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La Serbia aveva scommesso molto su Trump, e ha perso. Le cose si mettono male per Vučić

Il presidente serbo Aleksandar Vučić durante una conferenza stampa a Belgrado
Il presidente serbo Aleksandar Vučić durante una conferenza stampa a Belgrado   -   Diritti d'autore  Darko Vojinovic/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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Il presidente serbo, Aleksandar Vučić, non ha motivi per festeggiare l'elezione di Joe Biden come prossimo presidente USA.

Quattro anni fa, "era stato eletto un presidente americano, lui stesso nazionalista, sciovinista e xenofobo. Aveva incentrato il suo messaggio in campagna elettorale sulla volontà di rovesciare e sovvertire, nella sua interezza, la politica estera americana. E così [in Serbia] le élite politiche hanno iniziato a pensare di potersi rivolgere davvero a Trump", dice Jasmin Mujanovic, politologo e co-conduttore del podcast Sarajevo Calling.

Quattro anni dopo, il 4 settembre 2020, le più rosee aspettative serbe hanno effettivamente trovato riscontro, e Vučić si è presentato alla Casa Bianca per firmare gli accordi con il primo ministro kosovaro, Avdullah Hoti.

Le due nazioni, che si sono fatte la guerra nel 1998, ripristineranno alcuni legami economici, anche se la Serbia non si è ancora impegnata a riconoscere il Kosovo (che ha dichiarato l'indipendenza da Belgrado nel 2008).

É stata considerata una vittoria diplomatica per Vučić. La Serbia da 20 anni subisce pressioni per accettare l'indipendenza del Kosovo anche da parte di Bruxelles, che di fatto l'ha resa una condizione per l'ingresso del Paese nella UE.

Trump, assieme al suo inviato Richard Grenell, non ha richiesto a Vučić di attraversare quel Rubicone, ma il presidente serbo è riuscito a portare a casa una fastosa cerimonia con tanto di accordo di pace alla Casa Bianca... senza però che si trattasse di una vera e propria pace.

Tra Serbia e Kosovo non si spara in realtà da 20 anni, nonostante i commenti di Trump sulla "tremenda morte, per un periodo lungo di tempo".

Tuttavia, sussistono ancora dispute molto tangibili sui territori settentrionali a maggioranza serba del Kosovo. Il destino di questi territori non fa parte dell'accordo, e quindi di fatto non è stata aperta alcuna porta a Pristina.

"Non so se qualcuno crede davvero che [Vučić] abbia un qualche tipo di merito", aggiunge Mujanovic. "Quanto è stato concordato riguarda un esiguo numero di questioni economiche, non c'è davvero nulla che valga la pena di farsi un giro alla Casa Bianca".

Ad un certo punto, durante la conferenza stampa congiunta, il presidente degli Stati Uniti è partito per una tangente, ha iniziato a parlare con Vučić di Novak Đoković, star del tennis serba, e infine del numero di serbi in NBA.

"Sono tutti alti come te", ha detto Trump, rivolgendosi a Vučić, "forse anche un po' più alti".

Per quanto bizzarra sia apparsa tutta la faccenda, si è trattato comunque di un meeting di alta diplomazia alla Casa Bianca. Un incontro per il quale la Serbia aveva lavorato duramente.

Belgrado aveva usato tutti i possibili canali diplomatici dal 2016 in avanti, contattando più volte l'entourage di Trump a Washington. Ad un certo punto, nel 2019, è arrivata anche una visita molto poco convenzionale: quella di Tiffany Trump, la figlia più giovane del presidente, recatasi a Belgrado per lo Spring Break.

Non c'è da stupirsi, quindi, che prima delle elezioni del 3 novembre, Vučić si sia apertamente schierato per Trump. Il suo alleato, il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, si è spinto ancora più in là, definendo Biden "un odiatore di Serbi" ed esortando i serbo-americani a votare per il magnate.

La vittoria di Biden - checché ne dica Trump - è certamente una cattiva notizia per Vučić e i suoi alleati.

"Certamente, la vittoria di Biden è stata un duro colpo per Vučić ", indica Florian Bieber, analista del Centro di Studi del Sud-Est Europa dell'Università di Graz. "Per la questione Kosovo, Vučić ha scommesso sull'approccio transazionale, approfittando di un'amministrazione statunitense che non ha rispettato le antiche alleanze - tra le quali, il sostegno al Kosovo".

Primo ministro della Serbia dal 2014, Vučić è stato eletto presidente nel 2017 grazie ad una piattaforma populista che ha promesso di impegnarsi per entrare in Europa.

Da leader, ha guardato sia a Bruxelles che a Mosca, visitando la capitale russa per colloqui con Vladimir Putin nel 2017. Ha affermato che la Serbia non avrebbe mai accettato le sanzioni contro la Russia.

Secondo i critici, sotto Vučić la Serbia è diventato uno Stato sempre più autocratico. Gli indici di libertà di stampa sono in netto calo da quando è diventato primo ministro, nel 2014, e sono aumentati gli attacchi (anche violenti) contro gli oppositori politici. Nel 2018, il leader del partito della sinistra serba, Borko Stefanovic, è stato ferito nel corso di un agguato e questo ha scatenato le più grandi proteste a Belgrado dalla caduta di Slobodan Milošević.

Nel giugno 2020, i partiti dell'opposizione serba hanno boicottato le elezioni, preoccupate dalla trasparenza e correttezza delle procedure di voto - anche a causa della pandemia di Covid-19.

