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Egitto, decine i detenuti legati all'Europa: chi sono gli "altri" Zaky

Roma, un murale ritrae in un abbraccio lo studente incarcerato Patrik Zaki con il ricercatore Giulio Regeni, ucciso dalle forze di sicurezza egiziane
Roma, un murale ritrae in un abbraccio lo studente incarcerato Patrik Zaki con il ricercatore Giulio Regeni, ucciso dalle forze di sicurezza egiziane   -   Diritti d'autore  Gregorio Borgia/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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Per un attimo, probabilmente, i suoi cari avevano sperato di poterlo riabbracciare almeno in tempo per il Natale copto, che cade il 7 di gennaio. Ma per Patrick Zaky - lo studente egiziano che lo scorso febbraio fu arrestato con l'accusa di "propaganda sovversiva" poco prima di poter tornare a Bologna, dove stava svolgendo il programma Erasmus - la detenzione si prolungherà di almeno un altro mese e mezzo.

Zaki, che come ha sottolineato Amnesty international proviene da una famiglia cristiana di rito copto, dovrà quindi trascorrere in una cella del carcere di Tora, a sud del Cairo, anche il giorno della natività.

Ma il suo caso - che pure ha trovato una enorme eco mediatica e politica, con appelli per la scarcerazione arrivati anche da celebrità come Scarlett Johansson - non è certo l'unico a far discutere circa la violenza con cui il regime di al-Sisi tende a trattare il dissenso.

Soltanto nella stessa seduta di Zaky, oltre 700 misure di sorveglianza sono state confermate dal giudice del Terzo circuito della Corte penale, deputato in teoria occuparsi di "terrorismo", una voce sotto la quale in realtà in Egitto vengono spesso incasellate vicende di dissenso e propaganda scomoda al regime, come nel caso di Giulio Regeni.

"Soltanto un imputato su 738 è riuscito a riguadagnare la libertà nella stessa sessione" ha spiegato a Euronews Hussein Baoumi, ricercatore e portavoce di Amnesty International in Egitto.

Gli "altri" Zaky

Tra i 737 imputati che i giudizi egiziani hanno ritenuto di lasciare in carcere, Zaky non era peraltro l'unico ad avere legami con l'Europa, circostanza questa che fin dall'inizio ha fatto della sua detenzione un caso mediatico e politico.

La misura di sorveglianza, lunedì scorso, è stata prolungata ad esempio anche per Ramy Shaat, un attivista palestinese sposato con Céline Lebrun, cittadina francese ed insegnante di scienze politiche, che, parlando con l'agenzia AFP, ha rimarcato come il fascicolo del marito sia rimasto "completamente vuoto". "Le accuse di 'disordini contro lo Stato' - ha aggiunto la donna - sono prive di qualsiasi prova o fondamento". Ad oggi, la custodia cautelare per Shaat è stata rinnovata 19 volte in 17 mesi . Céline ha potuto parlargli al telefono soltanto due volte, una volta nel maggio 2020 e l'ultima nell'agosto dello stesso anno.

La Professoressa Lebrun è fortemente critica nei confronti dell'approccio "cerchiobottista" adottato dalla Francia, che nell'Egitto di al Sisi vede un "fattore di stabilizzazione regionale", ragione che, due giorni orsono, per Emmanuel Macron è stata sufficiente a riconfermare l'intenzione di continuare a vendere armi a quello che oggi è il miglior cliente della Francia, l'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi.

"Ho l'impressione che l'Egitto assomigli sempre più ad una pentola a pressione pronta ad esplodere", dice la docente, secondo la quale dissidenti come suo marito potrebbero "canalizzare un'opposizione pacifica e democratica".

Secondo Lebrun l'Unione Europea e le istituzioni internazionali "hanno i mezzi per far ragionare l'Egitto". La prova provata di ciò sarebbe il rilascio di altri tre attvisti di primo piano, Gasser Abdel Razek, Mohamed Basheer e Karim Ennarah, dirigenti della medesima ong egiziana a cui faceva riferimento anche Zaky, la Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) e scarcerati proprio in seguito alle forti pressioni ricevute dalla comunità internazionale, che hanno trovato un aprice con l'appello di 17 Ong alle quali si è unita anche la voce di Scarlett Johansson.

I timori per l'avvocata dei diritti umani

Tra gli imputati di accuse come "propaganda sovversiva o incitamento alla violenza e al terrorismo" che i giudici egiziani hanno lasciato in carcere, spicca poi il caso di Hoda Abdelmoniem, avvocata 63enne specializzata in violazioni dei diritti umani, molto conosciuta in Egitto, la cui figlia - che vive a Bruxelles - si sta battendo ormai da due anni per la sua liberazione. L'ultima volta i suoi familiari - ai quali continua ad essere negata ogni visita in carcere - hanno potuto vederla durante un'udienza dello scorso 27 ottobre; ma nel frattempo, Abdelmoniem sarebbe stata ricoverata per insufficienza renale, e le sue condizioni sembra siano in rapido peggioramento.

C'è poi il caso di Karim Ennarah, uno dei tre attivisti rilasciati la scorsa settimana, sposato con una cittadina britannica; i cui beni, esattamente come per gli altri due compagni scarcerati, sono stati congelati dal governo egiziano.

Giornalisti deportati

"Se si parla di casi con una qualche connessione con l'Europa - spiega Baoumi - non si può non menzionare i numerosi giornalisti deportati per aver infastidito il regime nello svolgimento del loro lavoro".

Tra questi - sottolinea Baoumi - c'è anche un'italiana, Francesca Borri, che lo scorso autunno fu trattenuta e poi espulsa dall'aeroporto del Cairo, dov'era appena arrivata per uno dei suoi reportage.

C'è poi Bel Trew, giornalista britannico del Times, che fu arrestato e poi espulso mentre lavorava nel quartiere di Shubra, sobborgo operaio del Cairo. Tra i più recenti c'è poi il caso di Ruth Michaelson, una giornalista tedesco-britannica che lavorava per il Guardgian, e che lo scorso marzo le forze di sicurezza hanno pensato bene di espellere per aver suggerito che i casi di Covid nel Paese potessero essere molto più numerosi rispetto alle cifre ufficiale fornite dal governo.

Basta con il lassismo

Secondo molti analisti, commentatori ed esperti di diritti umani, le politiche repressive di al-Sisi,oltre che dall'approccio "cerchiobottista" adottato dalla Francia, sarebbero state incoraggiate anche dal lassez faire molto più pronunciato da parte dell'amministrazione Trump, che secondo Baoumi avrebbe offerto "supporto incondizionato, non vincolato ad alcuna forma di rispetto dei diritti umani",

Per questo, attivisti e Ong raccomandano di subordinare qualsiasi aiuto all'Egitto a progressi concreti sul tema dei diritti umani, come del resto è nelle intenzioni del presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.