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Extreme E: la corsa che non lascia traccia... e a prova di Covid

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Alejandro Agag
Alejandro Agag   -   Diritti d'autore  euronews
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Improbabile attivista ambientale, Alejandro Agag ha lasciato la Formula Uno, per diventare "dipendente" dal mondo dell'elettrico. Ora sta rivoluzionando le corse automobilistiche. La prima grande scossa è arrivata nel 2014, quando ha lanciato la Formula E, un campionato completamente elettrico. Ora, la scossa numero due con il campionato di Extreme E, che non solo affronta la sfida dei cambiamenti climatici, ma anche quella dell'uguaglianza di genere.

Alejandro Agag, lei è passato dalla politica alla Formula 1 e ora penso che si possa dire che è un vero e proprio attivista ambientale. Non è la solita carriera lineare, vero?

Sì, non conosco nessun altro, che sia passato dalla politica alle corse automobilistiche. Ma, sì, amo la politica. Ho iniziato molto, molto giovane, quando ero all'università. L'ho fatto per molti anni. Probabilmente se non mi fossi sposato con mia moglie, con questa moglie, probabilmente sarei ancora in politica. Mia moglie era la figlia del Primo Ministro spagnolo dell'epoca. Quindi, decisi di smettere con la politica, per evitare un conflitto di interessi con la mia famiglia, per non lavorare per mio suocero. Non mi piaceva affatto quel piano. Così chiusi con la politica e poi dovetti cercare un lavoro. Avevo alcuni amici nel motorsport, come Bernie Ecclestone e Flavio Briatore e mi invitarono a fare cose con loro e il resto è storia. Iniziai con il normale motorsport, per così dire. E non ero un ambientalista fin dall'inizio, probabilmente sono un nuovo ambientalista, diciamo così, ma penso sia molto importante che ci siano tanti nuovi ambientalisti. Dobbiamo fare in modo che tutti diventino ambientalisti.

Da nuovo ambientalista, mi dica solo questo: com'è nata la cosa? Per uno come lei, che lavorava in quella Formula 1, era potenzialmente insostenibile e aveva bisogno di cambiare? E' successo così, da un giorno all'altro, o è stato qualcosa di graduale?

In realtà, entrambe le cose. Mi sono sempre preoccupato per l'ambiente, soprattutto da quando ho dei figli, ma credo questo sia comune a molte persone. Leggiamo i giornali, guardiamo documentari e ci rendiamo conto che qualcosa non va. Così, l'avevo in mente. In secondo luogo, mi sono reso conto della realtà commerciale: sponsor, grandi aziende si stavano ritirando dalla Formula 1, perché non era uno sport "ecologico". Così ho messo entrambe le cose insieme e mi sono detto: "Dovremmo cercare di creare una versione ecologica di quello che stiamo facendo, una versione ecologica del motorsport". Ed è così che è nata l'idea.

E' una grande scommessa, però, non è vero? Come ci è riuscito? E cos'ha lei, che le ha permesso di farlo? Perché immagino che non tutti si siano fatti coinvolgere immediatamente.

Non solo, non tutti si sono fatti coinvolgere immediatamente, ma tutti pensavano fosse una follia. Tutti credevano sarebbe stato un fallimento, che non saremmo andati da nessuna parte. Ed è mancato poco perché fosse davvero così. E, non so se sia stato io, era proprio come se... sa, quando si crede in qualcosa e si pensa sia l'idea giusta poi a volte, si ha ragione e si è fortunati. Ero quasi troppo in anticipo, abbiamo quasi fallito, ma siamo riusciti a sopravvivere. E poi l'intero movimento ci ha sostenuti, avevamo tutto il vento in poppa e siamo stati in grado di farlo crescere e ora è diventata davvero una realtà enorme.

E' una realtà enorme, che ora le permette di cercare nuove sfide, come l'Extreme E, che verrà lanciata nel 2021. Ci spieghi un po' di cosa si tratta.

