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I vlogger cinesi che sfidano la narrazione del Partito Comunista sul coronavirus

I vlogger cinesi che sfidano la narrazione del Partito Comunista sul coronavirus
Diritti d'autore  In questo screenshot di un video realizzato il 4 febbraio 2020, Chen Qiushi, un cittadino cinese, racconta della sua esperienza a Wuhan, sfidando la propaganda del partito comunista cinese. Chen è scomparso settimana scorsa.
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Dopo quasi una settimana di vagabondaggio per le strade deserte di Wuhan, epicentro dell'epidemia di coronavirus, dove con il suo telefonino filmava i morti e i malati ricoverati negli ospedali sovraffollati, Chen Qiushi ha iniziato a sentirsi perseguitato non solo dallo spettro del virus, ma anche dalle autorità del Partito Comunista cinese.

Nei suoi ultimi post online, Qiushi - avvocato 34enne divenuto vlogger (video blogger) per vocazione - aveva un aspetto sofferente. Capelli spettinati e occhi stanchi, era quasi l'ombra irriconoscibile di quell'energico giovane arrivato nella metropoli cinese con l'obiettivo di raccontare al mondo cosa stesse succedendo nella metropoli in quarantena.

Chen Qiushi è scomparso settimana scorsa.

Era diventato uno dei volti più riconoscibili di quel piccolo ma determinato movimento di giovani che ha sfidato il monopolio dell'informazione delle autorità cinesi.

Armati solamente di smartphone e di un account social, questi citizen journalists (giornalisti-cittadini) raccontano storie di vita quotidiana dalla provincia di Hubei. Un'operazione non autorizzata e senza precedenti nella storia delle epidemie e dei disastri che hanno colpito la Cina negli ultimi anni.

Un guanto di sfida lanciato al Partito Comunista, che sin dal 1949 punta ovviamente a controllare la narrazione pubblica.

Chen Qiushi di fronte al centro congressi trasformato in ospedale da campo a Wuhan - AP

Secondo Maria Repnikova, docente di comunicazione alla Georgia State University ed esperta di media cinesi, si tratta di qualcosa "di molto diverso rispetto a quanto abbiamo visto finora".

Mai prima d'oggi, infatti, così tanti i cinesi - tra essi anche vittime e operatori sanitari - hanno testimoniato con lo smartphone, in prima persona, cosa significa vivere nell'epicentro di un disastro. Gli oltre 50 milioni di cittadini in quarantena "si sentono davvero in ansia, sono annoiati e le loro vite si sono praticamente fermate da allora", indica la professoressa.

I media statali esaltano i massicci sforzi del Partito per costruire nuovi ospedali in un lampo, inviare migliaia di operatori sanitari e aumentare la produzione di mascherine - senza però specificare troppo quale sia la realtà dietro la narrazione ufficiale.

Chen Qiushi ha pubblicato oltre 100 contributi da Wuhan in due settimane, mostrando malati ammassati nei corridoi dei nosocomi e quanto sia difficile per i residenti accedere alle cure mediche.

"Perché sono qui? Penso sia mio dovere fare la cronaca come cittadino", ha detto in un video, filmandosi con l'aiuto di un bastone per selfie fuori da una stazione ferroviaria. "Che razza di giornalista sei se non osi correre in prima linea al momento del disastro?".

La preoccupazione, le lacrime, la scomparsa

In un altro filmato, del 25 gennaio, Chen ha mostrato un corpo lasciato fuori da un reparto di emergenza, coperto con un telo bianco. In un ospedale diverso ha filmato un uomo morto appoggiato a una sedia a rotelle, la testa penzolante e il volto pallido.

"Che cos'ha che non va?", ha domandato ad una donna che teneva l'uomo in piedi con un braccio sul petto. "È già morto", la risposta.

I post e i vlog di Chen hanno fatto registrare milioni di visualizzazioni; con le luci della ribalta, però, ha attirato anche l'attenzione della polizia. In un video angosciante pubblicato alla fine della prima settimana a Wuhan, ha detto di essere stato chiamato dalle forze di sicurezza. Volevano sapere dove fosse, i suoi genitori erano già stati interrogati.

"Ho paura. Davanti a me c'è il virus; dietro, il potere legale e amministrativo della Cina".

La sua voce tremava di emozione, le lacrime gli rigavano il volto. Ha giurato di continuare "finché sarò vivo, in questa città". "Nemmeno la morte mi spaventa. Pensate che abbia paura del Partito Comunista?"

La settimana scorsa, i posti di Chen si sono rarefatti. Sua madre ha rotto il silenzio con un video post nelle ore piccole del venerdì: ha riferito che Chen era scomparso e ha chiesto aiuto per ritrovarlo.

