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Le elezioni presidenziali e parlamentari anticipate in Turchia, spiegate

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Le elezioni presidenziali e parlamentari anticipate in Turchia, spiegate

Le elezioni presidenziali e parlamentari anticipate in Turchia, spiegate
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Tutte le foto: © Reuters
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Domenica 24 giugno la Turchia torna alle urne per le elezioni presidenziali anticipate convocate per ""superare lo stato di incertezza" in cui versa il paese. Il voto, che si terrà in pieno clima di emergenza (introdotto dopo il fallito colpo di Stato del luglio 2016), avrebbe dovuto tenersi nel novembre 2019 ma il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha deciso di convocarlo prima del previsto.

Sarà una tornata elettorale unica nel suo genere, è garantito. La più importante nella storia recente. Due sono le cose certe: il potere esecutivo del presidente sarà rafforzato mentre quello legislativo del parlamento ne uscirà indebolito.

Ma andiamo con ordine.

Le elezioni segnano l'entrata in vigore del nuovo sistema presidenziale "alla turca" generato dal referendum costituzionale dell’aprile 2017 quando vinse il sì 51%-49%.

Cosa cambia?

Sono circa 60 milioni gli elettori chiamati alle urne dalle 8 alle 17 ora locale. Per la prima volta nella storia, si tengono nello stesso giorno sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentari. Una volta erano ogni 5 anni, ora sono ogni 4. Il risultato di queste ultime sarà definitivo mentre quello delle prime potrebbe determinarsi con un ballottaggio, che si terrebbe il prossimo 8 luglio.

Con il nuovo sistema, non ci sarà più un Primo Ministro né un Gabineto di ministri che devono rispondere al Parlamento. Da questo momento in poi, il Presidente eletto avrà poteri anche sul budget e, anche se la Camera non dovesse approvare il documento economico, rimarrebbe in vigore quello voluto dal Presidente per l'anno precedente.

Il Presidente avrà l'autorità per nominare i membri del Consiglio Superiore della Magistratura e i pubblici ministeri, oltre a quello di emanare ordini esecutivi - tranne in materia di diritti fondamentali e diritti politici. I capi di Stato avranno il diritto di rimanere a capo del proprio partito e quello di scegliere i candidati al Parlamento, determinando quindi l'agenda politica del futuro organo legislativo.

Se il partito del Presidente avesse la maggioranza in Parlamento, le leggi verrebbero approvate praticamente senza alcuna resistenza. Ciò renderebbe virtualmente impossibile agire contro il Presidente stesso o i suoi ministri in quanto sarebbe necessaria l'approvazione di 360 parlamentari su 600 (aumentati rispetto ai 550 di prima) per avviare un'indagine - numero che sale a 400 per spedire il Presidente davanti alla Corte Costituzionale.

Se il colore della Camera non è in linea con quello del Presidente, quest'ultimo può scegliere di convocare un round di doppie elezioni, parlamentari e presidenziali.

Gli argomenti in favore di questo nuovo sistema sottolineano la necessità di avere una "leadership forte", una governabilità assicurata e dai tempi rapidi, chiudendo la stagione degli esecutivi deboli. Il Primo Ministro attuale, Binali Yildirim, ha usato queste parole: "Una ristrutturazione per porre fine ai conflitti tra i rami istituzionali". Generalmente nelle democrazie occidentali li si chiama "pesi e contrappesi" al potere.

Cosa accade se il partito di Erdogan non dovesse conquistare la maggioranza

Nonostante dopo la riforma costituzionale la posizione del Parlamento sia indebolita, se andasse all'opposizione potrebbe creare degli ostacoli al Presidente e persino portare il sistema ad una situazione di stallo su diversi livelli. Pertanto, è ancora vitale che un partito politico e un candidato facciano di tutto per vincere. Ogni altro scenario rischia di portare a nuove elezioni anticipate.

Il nuovo sistema presidenziale avrà vita lunga se e solo se dovesse vincere Erdogan e il suo partito, Giustizia e Sviluppo, AKP. Tutti gli altri candidati hanno promesso di fare marcia indietro sulle riforme proposte da Erdogan e di rafforzare il sistema parlamentare.

Come si svolgono le elezioni?

Ci saranno due schede separate: una con sei candidati presidenziali e l'altra con dieci partiti politici.

Il fronte presidenziale

Si tratta di un'elezione a maggioranza semplice su due turni. Chi ottiene più del 50% dei voti, vince. Se nessun candidato supera il 50%, i due candidati con il più alto numero di preferenze vanno al testa a testa al secondo turno.

A questo punto, tutti i sondaggi indicano che solamente due candidati hanno la possibilità di raggiungere il ballottaggio. Il primo è naturalmente quello dell'AKP, Recep Tayyip Erdoğan, sostenuto anche dal partito di opposizione ed estrema destra, Movimento Nazionalista (Mhp). L'attuale presidente ha praticamente il 49% dei voti quasi assicurato, secondo cinque diversi sondaggi.

L'altro contendente è il candidato principale dell'opposizione, Muharrem İnce, carismatico professore di fisica, sostenuto dal Partito Popolare, laico e socialdemocratico, noto come CHP. Viene dato al 25%.

Muharrem İnce

Il jolly: l'unica candidata donna

Alcuni sondaggi - notoriamente inaffidabili in Turchia - indicano come la candidata liberal-nazionalista e laica del Buon Partito (İyi Parti), Meral Akşener, ben vista dai ceti popolari e dai giovani, possa ottenere una media del 12% dei voti e avere maggiori possibilità contro Erdoğan al secondo turno. Questo è dovuto all'estrema polarizzazione del paese che ha portato ogni strategia elettorale a ridursi a questa fondamentale domanda: "Chi può sottrarre più voti a Erdogan?"