Beh, grazie alla Formula E, sono diventato sempre più appassionato dell'azione climatica e dell'azione per l'ambiente e ho pensato: "Potremmo fare di più con il motorsport". Lo sa che i programmi più visti in tv sono i programmi sportivi? Lo sport è più grande di qualsiasi altra cosa. Molte più persone guardano lo sport, rispetto ai documentari sull'ambiente. Così ho pensato che lo sport potesse avere un ruolo, per aiutare le persone a capire cosa sta accadendo al nostro pianeta. Quindi portiamo lo sport in quei luoghi dove il clima sta influenzando ciò che sta accadendo e mostriamo attraverso lo sport cosa sta succedendo nell'Artico, o nelle foreste pluviali, o nei deserti, negli oceani. Questo è l'Extreme E.

Come ci riesce? Come sta facendo, Alejandro?

Porto dei SUV elettrici, per dimostrare che anche le auto elettriche vanno bene per fare fuoristrada, in quei luoghi remoti. Abbiamo una nave, la St. Helena, perché altrimenti sarebbe impossibile, ci vuole per forza un mezzo di trasporto privato, per raggiungere quei posti. Non vogliamo usare velivoli, perché vogliamo ridurre anche le emissioni di CO2. E quindi organizziamo le gare lì. Speriamo di avere alcuni dei più grandi nomi nel mondo delle corse off road. E così organizziamo queste gare in giro per il mondo, cinque all'anno, in quei luoghi.

E cosa ottenete? C'è lo stesso interesse, per qualcosa del genere, nel quale si affrontano nuove sfide per l'ambiente, rispetto alla Formula E?

Sì, stiamo trovando molto sostegno, molto sostegno. È davvero molto affascinante vedere come sempre più persone ora vogliono essere coinvolte in questo. Sto anche trovando una certa resistenza. Alcuni dicono che non si dovrebbe correre in quei posti, perché non sono posti per le macchine. E credo che questo mi motivi moltissimo, perché ci sono moltissime persone negative lì fuori. Ci sono moltissime persone che non vogliono fare niente e penso che questo sia sbagliato. Faccio sempre lo stesso esempio: useremo molto carbonio, dovremo emettere molto carbonio, per uscire dall'era del carbonio. Per esempio, dobbiamo fare pannelli solari, milioni di pannelli solari. Questo produrrà molto carbonio. Ma a lungo termine, servirà per liberarci dal carbonio. Lo stesso vale per noi: dobbiamo promuovere le auto elettriche, produrre milioni di auto elettriche, dobbiamo renderle più efficienti. Produrremo un po' di carbonio per farlo, ma alla fine... L'importante è agire. Davvero, mi infastidisce molto la gente che non vuole fare nulla.

Lei ovviamente vuole fare molto, ma Extreme E sarà a zero emissioni di carbonio?

Certo! Ma c'è solo un modo per essere a impatto zero per qualcosa che emette carbonio ed è compensare. Due cose: per prima cosa, si cerca di emettere carbonio il meno possibile. Ecco perché usiamo una nave, invece di un aereo. Ridurremo al minimo i viaggi, le rotte in giro per il mondo, ottimizzandoli. Ma una volta che riduci al minimo il carbonio che emetti, hai ancora un'impronta che devi compensare. Come? Piantando alberi, ad esempio, compiendo azioni per togliere il carbonio dall'atmosfera. Ci sono molti modi diversi. E a quel punto si diventa "carbon neutral" o addirittura "carbon negative".

Andrete in aree che hanno sofferto a causa dei cambiamenti climatici. Cosa state facendo per assicurarvi che in realtà non creiate più danni una volta ripartiti? Questa dev'essere una preoccupazione per voi...