Più tardi, quella stessa sera, un suo amico e campione di arti marziali, Xu Xiaodong ha detto in diretta su Youtube che Chen era stato messo in quarantena forzata per 14 giorni - considerato il periodo massimo di incubazione del virus. Xiaodong riferiva che Chen era in buona salute e senza segni di contagio. Domenica, però, su Twitter ha scritto che, nonostante abbia supplicato le autorità di poter telefonare a Chen, nessuno è riuscito a mettersi in contatto con lui.

"Se apro la porta, mi porterete via"

Settimana scorsa la polizia ha bussato anche alla porta di Fang Bin, che aveva postato dei video dagli ospedali di Wuhan, riprendendo mucchi di cadaveri accatastati in un minibus in attesa di essere portati al forno crematorio.

Fang, venditore di abiti tradizionali cinesi, era riuscito a catturare un acceso diverbio con un gruppo di quattro o cinque agenti attraverso la griglia metallica della sua porta. Il filmato, postato su YouTube, ha mostrato al mondo come l'apparato di sicurezza si stia prodigando per tenere a bada la rabbia popolare."Perché siete così tanti?", chiede Fang. "Se apro la porta, mi porterete via!".

Chen ha ripubblicato quel video sul suo profilo Twitter. Si è trattato di uno dei suoi ultimi tweet prima di sparire nel nulla.

La morte del medico che per primo scovò il coronavirus a Wuhan, settimana scorsa, ha riaperto il dibattito sui tentativi di reprimere il dissenso da parte delle autorità cinesi. La polizia aveva accusato il dottor Li Wenliang di aver creato allarmismi innecessari sull'epidemia che, un mese dopo, l'avrebbe ucciso assieme ad oltre mille persone nel mondo.

Le richieste di commento inviate alla polizia di Wuhan vengono girate alle autorità provinciali dell'Hubei, dove il centralino riproduce un messaggio preregistrato: "Non credete e non diffondete dicerie sul virus".

Per Gao Fei, lavoratore migrante arrestato dopo aver criticato il presidente cinese Xi Jinping sulla gestione del coronavirus, la morte del medico e la scomparsa di Chen sono "un campanello d'allarme per il popolo cinese".

"Il motivo principale per cui il nostro governo non ha saputo controllare il contagio è l'aver sempre nascosto la verità, bloccano le informazioni ai cittadini", le parole di Gao Fei dalla sua città natale di Hubei. Saldatore di professione, si era precipitato a casa dalla Cina meridionale proprio nei giorni precedenti alla dichiarazione di quarantena, recandosi in ospedali e farmacie e condividendo online con i suoi follower tutto quello che vedeva.

Dopo aver scritto che le misure previste da Xi Jingping non erano umane, è stato trattenuto assieme a tossicodipendenti e ad altri cinesi che avevano denunciato il sovraffollamento degli ospedali. Gao Fei ammira il coraggio di Chen: "Lui è la vera spina dorsale della Cina".

Dopo la sua laurea in legge nel 2007, Chen ha lavorato come cameriere, addetto alle pulizie in un hotel, doppiatore, reporter per la polizia e, infine, conduttore televisivo, cercando di far decollare una carriera nel mondo dei media. Ha superato l'esame di avvocato nel 2014 e ha iniziato a praticare a Beijing.

Nel 2018, Chen ha lanciato video blog su Douyin, la versione cinese di TikTok, raccogliendo rapidamente oltre un milione di fan con una rubrica legale.

L'anno scorso è finito nei guai dopo aver pubblicato un video delle proteste pro-democrazia a Hong Kong. Lì aveva partecipato sia ad un raduno patriottico ufficialista che ad una marcia di protesta, mostrando entrambi i lati della medaglia per offrire al suo pubblico una prospettiva equilibrata. In risposta, le autorità hanno chiuso i suoi account sui social media cinesi e lo hanno richiamato nella madrepatria.

Da Wuhan, Chen trasmeva su YouTube e Twitter, due social media che sono bloccati in Cina e accessibili solo tramite VPN. La sua pagina YouTube porta il motto: "Non cantare le lodi dei ricchi e dei potenti, parla solo per la gente comune".

Alcuni dei suoi post erano venati di umorismo nero, come quello in cui si è messo in posa con una bottiglia di plastica sulla testa.

In un altro video, si vedono due uomini con un assorbente sulla bocca e un pannolino per l'incontinenza sul capo.

"Lasciare che la gente parli non può causare morti", ha twittato il 28 gennaio scorso. "Non lasciarla parlare, invece, può provocare tanti decessi".