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Taranto: dopo l'accordo Mittal-governo il territorio ionico si sente tradito

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L'accordo su Taranto, firmato da ArcelorMittal e, attraverso Invitalia, dal ministero dell'Economia vede lo Stato tornare azionista di maggioranza nel 2022. I politici locali però non sono d'accordo e riconsegnano le fasce tricolore.

Il presidente della provincia della città ionica, Giovanni Gugliotti, ci spiega il significato di un gesto così eclatante.

Euronews: Cosa vi ha spinto a un gesto del genere?

Giovanni Gugliotti, presidente provincia di Taranto: Noi abbiamo contestato il metodo. Abbiamo consegnato le fasce al prefetto perché il governo e un imprenditore privato sottoscrivono un accordo che avrà ripercussioni importanti sul futuro del nostro territorio e non ritengono di dover coinvolgere gli enti locali. Tutti i sindaci della provincia a cominciare dal primo cittadino di Taranto. Non coinvolgono il presidente della provincia e noi abbiamo una serie di competenze in campo ambientale. In qualsiasi altra parte del mondo, quando si discute di vertenze così importanti con conseguenze anche in campo sanitario, ambientale e occupazionale il minimo è coinvolgere le realtà sociali.

Euronews: Lei ci sta dicendo che un accordo è stato firmato e al momento ancora non conoscete i termini?

Giovanni Gugliotti, presidente provincia di Taranto: Non sappiamo nulla. Noi dobbiamo raccogliere i dati come se fossimo dei ladri, prendere informazioni quasi di nascosto perché nessuno ci ha informato. Nessuno ci dice niente. Non è possibile. Dovremmo sapere prima quali sono i termini. Dovremmo essere in condizione di dire la nostra. Vorremmo contribuire alla stesura del documento.

Euronews: Se scopriste che i termini dell'accordo vanno contro gli interessi della città e del territorio, quali sarebbero i passi che potreste intraprendere?

Giovanni Gugliotti, presidente provincia di Taranto: Siamo disposti a tutto. Ci siamo messi d'accordo con i sindaci del territorio. Aspettiamo la risposta del governo, vediamo come si comporterà dopodiché valuteremo le soluzioni possibili della nostra protesta.

Euronews: Se Superman fosse tarantino l'Ilva sarebbe la kryptonite. Molti politici nazionali, espressione del territorio a livello nazionale, non osano esprimere un'opinione al riguardo. Temono di prendere posizione. Qual è la sua?

Giovanni Gugliotti, presidente provincia di Taranto: Dovrebbero dire non solo a me al sindaco di Taranto e agli amministratori locali, ma anche ai 500.000 cittadini del territorio, come la pensano. Non è possibile che su di una vertenza così importante i parlamentari che ci rappresentano a livello nazionale, non dicano nulla. Io ignoro cosa pensano i parlamentari, espressione della provincia di Taranto. Non è possibile che non dicano come la pensano sulla vertenza più importante della storia della città. In base alle scelte di oggi decidiamo i prossimi dieci, trenta, cinquant'anni del nostro territorio.

Euronews: Pensate di rivolgervi alle istanze europee se non dovessero ascoltarvi le autorità nazionali?

Giovanni Gugliotti, presidente provincia di Taranto: Certamente. Inoltre questa è una vertenza che interessa l'Europa. Abbiamo il compito, l'obbligo, di dire come la pensiamo e che cosa vogliamo fare. I cittadini quando si tratterà di prendere decisioni, e non parlo solo delle prossime elezioni, quando si tratterà di ricordarsi chi ha fatto cosa e chi ha ignorato il problema e bisognerà confrontarsi, speriamo di no, con altre morti, sapranno a chi rivolgersi. Oggi è il momento della verità.

Anche l'economista Giulio Sapelli raggiunto da Euronews ha criticato questo gesto del governo affermando che lo stato deve creare le condizioni per una produzione pulita e per un ambiente economico favorevole agli investimenti, non diventare partner commerciale di un'impresa privata.

Giulio Sapelli, economista: Così non si doveva fare. È ora di inventarsi una presenza nuova dello Stato. Il metodo è sbagliato. Il metodo IRI, quello delle partecipazioni statali, è superato. L'IRI è nata dopo la prima guerra mondiale, dopo la crisi del 1929, dopo la seconda guerra mondiale. L'abbiamo fondata nel 1933, ma la rifondiamo nel secondo dopoguerra. Oggi non abbiamo le persone da mettere a capo dell'IRI. Doppiamo pensare a uno stato imprenditore diverso dalle partecipazioni statali. Bisogna fare dell'Iri una not for profit. un'azienda che non vada più a carbone come abbiamo fatto con l'ultima gara quando abbiamo dato lo stabilimento in mano all'unica cordata che non andava ad ossigeno. C'era una cordata metà italiana e metà indiana che usava ossigeno. Abbiamo dato Ilva in mano a una cordata che usa il carbone. Un interlocutore come la Mittal che aveva già detto che era in sovraccapacità produttiva e che comprava Ilva per chiuderla.

Qui commettiamo un altro errore. Ridiamo tutti a Cassa Depositi e Prestiti. Non è possibile continuare a mettere pesi sulla Cassa Depositi e Prestiti che peraltro vive attingendo a capitali dal mercato, ma anche sul risparmio postale. Sono per la trasformazione dell'Ilva che vada ad ossigeno. E poi che non ci sia lo stato imprenditore diretto. lo stato deve istituire un fondo e poi dev'essere gestita not for profit. Che tutti i guadagni ottenuti da questa impresa, senza azionisti ma che funzioni come una specie di cooperativa, devono essere destinati al riammodernamento e all'ammortamento delle spese. Quindi nessuno consiglio d'amministrazione, un amministratore delegato unico con uno stipendio giusto e che non si arricchisca con le stock options. E niente carbone, ma soltanto ossigeno. Questo dev'essere il piano Ilva, qualsiasi altra cosa è destinata a distruggere l'ambiente, ridurre l'occupazione e portare l'azienda al fallimento.