Chiamiamo la nostra corsa Extreme E: la corsa che non lascia traccia. Quando ce ne andiamo, non vi accorgete che siamo passati. Abbiamo un comitato scientifico - con alcuni dei migliori scienziati al mondo, che si occupano di questioni ambientali, che vengono da Oxford e Cambridge - che innanzitutto danno un'occhiata alla situazione sul posto e controllano ovviamente che non siano stati fatti danni. Poi coordinano il nostro programma "di eredità". In ogni posto che visitiamo, lasciamo qualcosa in eredità. Lavoreremo con le comunità locali e metteremo in atto azioni specifiche, non importa se piccole, ma almeno staremo facendo qualcosa. La mia ossessione è fare cose, non parlare! Ed è così che garantiremo che gareggeremo senza lasciare traccia in quei luoghi.

Non si tratta solo di elettrificazione, non si tratta solo di ambiente. Fate qualcosa anche per l'uguaglianza di genere con Extreme E e questo ha attirato la mia attenzione, perché penso che il motorsport sia un ambiente alimentato dal testosterone. E voi mettete le donne nell'abitacolo accanto agli uomini. Qual è stata la sua motivazione per fare ciò? Il marketing? Oppure vuole davvero fare sua questa sfida e combattere il sessismo del settore?

Sa, penso che l'uguaglianza sia una delle grandi battaglie di questo secolo. E penso che per la parità tra uomini e donne ci sia ancora molto lavoro da fare. E soprattutto nel motorsport. Il mio mondo è quello dei motori. Lavoro sulle cose che faccio. Voglio dire, non posso agire, ad esempio, nel mondo della moda o nell'industria farmaceutica. Mi occupo di motorsport. Quindi cerco di portare l'uguaglianza nel mondo dei motori. Ci provai 15 anni fa. Feci una squadra di Formula 3 in Spagna e mi dissi: "Ok, creerò una squadra di sole donne". E feci una squadra con due donne, ma gareggiavano con gli uomini e non ebbe successo. E allora pensai che non era il formato giusto. E da allora, per 15 anni, ho pensato: "Quale sarebbe il modo migliore per far gareggiare le donne, ma a parità di condizioni con gli uomini, nel motorsport?" Perché non va bene se la donna perde la gara e gli uomini sono sul gradino più alto del podio. Questo genera ancor più frustrazione. Così ho riflettuto e l'idea mi è venuta dal tennis, dal doppio misto. Donne e uomini sono ugualmente importanti per la vittoria. Gli uomini possono commettere un errore e mandare all'aria la gara o la donna può commettere l'errore. Così ho pensato: "Facciamo squadre composte da una donna e un uomo, entrambi fanno un giro a testa e facciamo gare di due giri". Poi, non importa chi va più veloce, l'uomo o la donna, entrambi sono la chiave per la vittoria e saranno entrambi sul gradino più alto del podio. E a dire il vero, ora la cosa si fa interessante, perché ora ci stiamo appassionando. E due settimane fa stavo facendo delle prove con donne e uomini. E l'uomo mi ha detto che la squadra vincente sarà quella che avrà la donna più forte.

Esatto, perché le donne non hanno la stessa esperienza in questo sport. Quindi ci deve essere un'enorme disparità, giusto? Tra la donna migliore e la terza, ad esempio.

E' molto interessante. Ovviamente ci sono molti uomini e dato che ci sono tanti uomini che corrono, quelli che partecipano sono molto vicini tra loro, in termini di tempi. Ci sono meno donne in questo sport, quindi la differenza tra la donna migliore e quella che va un po' più lenta sarà più evidente. Per questo stanno cercando in tutto il mondo la miglior pilota. Mi dicevano che le donne pilota non si sono mai sentite così richieste, da quando abbiamo annunciato il formato di Extreme E e l'azione per l'uguaglianza di genere. Quindi penso sia già un grande risultato.

Grande televisione, ma questo è un altro problema. Non ci saranno spettatori, vero?

No, non ci saranno spettatori paganti. Pensiamo che in alcuni luoghi, dove ci sono persone del posto, creeremo delle zone dove la gente del posto potrà venire ad assistere gratuitamente alla corsa, su una collina o qualcosa del genere. Ma no, non ci sono spettatori, non è un evento per spettatori, è per i media. Ci sarà la trasmissione in diretta e ci sarà un lato documentaristico. Non sapevamo del Covid, quando abbiamo lanciato l’Extreme E, ma ora questo lo rende ideale per un'epoca come quella del Covid, nella quale non si possono avere spettatori. Siamo come, non so, uno sport a prova di Covid in un certo senso.

