I beni russi immobilizzati tornano sul tavolo, un anno dopo il tentativo fallito dell'Ue di usarli per sostenere l'Ucraina. Un nuovo sforzo per sbloccarli potrebbe avere successo?
A quasi un anno dal fallimento del primo tentativo, l'Unione europea torna a guardare ai beni russi congelati come possibile fonte di finanziamento per l'Ucraina. Sul tavolo ci sono circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa immobilizzate in Europa. L'obiettivo è capire se sia possibile utilizzarle per sostenere Kiev senza continuare a caricare il peso della guerra sui bilanci pubblici degli Stati membri.
L'idea era stata lanciata da Ursula von der Leyen e sembrava poter rappresentare una svolta: utilizzare il denaro dell'aggressore per finanziare la resistenza della vittima. Ma nel dicembre 2025 il progetto si era scontrato con forti resistenze politiche, legali e finanziarie. I 27 leader europei avevano quindi scelto una strada più tradizionale, approvando un prestito da 90 miliardi di euro finanziato attraverso un nuovo indebitamento comune.
Quel compromesso, però, potrebbe non essere sufficiente.
Quattro Paesi chiedono di riaprire il dossier
A riaccendere il dibattito sono stati Svezia, Paesi Bassi, Spagna e Polonia, che hanno inviato alla Commissione europea una lettera chiedendo di esplorare "nuove opzioni" per utilizzare i beni russi congelati. Anche se non hanno firmato il documento, Germania, Danimarca, Finlandia e Paesi baltici sono considerati favorevoli alla discussione.
La ragione è soprattutto finanziaria. I 90 miliardi di euro del prestito europeo, secondo i quattro governi, "non basteranno" a sostenere l'Ucraina mentre la Russia intensifica gli attacchi.
L'allarme era già arrivato nei giorni scorsi da Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino ha denunciato un buco da 27 miliardi di dollari, circa 23 miliardi di euro, nelle risorse necessarie al ministero della Difesa. Kiev, ha spiegato, ha bisogno di "più soldi, molti di più" per mantenere la propria capacità militare e continuare gli attacchi in profondità contro la Russia.
Zelensky ha indicato due possibilità: anticipare una parte del prestito europeo da 90 miliardi oppure tornare a utilizzare i beni russi congelati.
Il problema è il Belgio
Il nodo principale resta però il Belgio, dove si trovano circa 185 dei 210 miliardi di euro di beni russi immobilizzati, custoditi da Euroclear.
Bruxelles non ha mai escluso a priori nuove proposte, ma chiede garanzie molto precise: gli altri Stati membri dovrebbero proteggere il Belgio da eventuali conseguenze finanziarie e da possibili ritorsioni russe.
Il primo ministro belga Bart De Wever aveva già avvertito durante le trattative del 2025 che l'utilizzo dei beni poteva essere interpretato come una confisca di beni sovrani, con possibili conseguenze sul piano del diritto internazionale e sui negoziati di pace.
Italia, Bulgaria e Malta avevano sostenuto la posizione belga, mentre anche la Francia aveva espresso perplessità.
A complicare ulteriormente il quadro c'è Euroclear. Il depositario belga aveva definito il meccanismo ipotizzato dalla Commissione "molto fragile", temendo conseguenze sulla fiducia degli investitori nell'area euro. La società è inoltre coinvolta in una causa legale avviata dalla Banca centrale russa.
Anche la Banca centrale europea aveva frenato il progetto, rifiutando di garantire liquidità d'emergenza nel caso in cui l'operazione avesse provocato uno shock finanziario.
Una nuova soluzione per aggirare l'impasse
Questa volta, però, i sostenitori dell'utilizzo dei beni russi potrebbero provare a cambiare completamente approccio.
Una proposta chiamata "The Russian Transfer" suggerisce di trasferire i beni oggi custoditi da Euroclear e dalle banche private a un nuovo depositario di proprietà dell'Unione europea. L'operazione, secondo i suoi promotori, permetterebbe di ridurre i rischi per Euroclear e di evitare che un singolo Stato membro, in questo caso il Belgio, si ritrovi esposto in prima linea.
Il modello viene collegato a un precedente storico: nel 2003, dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, Washington trasferì 1,7 miliardi di dollari di beni sovrani iracheni su un conto speciale presso la Federal Reserve Bank di New York.
Ma anche questa soluzione non eliminerebbe tutti i problemi. Restano infatti interrogativi sul diritto internazionale, sulla stabilità finanziaria e soprattutto sulla reazione degli investitori internazionali.
La partita politica prima delle elezioni
C'è poi una questione di tempismo. Il 2027 sarà un anno particolarmente delicato sul piano politico, con importanti appuntamenti elettorali in Francia, Italia, Spagna e Polonia. Una possibile avanzata dell'estrema destra in Francia potrebbe inoltre modificare gli equilibri europei e rendere ancora più difficile raggiungere un accordo comune sull'Ucraina.
Per i Paesi favorevoli a riaprire il dossier, dunque, il momento per agire sarebbe adesso, prima che la campagna elettorale renda ancora più complicate le decisioni dei governi.
Ma il quadro politico non è cambiato abbastanza rispetto al 2025 per far pensare a un successo facile. L'Ungheria, dopo la sconfitta di Viktor Orbán, mantiene la propria clausola di opt-out dal prestito da 90 miliardi. E nella Commissione europea non sembra esserci grande entusiasmo per un nuovo tentativo che potrebbe nuovamente fallire.
"Dal punto di vista giuridico, non è cambiato molto", ha osservato un alto diplomatico europeo, definendo "difficile da immaginare" un esito diverso rispetto allo scorso anno.
La domanda resta: usare i soldi o conservarli?
È qui che si concentra il vero scontro europeo. Per alcuni governi, i beni russi sono una delle poche leve strategiche rimaste all'UE e dovrebbero essere conservati come strumento di pressione in vista di eventuali negoziati di pace.
Per altri, invece, aspettare potrebbe significare semplicemente lasciare inutilizzati miliardi di euro mentre l'Ucraina continua a sostenere costi enormi per la guerra.
"La Russia non riavrà questi soldi finché non avrà pagato le riparazioni all'Ucraina", ha sostenuto il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski. E proprio per questo, secondo Varsavia, sarebbe meglio utilizzarli ora per aiutare Kiev a fermare l'aggressione russa, invece di aspettare la fine della guerra per destinarli alla ricostruzione.
Dopo il fallimento del 2025, Bruxelles si trova così davanti allo stesso dilemma: lasciare intatti i 210 miliardi di euro per evitare rischi legali e finanziari oppure trasformarli nella più grande fonte di finanziamento europeo per l'Ucraina? La partita, ancora una volta, è appena ricominciata.