Akşener viene vista un po' come il jolly di queste elezioni, appellandosi agli elettori conservatori e nazionalisti, che costituiscono gran parte della base di Erdogan.

Questa tornata elettorale, tuttavia, segna anche la sua prima rincorsa alla più alta carica dello stato turco (dopo aver fallito, in passato, nella corsa alla poltrona di sindaco di Istanbul) e con un partito nuovo di zecca. Resta da vedere come verrà accolto dalla popolazione.

Meral Akşener è stata la prima ministra dell'Interno donna del paese

La domanda cruciale, sia per İnce che per Akşener, è: "Chi voteranno i curdi al secondo turno?"

Recentemente, tutti i candidati dell'opposizione - tra cui Selahattin Demirtaş, il candidato del Partito democratico popolare (HDP), filocurdo e di sinistra, finito in carcere - hanno dichiarato apertamente che sosterranno chiunque arrivi al secondo turno contro Erdogan. Tuttavia, non tutti i curdi la pensano così.

Ci sono molti curdi che si dicono religiosi e conservatori e votano per l'AKP. Eccezioni come questa si inseriscono nella più ampia questione delle strategie elettorali per i seggi parlamentari.

Il fronte parlamentare

Il nuovo concetto chiave, figlio delle riforme di Erdogan, è la "regola dell'alleanza".

In pratica, qualsiasi partito si allei con un'altra formazione che superi la soglia del 10% ha diritto ad entrare in parlamento a prescindere dal numero dei voti ottenuti.

In questo modo, tutti gli schieramenti che hanno stretto un'alleanza sono elencati insieme nella scheda sotto il nome ufficiale dell'alleanza.

Ci sono due alleanze.

L'Alleanza Popolare unisce l'AKP e l'MHP. L'Alleanza Nazionale è composta da CHP, dal Buon Partito, dal Partito della Felicità - islamista e moderato conosciuto come SP - e dal Partito Democratico.

Il partito pro-curdo, HDP, non è entrato nell'Alleanza Nazionale per evitare di influenzare i voti dei nazionalisti indecisi. Tuttavia questo non fa altro che dare ancor più risalto alla soglia politica del 10%.

L'incognita del voto curdo

La Turchia ha la più alta soglia politica del mondo, inserita nella Costituzione dai militari nel 1981, dopo un colpo di Stato. L'unica sua ragione di esistere è quella di tenere i partiti politici curdi fuori dal parlamento.

Per decenni, il movimento politico curdo è stato in grado di raccogliere il 6-7% dei voti, assicurati da una base elettorale fedele localizzata principalmente nelle città della Turchia sud-orientale.

Laddove l'HDP non riuscisse a far eleggere i propri deputati proprio a causa di questa soglia, l'AKP avrebbe la possibilità di "soffiare" all'HDP i seggi in Parlamento. Se l'HDP non dovesse superare il 10%, l'AKP guadagnerebbe quasi 80 deputati in più. Sufficienti per ottenere la maggioranza alla Camera.

A partire dalle elezioni politiche del giugno 2015, questo problema ha generato il fenomeno noto come "voto di sostegno temporaneo": praticamente gli elettori che sostenevano altri partiti dell'opposizione hanno iniziato a votare per l'HDP nel tentativo di ridurre il numero di seggi che l'AKP occupa in parlamento.

Tre anni fa la tattica ha funzionato e, per la prima volta, l'AKP ha perso la maggioranza dei seggi.

La nascita dei nuovi nazionalisti

Dopo questa prima grande sconfitta dell'AKP, Devlet Bahçeli, leader nazionalista e promotore della linea dura dell'MHP, si è rifiutato di entrare in qualsiasi tipo di coalizione con l'HDP e ha chiesto elezioni anticipate. L'impasse ha portato a un'altro round elettorale e così cinque mesi dopo l'AKP ha potuto riconquistare la maggioranza perduta.

Come risultato, Meral Akşener, all'epoca deputata tra le fila del MHP, e i suoi sodali si sono trovati in un vicolo cieco e in una forte situazione di contrasto con Bahçeli. Hanno così deciso di fondare la formazione autonoma del Buon Partito. Questo ha permesso all'Alleanza nazionale di avere in qualche modo dei nazionalisti a bordo, rendendo allo stesso tempo un problema per l'HDP il superamento della soglia del 10%.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché l'MHP e il suo leader, Devlet Bahçeli, non abbiano costituito una coalizione dopo le elezioni del giugno 2015, dal momento che ora l'MHP è alleata dell'AKP.

I due leader sono stati in passato molto critici l'uno nei confronti dell'altro e qualsiasi tipo di partenariato era considerato quasi impensabile. Tuttavia, col passare del tempo, i primi sondaggi hanno indicato come entrambi avessero in realtà bisogno del sostegno reciproco.

Per quanto riguarda l'HDP, vi sono forti indizi che l'opposizione utilizzerà ancora una volta la tattica del "voto di sostegno temporaneo". Sono già state intraprese diverse iniziative di solidarietà tra i partiti dell'Alleanza nazionale e verso l'HDP.

Quali sono le questioni chiave?

Al centro del dibattito elettorale c'è lo stato dell'economia turca. Il deprezzamento della lira turca, il calo della borsa, l'inflazione elevata, l'aumento dei tassi di interesse e un elevato deficit (pari al 7% del PIL) sono i fattori che molti ritengono essere all'origine della richiesta di Erdogan di indire elezioni anticipate.

Altre questioni che stanno svolgendo un ruolo importante nella campagna elettorale sono quella curda, la Siria e le politiche sui rifugiati, la libertà di stampa, la libertà di espressione, l'imparzialità del sistema giudiziario e la riforma di quello dell'istruzione.