L'ex presidente estone dice a Euronews che i colloqui di Ratcliffe a Mosca riguardavano più l'Iran che un monito contro un'aggressione nei Baltici. Secondo lui, il calcolo della Russia nella regione non è cambiato
L'ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves non crede alla versione secondo cui la missione del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca sarebbe stata pensata soprattutto per mettere in guardia la Russia da possibili attacchi contro i Paesi baltici. Per Ilves, intervistato da Euronews, il vero dossier sul tavolo sarebbe un altro: l'Iran e la collaborazione tra Mosca e Teheran.
Ilves, figura di primo piano nel dibattito sulla sicurezza europea, dice di avere "fortissimi dubbi" sul fatto che Estonia, Lettonia e Lituania siano state il motivo principale della visita di Ratcliffe nella capitale russa.
Il vero problema? Russia e Iran
Secondo l'ex presidente estone, Washington avrebbe ragioni molto più concrete per parlare direttamente con l'intelligence russa. Al centro ci sarebbe il sostegno che Mosca starebbe fornendo all'Iran, anche sul fronte delle informazioni utili alle operazioni militari.
"Qual è il vero problema per gli Stati Uniti in questo momento? Il vero problema è l'Iran", ha spiegato Ilves a Euronews, indicando proprio le informazioni di puntamento che i russi fornirebbero agli iraniani.
Per l'ex presidente, questo sarebbe già un motivo sufficiente per giustificare un viaggio del direttore della CIA a Mosca e un messaggio molto chiaro: fare un passo indietro.
La visita di Ratcliffe, secondo quanto riportato dai media statunitensi, sarebbe invece servita anche a mettere in guardia il Cremlino dal colpire Paesi membri della Nato. I timori riguarderebbero soprattutto i tre Stati baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, considerati tra i possibili obiettivi di una eventuale escalation russa.
Ratcliffe ha incontrato a Mosca Sergei Naryshkin, capo del Servizio di intelligence estero russo (SVR), ma non avrebbe avuto un colloquio con il presidente russo Vladimir Putin. I contenuti dei colloqui non sono stati resi pubblici.
Estonia: "La valutazione della minaccia non è cambiata"
A raffreddare l'ipotesi di una nuova emergenza sul fianco orientale della Nato ci ha pensato anche il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna.
"Restiamo vigili, ma la valutazione della minaccia per l'Estonia non è cambiata", ha dichiarato.
Una posizione che si incrocia con quella di Ilves. Se davvero Washington avesse cambiato radicalmente la propria valutazione del rischio nei Baltici, sostiene l'ex presidente, ci si aspetterebbero segnali concreti.
"Se lo scopo era andare e dire sinceramente ai russi di non fare nulla nei Paesi baltici, come è stato sostenuto, allora si vedrebbe qualche tipo di attività concreta qui", ha osservato.
Da qui il sospetto che il riferimento ai Baltici possa essere stato, più che il cuore della missione, un modo per spostare l'attenzione dal dossier realmente discusso a Mosca.
"La minaccia russa nei Baltici? Tutta propaganda"
Ilves va ancora oltre e mette in discussione lo stesso racconto di una Russia pronta a mettere alla prova militarmente la Nato nei Paesi baltici.
"Penso che sia tutta propaganda", ha detto senza troppi giri di parole.
La domanda, per l'ex presidente estone, è semplice: perché Mosca dovrebbe aprire proprio ora un nuovo fronte contro la Nato?
La Russia è ancora impegnata nella guerra in Ucraina e un'operazione contro Estonia, Lettonia o Lituania significherebbe rischiare uno scontro diretto con l'Alleanza atlantica. Un'escalation che, secondo Ilves, avrebbe costi enormi e difficilmente sarebbe conveniente per Mosca.
E il rischio di allargamento sarebbe immediato. Un conflitto nei Baltici potrebbe coinvolgere rapidamente altri Paesi europei, dalla Finlandia alla Svezia, dalla Danimarca alla Polonia.
"La Finlandia verrebbe coinvolta immediatamente. Se la Finlandia interviene, entreranno in gioco anche la Svezia, la Danimarca, la Polonia", ha spiegato.
Il messaggio di Ratcliffe: "Se continuate così, faremo X"
Se il vero tema della visita fosse invece il rapporto tra Russia e Iran, Ilves immagina che Ratcliffe abbia portato a Mosca un messaggio tutt'altro che conciliante.
Non un semplice invito a interrompere la collaborazione, ma un avvertimento accompagnato dalla prospettiva di una reazione americana.
"Se continuate così, faremo X", sarebbe, secondo Ilves, il senso del messaggio.
L'ex presidente estone esclude infatti che un direttore della CIA possa essersi limitato a chiedere gentilmente a Mosca di smettere di fornire informazioni all'Iran. Più plausibile, a suo giudizio, una formula che lasciasse intendere conseguenze concrete in caso di prosecuzione della collaborazione.
E sull'Ucraina? "Gli Usa non hanno le carte in mano"
Ilves è molto più scettico sulla possibilità che l'Ucraina possa diventare una pedina di uno scambio tra Washington e Mosca.
Secondo l'ex presidente estone, gli Stati Uniti avrebbero oggi poco da offrire alla Russia sul dossier ucraino, soprattutto perché gran parte del sostegno a Kiev è ormai sostenuto dagli europei.
"Non hanno le carte in mano", è la sua conclusione, richiamando proprio il linguaggio utilizzato da Donald Trump sulla capacità di pressione nei negoziati.
Ilves sostiene inoltre che dal gennaio 2025 non ci sarebbe stato un aiuto statunitense realmente sostanziale all'Ucraina e che il peso del sostegno sarebbe ricaduto soprattutto sull'Europa, anche attraverso l'acquisto di armi di produzione americana destinate a Kyiv.
La sua lettura della missione di Ratcliffe, dunque, ribalta quella più circolata nelle ultime ore: non necessariamente una missione per fermare Mosca davanti ai Baltici, ma un confronto riservato su ciò che gli Stati Uniti considerano oggi una priorità più urgente: il rapporto tra Russia e Iran.