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La disperazione degli armeni in fuga. Case bruciate per non cedere a Baku

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Di Debora Gandini
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La disperazione degli armeni in fuga. Case bruciate per non cedere a Baku
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Case ed edifici in fiamme nel villaggio di Charektar in Nagorno-Karabakh. Fonti locali riferiscono che gli armeni stiano bruciando tutto prima di lasciare quello che resta. Un esodo di massa attraverso il corridoio prima controllato dall’Armenia e adesso dall’Azerbaigian. Baku avrebbe ormai il controllo della regione dopo settimane di combattimenti e un accordo di pace siglato con la mediazione di Mosca. Migliaia le persone in fuga verso l’Armenia. Temono di dover affrontare attacchi di ritorsione da parte dell'Azerbaigian.

"Non voglio lasciare questo posto- racconta una donna. Non ho dormito tutta la notte. Prima mi ero barricata dentro, ma alla fine mi sono decisa ad uscire.” C’è chi non smette di piangere pesando al futuro incerto. Come un'altra signora. "Non so dove andare o cosa sarò di me. Io e mio marito siamo anziani. Non so come faremo, ci eravamo abituati a vivere qui.”

Frammenti di vita quotidiana e di un presente che per molti è solo dolore. Come per una donna che vive in Olanda Ha rivisto la sua vecchia abitazione a Shushi dopo 28 anni. Era partita con la famiglia quando aveva solo 12 anni. Intanto un convoglio di militari russi di peacekeeping è arrivato nella città di Stepanakert la chiamano gli armeni, o Khankendi dagli azeri. Qui ovunque sulle strade sono dislocati posti di blocco dell’esercito di Mosca. Truppe impegnate nella regione contesa per far rispettare la tregua.

Cosa prevede l'accordo per fermare i combattimenti

Nei giorni scorsi i presidenti di Azerbaigian, Armenia e Russia hanno firmato un'intesa per fermare i combattimenti nel Nagorno-Karabakh. L'accordo prevede lo spiegamento di un contingente di peace-keeping formato da 2000 soldati russi, e consente a Baku di mantenere il controllo delle aree riconquistate durante il conflitto.

Per il presidente azero Ilham Aliyev l'accordo costituisce un avvenimento di portata storica, che rilegittima l'autorità dell'Azerbaijan anche sulla regione popolata in maggioranza da armeni e autoproclamatasi indipendente negli anni 90, dopo un conflitto armato che ha causato 30.000 vittime civili. "Resteremo in quelle terre per sempre" ha detto in tv il presidente Aliyev.

Di tutt'altro tenore il clima a Yerevan, capitale dell'Armenia, paese sceso in campo col proprio esercito a fianco dei separatisti. Dopo l'annuncio centinaia di persone deluse e amareggiate hanno fatto irruzione negli edifici del governo. Il premier armeno Nikol Pashinyan, che ha parlato di qualcosa "incredibilmente doloroso", ha giustificato l'accordo di pace con l'iniquità delle forze in campo: "Il nostro esercito aveva contro i terroristi, il secondo esercito della Nato, quello turco, e le forze armate azere".

La svolta di Ankara

Ankara, coinvolta a sua volta nel conflitto, sostiene l'intesa per la fine dei combattimenti confermandosi a fianco dell'Azerbaijan. Mevlut Cavusoglu, ministro degli Esteri turco: "L'Armenia rompeva per prima il cessate il fuoco. L'Armenia voleva che la guerra e la lotta continuassero. E l'Armenia ha pagato un prezzo pesante per questo". In base alle intese gli armeni cederanno il controllo della regione di Lachin, dove passa la principale via di comunicazione tra il Nagorno-Karabakh e l'Armenia. La strada resterà aperta, sotto il controllo delle forze russe. L'accordo, che dovrebbe avere come effetto immediato la fine dei combattimenti, avrà efficacia per la durata di cinque anni, e verrà periodicamente verificato congiuntamente dai due paesi interessati e da Russia e Turchia.