Si sta dimostrando, e forse non era quello che cercava, un imponente disgregatore per il settore. E' qualcosa che la appaga, la motiva? Cosa la spinge a portare avanti questa cosa?

Non era proprio mia intenzione, no. Quindi quello che mi fa davvero portare avanti la cosa è non deludere le persone che si fidano di me. Molte persone si fidano di me e io gliene sono molto grato. Ma, le squadre che si iscrivono fanno investimenti e ci credono. Gli investitori che mi sostengono, la televisione, le emittenti che hanno accettato di trasmettere le nostre gare. E alla fine anche le comunità locali di questi Paesi. Ci sarà ad esempio un programma, durante il quale andremo a piantare un milione di mangrovie in Senegal, con la comunità locale. Ripristineremo centinaia di ettari di foresta pluviale con le comunità locali in Amazzonia. È questo che mi spinge: non voler deludere tutta quella gente. Ho promesso che avrei creato questo campionato o anche di più, questo tipo di azione, in tutto il pianeta. Non voglio deludere nessuno, è proprio questo che mi motiva. E una cosa che mi ha sempre spinto è non deludere le persone che hanno riposto la loro fiducia in me.

Ed è una cosa recente, da quando si sta occupando dell'ambiente? Il suo atteggiamento nei confronti degli affari è cambiato con il progredire di questo percorso, abbastanza recente, visto che la Formula E è stata lanciata solo nel 2014?

Sì, sicuramente il mio atteggiamento nei confronti degli affari è cambiato. Prima il mio interesse per gli affari era, ovviamente, quello di far bene e far soldi con le mie attività, che è il modo normale di farlo. Ora... certo, devi sempre fare un buon affare, perché altrimenti non è sostenibile, ma penso più a fare affari che, ed è un po' un cliché questa frase, possano rendere il mondo un posto migliore. Se si può rendere il mondo un posto migliore, quando si è vecchi e sa, io ho appena compiuto 50 anni, quindi mi sento un po' più vecchio rispetto a tre settimane fa, allora si può essere felici anche se si tratta di una cosa piccola. Ma se si è fatto qualcosa. Ancora una volta, la mia ossessione è fare, non parlare.

Sembra quasi che il suo desiderio di sconvolgere il settore sia diventato una dipendenza. Ne è dipendente ora?

Sì! Probabilmente sono dipendente dal mondo dell'elettrico. Una volta fatto un passo, è più facile farne un altro. Così quando ci è venuta l'idea dell'Extreme E, perché avevamo la Formula E, ci siamo detti: "Perché no?". Ora l'idea delle barche elettriche e ci siamo detti: "Perché no?". E adesso pensiamo anche agli aerei elettrici. Quindi ci sono alcune idee, per fare cose con gli aerei elettrici nello sport. Possiamo elettrificare lo sport con le auto, le barche e gli aerei. Perché no? Se siamo in grado di farlo, perché possiamo avere il capitale, perché abbiamo il know-how, i contatti nel settore, i fornitori di tecnologia e così via... Facciamolo! Penso sia una cosa divertente da fare una buona cosa. Ed è anche redditizio.

E in termini di consigli? Lei ha detto di aver preso molti rischi durante la sua carriera. Qual è il consiglio migliore che ha mai ricevuto?

Interessante... Probabilmente di non ascoltare troppo le critiche. Perché bisogna ascoltare le critiche, quelle positive anche se sembrano negative. Ma ci sono così tante opinioni negative là fuori. Come il fatto che in molti mi hanno detto che non ce l'avrei mai fatta. Se li avessi ascoltati, sarei solo andato a letto e sarei rimasto lì. Quindi, probabilmente, il miglior consiglio, è quello di non ascoltare troppo le persone, che pensano fallirai.