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In Siria contro l'Isis, a marzo la decisione sulla "pericolosità sociale" dei 5 torinesi

In Siria contro l'Isis, a marzo la decisione sulla "pericolosità sociale" dei 5 torinesi
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Milizie curde festeggiano la vittoria dopo una battaglia contro lo Stato Islamico - Reuters/Erik De Castro
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I cinque italiani che sono partiti per la Siria per combattere contro l'Isis o documentare la lotta curda dovranno aspettare almeno fino al 25 marzo prossimo per sapere se la Procura di Torino applicherà contro di loro le misure restrittive della "sorveglianza speciale" richiesta dalla pm Emanuela Pedrotta, che li ritieni "socialmente pericolosi".

La Procura torinese aveva notificato la richiesta di sorveglianza speciale con divieto di dimora a Torino a cinque attivisti locali: Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci. Quattro di loro erano partiti verso il fronte siriano per combattere contro l'Isis a fianco delle milizie Ypg curde, le unità di protezione popolare, alleate strategiche degli USA e protagoniste della liberazione di molte città siriane come Raqqa, l'ex "capitale" dello Stato Islamico. Uno dei cinque, Bindi, non ha imbracciato le armi ma si trovava ad Afrin come volontario per documentare l'assedio dell'esercito turco.

L'applicazione della misura di "sorveglianza speciale" viene associata al divieto di dimora a Torino (i 5 sono tutti torinesi) e può implicare un ritiro di passaporto, della patente, la revoca dell'iscrizione ad albi professionali; un coprifuoco; l'obbligo di presentarsi alle autorità in giorni e orari stabiliti; il divieto di frequentare alcuni luoghi o di associarsi con alcune persone.

I cinque hanno chiesto al collegio di giudici "l'apertura delle porte" della camera di consiglio per "dare più risalto mediatico al loro caso", dice ad Euronews l'avvocato di uno di loro, Lea Fattizzo (gli altri sono Claudio Novaro e Frediano Sanneris). Dopo la presentazione odierna degli atti al Tribunale di Torino (sezione misure di prevenzione), la discussione verrà effettuata il prossimo 25 marzo. Non essendo un processo, non ci sarà neanche una sentenza: il decreto con la decisione finale verrà notificato dalla polizia entro 15 giorni agli interessati (ma i giudici potrebbero riservarsi altri 90 giorni per deliberare).

La richiesta della pm: non è terrorismo ma pericolosità sociale

Nella proposta della Procura non compare la motivazione del "terrorismo", come è stato scritto nei giorni scorsi: appurato che i cinque non facciano parte del PKK, organizzazione giudicata terroristica dalla UE, si contesta loro l'appartenenza all'YPG. La misura di sorveglianza speciale viene chiesta "per questioni di pericolosità sociale" in quanto, essendo andati a combattere in Siria, sanno come si usano le armi e potrebbero tornare ad utilizzarle.

"Per considerarmi un pericolo sociale, hanno prodotto centinaia di pagine su di me con articoli che ho scritto dal 2012 ad oggi, sulla Siria e temi filosofici", afferma a Euronews uno dei coinvolti, Davide Grasso, autore di libri sulla sua esperienza che avevamo già intervistato per capire cosa stava succedendo ad Afrin. "L'idea portante è che se sei stato in Siria, sei pericoloso: è agghiacciante. La procura si trova isolata in questa battaglia, ma è bene che i media diano copertura a questa vicenda. Oggi un'ultima città è stata liberata dall'YPG dopo giorni di battaglia. In Italia esiste ancora questo agglomerato di misure che prevedono che uno debba essere espulso dalla propria città, perdere il diritto di espressione e di difendersi senza che gli venga contestato nessun reato, ma solo per un'ipotesi circa quello che potrebbe fare in futuro".

L'appello lanciato dagli intellettuali

Intanto la società civile si è mobilitata. 340 persone di diversi ambiti, accademico, politico, della cultura e dello spettacolo avevano firmato un appello contro la richiesta di sorveglianza speciale, fatta dalla Procura.

Alla vigilia dell'udienza in Tribunale sono state tante le sottoscrizioni per chiedere ai giudici "di non far passare il messaggio che combattere contro l'Isis sia socialmente pericoloso". Fra i primi firmatari il giurista Ugo Mattei che parla di "un episodio di diritto penale della vendetta. I giudici dovrebbero dire alla procura che siamo un Paese democratico in cui non si sottopongono a sorveglianza persone per aver dimostrato solidarietà internazionale".

Fra i firmatari, oltre a consiglieri e assessori M5S anche parlamentari di diversi partiti, il vice rettore dell'Università di Torino Maurizio Ferraris, scrittori e registi come Stefano Benni e Paolo Virzì, il vicesindaco di Napoli Enrico Panini, l'attore Elio Germano, il fumettista Zero Calcare e Roberto Beneduce, docente di Antropologia culturale, che ironizza: "Dovremmo allora considerare socialmente pericolosi Orwell o Hemingway per la loro militanza nella guerra di Spagna".

Al Consiglio Comunale di Torino è stato chiesto un ordine del giorno “per sostenere chi combatte, in ogni forma, l’Isis e il radicalismo islamico a costo della propria vita e della propria libertà”: i pentastellati chiedono anche “l’intitolazione di uno spazio pubblico ai martiri della lotta contro l’Isis”.

La lettera dello zio di Valeria Solesin, uccisa al Bataclan

"Quello che vi stanno facendo non è giusto. Vi sono vicino e trovo aberrante quello che vi sta succedendo, le misure giudiziarie che sono state proposte per voi".

A scriverlo, in una lettera aperta ai cinque torinesi, è Piersante Paneghel, zio di Valeria Solesin, una delle vittime dell'attentato al Bataclan di Parigi. Nella lettera, diffusa sul sito Wu Ming Foundation, l'uomo scrive: "Quando ho scoperto che la morte di Valeria aveva influito nella scelta per alcuni di voi, questo ha aumentato la mia stima silenziosa nei vostri confronti. Avete fatto una scelta terribile mettendo sul piatto la vostra vita e ho temuto per voi. Per riflesso anagrafico avrei voluto fermarvi, riportarvi indietro quando eravate lì, a fare la cosa giusta per voi. Non potevo dirvi - confida lo zio di Valeria Solesin - che era la cosa giusta anche per me, non me la sono sentita perché temevo potesse pesare troppo in questa vostra scelta terribile". Nella lettera ai 5 torinesi, Piersante Paneghel si offre di "poter contribuire alle spese legali che ingiustamente dovrete ora sobbarcarvi. Ciascuno di voi - conclude - avrà per sempre il mio affetto e la mia considerazione".