Il Partito progressista serbo di Vučić è riuscito così ad ottenere 188 dei 250 seggi in parlamento. Sotto pressione della UE, Vučić si è impegnato ad indire nuove elezioni parlamentari entro aprile 2022.

Vučić ha dichiarato pubblicamente, e in più occasioni, di non credere più alle ideologie nazionaliste di destra di quando era giovane. Era un fervente sostenitore della teoria della Grande Serbia, che comprenderebbe il nord del Kosovo, parti della Croazia, del Montenegro e della Repubblica Srpska, la zona a maggioranza serba in Bosnia ed Erzegovina creatasi dopo gli accordi di Dayton del 1995.

Ma i suoi vicini non ne sono così convinti. Dopo che ad agosto l'opposizione filo-serba è salita al potere in Montenegro - Stato che ha dichiarato l'indipendenza dalla Serbia nel 2006 - il presidente montenegrino Milo Đukanović ha accusato Vučić di fomentare la disputa sulle proprietà della Chiesa ortodossa serba che alla fine ha colpito e affondato il suo governo.

"La politica ufficiale di Belgrado - anche i ciechi lo possono vedere - è quella di cercare di creare un'atmosfera in cui il Montenegro entri a far parte del mondo serbo", le parole di Đukanović.

Evan Vucci/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved
Lo scatto alla Casa Bianca del 4 settembre scorso: a sinistra, Vucic; al centro, Trump; a desta, Hoti, premier del KosovoEvan Vucci/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved

In Bosnia, Vučić è un alleato del già citato Dodik, che ha detto apertamente di voler vedere la provincia a maggioranza serba staccarsi dalla Bosnia ed Erzegovina, mandando a monte di fatto l'accordo di pace mediato dagli Stati Uniti che ha posto fine alla guerra.

Per questo motivo, Dodik è stato sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.

Con l'elezione di Biden, per Vučić si passa da un presidente che probabilmente non sa neanche dove sta la Bosnia sulla cartina geografica ad uno che è stato intimamente coinvolto nelle vicende balcaniche degli ultimi anni. In qualità di senatore degli Stati Uniti, infatti, ha appoggiato il bombardamento del 1999 sulla Serbia che ha messo fine al conflitto in Kosovo.

Biden è visto come "simpatizzante" sia di Sarajevo che di Pristina.

"Nessun presidente americano ha mai conosciuto la regione così intimamente come Joe Biden", continua Mujanovic. "In questo senso, è una brutta posizione in cui trovarsi, se si è Aleksandar Vučić".

Se Biden avrà tempo per sviluppare una politica estera sostanziale - data la pandemia e l'aspra divisione politica interna - è probabile che, a differenza di Trump, non sarà disposto a mettere nel dimenticatoio le nazioni europee, al tavolo delle trattative con Belgrado.

Quanto al Kosovo, potrebbe essere una notizia particolarmente negativa per Vučić.

"Sarà una cattiva notizia per Vučić se [Biden e gli Stati europei] si coordineranno nel fargli pressione per il riconoscimento del Kosovo, senza offrire alcuna concessione che possa vendere al suo elettorato", dice Vuk Vuksanovic del think tank di politica estera della London School of Economics, LSE IDEAS.

Detto questo, anche con Biden alla Casa Bianca è probabile che siano gli Stati Uniti ad assumere la guida delle future relazioni tra Serbia e Kosovo, piuttosto che l'Unione Europea, continua Vuksanovic.

L'Ue ha perso credibilità nella regione da quando la Bulgaria ha posto il veto ai colloqui tra Bruxelles e la Macedonia del Nord, e sebbene l'adesione della Serbia sia teoricamente sempre sul tavolo, sembra sempre più remota date le riserve di leader come il francese Emmanuel Macron.

"Senza una prospettiva di allargamento praticabile, la Ue non ha alcuna influenza nella regione", indica Vuksanovic.

Ma la vittoria di Biden non riguarda solo il Kosovo. L'ascesa di Trump è stata importante per Vučić, così come lo è stata per altri populisti di destra o governi europei percepiti come autoritari, tra cui Polonia, Slovenia e Ungheria. Ha reso popolare e legittimato una retorica politica nativista e nazionalista e la possibilità di dire cose che prima erano considerate tabù.

"È certamente un duro colpo per i populisti in Europa, compresi quelli nei Balcani occidentali. Sia perché Trump è servito da modello e giustificazione, sia perché la sua politica estera non ha promosso e favorito le democrazie liberali", ha detto Bieber.

Per Mujanovic, è proprio questa la chiave di volta. La Serbia non è l'Ungheria e Vučić non è Orbán. Può essere in grado di avere influenza nei Balcani occidentali, ma la Serbia è un paese piccolo e povero e non ha la forza economica o politica necessaria perché Vučić si comporti da attore di primo piano sulla scena mondiale. Non ci vorrebbe molto, dalla Casa Bianca per rimettere Aleksandar Vučić al suo posto", conclude Mujanovic.

"Vučić può giocare la sua partita nei Balcani occidentali perché l'intera regione è così, povera e marginale, e la Serbia è il 'pezzo grosso', ma non certo economicamente. Da questo punto di vista, l'economia serba è più piccola di quella slovena e croata. In questo senso, gli attuali pantaloni gli calzano un po' stretti. Un po' di spinta americana, per non parlare di quella europea, basterebbe a farlo vacillare".