portar via la vita alle persone".

Escalation di violenza: vittime, rifugiati e sfollati

Entrato in guerra civile, il Paese si spezza: le repressioni e i bombardamenti delle forze governative siriane si moltiplicano e all'inizio del 2012 raggiungono la capitale Damasco, oltre che la seconda città maggiore del Paese, Aleppo. I ribelli aumentano di numero e arruolano anche molti miliziani stranieri e diversi gruppi ottengono armi e finanziamenti da parte di altri Paesi, tra cui l'Arabia Saudita ed il Qatar che estendono il loro supporto anche a gruppi islamisti più radicali.

Entro il secondo anno del conflitto, un milione di civili sono fuggiti e altri due milioni sono sfollati internamente. In seguito all'escalation di violenza, gli Stati Uniti hanno inviato un messaggio ai leader siriani.

La 'linea rossa' da non oltrepassare

L'allora presidente Usa Barack Obama parla di una 'red line' da non oltrepassare: "Siamo stati molto chiari con il regime di Assad e anche con altri gruppi sul terreno. C'è una linea rossa per noi. Se cominciamo a vedere un sacco di armi chimiche che si spostano o vengono utilizzate, questo cambia il mio calcolo, cambierebbe la mia equazione".

Esattamente un anno dopo, l'area ribelle di Ghouta diviene teatro dell'impensabile: razzi contenenti l'agente chimico Sarin colpiscono le zone controllate dall'opposizione, uccidendo centinaia di persone. La "linea rossa" di Barack Obama era stata superata e l'attacco chimico anticipava l'intervento diretto dell'Occidente in Siria.

Khaled, da combattente a rifugiato

Dopo Ghouta, Khaled è rimasto gravemente ferito ed è riuscito a lasciare la Siria per le cure mediche. Oggi, l'ex combattente dice di essere un rifugiato e che il suo coraggio è stato davvero messo alla prova: "Ho imparato che la violenza non porta da nessuna parte e che affrontare la vita è pericoloso quanto affrontare la morte. Ha solo bisogno di più energia. Distruggere è facilissimo, uccidere può essere molto facile. Ma guadagnare fiducia, diffondere la felicità e la conoscenza, ricostruire, tutto questo è super difficile. Super difficile".