La donna, sulla quarantina e ora residente in Finlandia, portò per la prima volta i suoi figli in Siria nel 2014, secondo una prima indagine di polizia
Una donna con doppia cittadinanza finlandese e russa, oggi residente in Finlandia e sulla quarantina, è stata incriminata per due capi di imputazione di tratta di esseri umani aggravata con l'accusa di aver portato i propri figli minorenni in Siria, in territori allora controllati dal cosiddetto Stato islamico (Isis).
Secondo la Procura finlandese, i fatti contestati si estendono dal 2014 al 2024. La donna respinge le accuse. L'atto di accusa è stato depositato presso il tribunale distrettuale dell'Uusimaa orientale, dando così seguito a un'indagine che la polizia finlandese aveva concluso nel 2025.
Nel 2014 il viaggio verso la Siria
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la donna avrebbe portato i figli in Siria nel 2014, quando erano ancora minorenni. La famiglia sarebbe successivamente finita nel campo di al-Hol, nel nord-est della Siria, dove sono state detenute per anni migliaia di donne e bambini legati, direttamente o indirettamente, ai combattenti dello Stato islamico.
Il cuore dell'accusa riguarda proprio le condizioni nelle quali i bambini avrebbero vissuto. Secondo la polizia finlandese, sarebbero stati esposti a una situazione incompatibile con il diritto a crescere in un ambiente sicuro.
«I bambini sono stati portati durante la guerra civile siriana in aree controllate dall'organizzazione terroristica Isis», aveva spiegato nel 2025 il commissario capo Jan Aarnisalo, responsabile dell'inchiesta. Secondo gli investigatori, le condizioni di vita avrebbero compromesso i loro diritti e la loro dignità.
Il ritorno in Finlandia
La donna è rientrata in Finlandia alla fine del 2021 insieme a uno dei figli. Il secondo figlio è tornato successivamente. Entrambi sono oggi maggiorenni e sono considerati persone offese nel procedimento.
La vicenda è però più ampia. Secondo le informazioni diffuse dalla polizia finlandese nel 2025, la donna avrebbe portato in Siria quattro figli che all'epoca erano minorenni. Due di loro, secondo quanto riferito dalla polizia all'agenzia STT, potrebbero essere morti durante la permanenza in Siria.
La polizia aveva precisato inoltre che la donna non era stata arrestata nel corso dell'indagine preliminare e che non risultavano altri sospettati nello stesso procedimento.
Il caso di al-Hol e i rimpatri dalla Siria
Il procedimento si inserisce nella più ampia vicenda dei cittadini finlandesi rimasti nel campo di al-Hol dopo la caduta dell'ultimo territorio controllato dall'Isis. Per anni la Finlandia ha cercato di riportare nel Paese donne e bambini finlandesi presenti nel campo.
Nel 2023 le autorità finlandesi avevano dichiarato di non essere riuscite a rimpatriare gli ultimi cittadini rimasti, anche a causa della mancata collaborazione delle madri. Fino a quel momento erano stati riportati in Finlandia 26 bambini e nove adulti.
Il caso della donna finnico-russa rappresenta quindi uno dei procedimenti giudiziari più delicati legati ai cosiddetti "returnees", i cittadini europei che durante gli anni della guerra in Siria avevano raggiunto i territori controllati dall'Isis e che in seguito sono rientrati nei rispettivi Paesi.
L'accusa di tratta aggravata non significa naturalmente che la donna sia stata riconosciuta colpevole: sarà il tribunale a stabilire se i fatti contestati siano stati effettivamente commessi e se integrino il reato. La donna, attraverso la sua difesa, nega le accuse.