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Francia: le pressioni dei servizi sulla stampa, i sindacati denunciano

Francia: le pressioni dei servizi sulla stampa, i sindacati denunciano
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Cinque. Adesso sono cinque i giornalisti convocati dalla DGSI (Direzione Generale della Sicurezza Interna) francese. Anzi, sei. Ai tre cronisti di Disclose convocati nelle scorse settimane per la pubblicazione di un dossier sull'uso di armi francesi nello Yemen e a un giornalista d'inchiesta di France Inter si è aggiunto prima un altro collega di Disclose e ora una di Le Monde, Ariane Chemin, per aver scritto sul caso Benalla (l'ex addetto alla sicurezza di Macron accusato di violenze contro alcuni manifestanti, di abuso delle credenziali e di altri fatti oggetto anche di una commissione parlamentare d'inchiesta).

In particolare la giornalista di Le Monde aveva parlato del ruolo di un sottufficiale dell'aviazione, compagno dell'ex direttrice della sicurezza di Palazzo Matignon (la sede del governo). Il sottufficiale era stato messo a protezione di un uomo d'affari russo.

In tutti i casi, sono accusati di aver violato il segreto della Difesa. Il problema è ben diverso secondo le testate e i giornalisti coinvolti, che hanno poi tutto l'appoggio dei sindacati di categoria: la Cfdt, per esempio, scrive in un comunicato: "... i sindacati francesi e la Federazione europea dei Giornalisti, riuniti a Tallinn (Estonia) il 9 e 10 maggio scorsi avevano lanciato un appello solenne al Capo dello Stato francese e al suo governo, chiedendo di rispettare la libertà di stampa, la protezione delle fonti senza la quale non c'è democrazia". "Di fronte a questa nuova forma di intimidazione nei confronti dei professionisti dell'informazione, denunciamo una procedura il cui scopo nascosto è di far tacere i giornalisti impegnati nella loro missione di informare".

In cosa consistono queste convocazioni? Quali conseguenze per i giornalisti?

Si tratta delle cosiddette "audizioni libere": suona bene, ma secondo i sindacati il fatto di essere convocati come normali cittadini ha per effetto il venir meno delle tutele riservate ai giornalisti. È cioè una pressione ulteriore. E lo scopo sarebbe non solo di intimorirli in modo che non scrivano più su certi temi, ma anche - e forse soprattutto - di spingerli a rivelare le fonti delle loro informazioni. Perché se il giornalista ha comunque le sue tutele, la fonte ne avrebbe molte di meno, soprattutto quando si tratta di militari o membri dei servizi che "passano" le carte.

Negli anni scorsi, i giornalisti convocati in circostanze simili hanno raramente subito conseguenze concrete di tipo pecuniario o penale. Ma, per intimorire un giornalista, può anche bastare la semplice menzione di possibili sanzioni penali. Per la reporter de Le Monde, per esempio, si parla di violazione dell'art. 413-14, che stabilisce che "la rivelazione o la divulgazione, attraverso qualunque mezzo, di qualsiasi informazione che possa direttamente o indirettamente portare all'identificazione di una persona in quanto membro di unità delle forze speciali" è sanzionata con cinque anni di carcere e 75.000 € di ammenda.

Normale che le forze speciali debbano essere coperte e tutelate, ma quello che denunciano i sindacati è l'uso più o meno pretestuoso del riferimento a violazioni del segreto della difesa per esercitare sui giornalisti pressioni che non sarebbero altrimenti consentite.

Come detto, raramente si hanno conseguenze concrete. Ma non basta l'assenza di condanne per parlare di assenza di pressioni: nel 2016, per esempio, un giornalista di Mediapart - free lance, quindi un po' meno protetto dei colleghi assunti - riceveva dal Procuratore di Parigi questa comunicazione:

"Ho l'onore di informarLa che la pratica avviata in seguito ai fatti in oggetto di compromissione del segreto di Difesa Nazionale, suscettibili di esserLe attribuiti, è stata chiusa, senza seguito. Nei suoi confronti non verrà quindi avviato alcun procedimento penale, a condizione che, nel corso dei prossimi sei anni a partire da oggi, Lei non commetta alcuna altra infrazione di questa natura. In caso contrario, la presente procedura potrebbe essere ripresa, e potrebbe essere richiesto un rinvio a giudizio".

Il che, in pratica, significa che il giornalista non è stato processato né condannato, ma su di lui pende una spada di Damocle, buona per ogni futura inchiesta. Per la cronaca, in quel caso si trattava di un articolo sulle compromissioni geopolitiche della Francia nel Ciad. L'articolo faceva riferimento a un rapporto interno della Difesa.

Quindi, è sempre accaduto?

Si, ma quello che inquieta particolarmente ora è la frequenza: i casi di convocazione di giornalisti da parte dei servizi interni sono relativamente rari in Francia (e ancor più nelle altre democrazie occidentali), nell'ordine di due o tre all'anno.

Cinque o sei in poche settimane possono essere sintomo di una degenerazione grave. Oppure, volendo prendere per buono un altro punto di vista, è il giornalismo di inchiesta che è diventato più spregiudicato. Anche questo, non si sa se sia proprio un buon segno.