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In Brasile il coronavirus è una scusa per una lotta politica senza quartiere

In Brasile il coronavirus è una scusa per una lotta politica senza quartiere
Diritti d'autore  Antonio Cruz/Agência Brasil/Agencia Brasil
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In Brasile sono in atto da settimane quattro guerre senza esclusioni di colpi «figlie» del coronavirus.

La prima è quella fra polizia a favore e contro Bolsonaro. Basti pensare che qualche settimana fa lo stesso presidente ha fatto di tutto per cambiare i vertici della Polizia Federale sacrificando una delle sue pedine più importanti, quel giudice Sergio Moro, fino che grazie alle deleghe era stato definito il superministro di Giustizia. un simbolo della lotta contro la corruzione. L'altro scontro è quello in corso fra le altissime sfere delle forze armate, i generali. Si tratta di un contrasto destinato a influire sulle sorti giudiziarie dell'intera famiglia Bolsonaro visto che gli schizzi di fango della corruzione sono arrivati fino ai suoi figli.

Poì il conflitto tra medici favorevoli e contrari all'uso dell'idrossiclorochina, il medicinale su cui Bolsonaro spinge come Trump da molto tempo. E, infine, la guerra tra governo centrale e regioni. Il Brasile è infatti uno stato federale e i governatori hanno molto più potere che in Italia. Senza dimenticare che Bolsonaro non controlla nemmeno il parlamento visto che i deputati hanno votato da subito una sorta di "bilancio di guerra" potendo cioè sforare i limiti budgetari e battere moneta se necessario per rispondere alle esigenze sanitarie.

La magistratura intanto ha iniziato l'«operazione Placebo» della Polizia Federale, ciò che da questa parti chiamano il Covidão, un gergo che sta per «tangenti da coronavirus» e fa riferimento al primo scandalo dell'era Lula, quello del Mensalão. In pratica piove sul bagnato e come se non fossero abbastanza i problemi legati alla pandemia che in alcune zone del paese appare fuori controllo Ora insomma piomba sul Brasile anche lo spettro di una seconda Mani Pulite, legata alla corruzione «figlia del Covid-19».

Intanto danno le spalle a Bolsonaro anche vecchi amici di un tempo e sodali come il governatore di Rio, l'ex giudice Wilson Witzel. Uno che nel 2018 era stato grande alleato di Bolsonaro - fu lui a dire di «sparare in favela con cecchini a chi aveva un fucile» - ma che oggi, proprio come il governatore di San Paolo, Joao Doria, è uno dei più acerrimi nemici del presidente. È stato arrestato con l'accusa di avere lucrato sull'assegnazione della costruzione di due ospedali da campo carioca. Un costo totale di 835 milioni di reais (120 milioni di euro), entrambe le strutture non sono state ancora consegnate. Al centro dell'inchiesta potrebbero finire il sindaco di San Paolo, Bruno Covas e il governatore paulista Joao Doria. Anche loro avrebbero costruito imponenti strutture senza gara d'appalto.

Soldi, tantissime soldi. E Il Covid-19 non è solo un'opportunità per le organizzazioni criminali di aumentare il loro «capitale sociale» in favela, ma anche un'occasione unica per governanti e imprenditori di disporre «a piacere» di milioni extra di denaro pubblico. Soldi elargiti senza controlli. Al momento Bolsonaro puô contare su di uno zoccolo duro di circa il 30% dell'elettorato, ma potrebbe essere la magistratura a disarcionarlo. E il problema non è solo e soltanto Bolsonaro e la sua progenie accusata di fare manbassa dei beni del paese. Il problema del Brasile è O Mecanismo, il meccanismo, un sistema generalizzato e diffuso di corruzione che resta lì malgrado l'alternarsi di sinistra e destra al potere. E che impedisce al Brasile di spiccare il volo.

La serie che ha spinto il governo a denunciare Netflix perché avrebbe messo il paese in cattiva luce con questa produzione