La disputa tra Italia e Spagna sul confine Schengen a Ceuta ha svelato un profondo dissenso sulla migrazione, irrigidito da politica interna e rivali dell'estrema destra
Le relazioni tra Roma e Madrid si sono deteriorate bruscamente nelle ultime settimane, mentre una disputa sulla migrazione è degenerata in uno dei più seri scontri diplomatici tra i due Paesi dell'Europa meridionale degli ultimi anni.
Tutto è iniziato quando l'Italia ha reintrodotto i controlli alle frontiere per i viaggiatori in arrivo dalla Spagna, dopo il massiccio afflusso di migranti nell'enclave spagnola di Ceuta. Da quel momento, la vicenda si è trasformata in un braccio di ferro fatto di misure e contromisure.
La Spagna ha quindi imposto a sua volta controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia, mentre Madrid ha chiesto a Roma di revocare le restrizioni. La scintilla immediata è stata la crisi migratoria a Ceuta, ma la controversia ha portato alla luce una frattura politica più profonda tra due Paesi che, almeno sulla carta, dovrebbero essere alleati naturali.
Alleati naturali
"Non dovrebbe essere possibile che due alleati naturali e amici come Spagna e Italia non sfruttino appieno il loro potenziale comune", aveva dichiarato il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez durante una visita a Roma nel 2020.
La geografia e gli interessi economici sono i principali fattori strutturali che avvicinano Roma e Madrid. Italia e Spagna sono infatti tra i più importanti Paesi mediterranei dell'Unione europea.
Entrambi sono grandi Paesi di frontiera per i flussi migratori provenienti dal Nord Africa, hanno forti interessi economici e politici nel vicinato meridionale e da tempo sostengono che il Mediterraneo debba avere un ruolo più centrale nelle politiche dell'UE.
Questi interessi si sono riflessi nel Patto per il Mediterraneo dell'UE del 2025, che ha inserito la stabilità, lo sviluppo economico, la sicurezza e la gestione dei flussi migratori nella regione tra le priorità strategiche dell'Unione.
I due Paesi condividono inoltre ampie convergenze sul bilancio europeo e spingono insieme per un'impostazione espansiva, con risorse significative destinate ai fondi regionali e ai sussidi agricoli.
Roma e Madrid sono state anche tra i principali beneficiari di NextGenerationEU, il fondo di stimolo varato dopo la pandemia, e sostengono entrambe un piano di rimborso distribuito nel tempo e l'estensione del meccanismo di indebitamento comune per finanziare gli investimenti futuri.
Su molti dossier europei, dunque, Italia e Spagna restano partner. Ma la migrazione è diventata sempre più una linea di frattura tra i due grandi Paesi dell'UE, facendo emergere quelli che alcuni esperti considerano approcci concorrenti alla politica europea verso l'Africa.
"La crisi costruita intorno a Ceuta ha messo ancora una volta in evidenza come l'ossessione dell'Europa per la migrazione sia una delle sue maggiori vulnerabilità: i Paesi vicini possono sfruttarla per esercitare pressioni politiche, mentre l'estrema destra può utilizzarla per ottenere consenso", ha dichiarato a Euronews Claudio Francavilla, direttore associato dell'ONG Human Rights Watch.
"Politiche migratorie ordinate, sicure e rispettose dei diritti restano un miraggio, così come l'unità e la solidarietà europea su questo tema", ha aggiunto.
La linea di frattura sulla migrazione
Paradossalmente, Roma e Madrid partono da una diagnosi simile: la migrazione attraverso il Mediterraneo non è un problema che i Paesi di frontiera possano risolvere da soli e l'UE ha una responsabilità condivisa nel definire un quadro comune per gestirla.
Gli approcci, però, sostenuti da una significativa distanza politica, non potrebbero essere più diversi. Il governo di destra di Giorgia Meloni ha fatto della deterrenza, dei rimpatri, dei partenariati con Paesi terzi e di controlli più rigidi il fulcro della propria politica migratoria.
Roma punta in particolare a estendere a livello europeo il proprio modello di centri per il rimpatrio in Paesi terzi, che sta sperimentando in Albania. Un approccio che è stato ora inserito in una controversa legge sulla migrazione.
Il governo di centro-sinistra di Pedro Sánchez ha invece perseguito un approccio più articolato, che combina la cooperazione con Paesi come il Marocco con iniziative per la migrazione legale e la regolarizzazione dei migranti senza documenti già presenti in Spagna.
Questo approccio è finito nel mirino di altri Paesi dell'UE e di esponenti della destra in tutta Europa dopo la crisi di Ceuta, quando decine di migliaia di persone sono entrate nell'enclave spagnola dal Marocco e la politica di regolarizzazione di Madrid è stata bollata come un "fattore di attrazione".
Sánchez, insieme al presidente francese Emmanuel Macron, è stato invece molto critico nei confronti dei centri di rimpatrio, sostenendo che sprecano risorse e danneggiano la reputazione dell'Europa nei Paesi terzi.
La disputa rivela uno spostamento politico più ampio. Per lungo tempo la politica migratoria è stata descritta come un confronto tra i Paesi di frontiera e il resto dell'UE. Con Ceuta, le divisioni passano ora anche all'interno dello stesso fronte mediterraneo.
In altre parole, i due Paesi che per anni hanno chiesto all'Europa di condividere il peso della gestione dei flussi migratori si trovano ora a scontrarsi su cosa significhi concretamente quella condivisione, con posizioni irrigidite dalle pressioni della politica interna.
Politica interna
Sul piano politico, Roma e Madrid non potrebbero essere più distanti: Sánchez guida uno dei pochi governi di centro-sinistra rimasti in Europa, mentre Giorgia Meloni si avvia verso la fine del suo primo mandato alla guida di una coalizione di destra.
La crisi diplomatica si sviluppa mentre entrambi i Paesi si avvicinano alle elezioni del prossimo anno. In Spagna, il Partido Popular, principale forza di opposizione di centrodestra, è in testa ai sondaggi nazionali, mentre l'estrema destra di Vox ha consolidato la propria posizione di terza forza politica del Paese.
La crisi di Ceuta ha offerto agli avversari di Sánchez l'occasione per dipingere la sua politica migratoria come troppo permissiva, mentre il governo cerca di dimostrare che la Spagna è in grado di controllare le proprie frontiere esterne senza adottare il modello sostenuto dalla destra più dura in Europa.
Meloni resta la figura dominante della destra italiana, ma il suo governo deve ora fare i conti con una concorrenza ancora più a destra. L'eurodeputato Roberto Vannacci (Italia/ESN), che ha lasciato la Lega di Matteo Salvini all'inizio di quest'anno, ha lanciato un proprio movimento politico, National Future.
Con Roma impegnata nella riforma della legge elettorale, Vannacci rappresenta una minaccia concreta: potrebbe erodere il consenso della coalizione di destra, lasciando le prossime elezioni senza un vincitore chiaro e producendo un Parlamento privo di una maggioranza.
"Meloni non sta sospendendo Schengen per colpa di Sánchez, ma per colpa di Vannacci, il suo nuovo rivale di estrema destra", ha scritto in un post su Facebook l'eurodeputato Sandro Gozi (Francia/Renew), definendo l'introduzione dei controlli di frontiera con la Spagna "una decisione dettata dai sondaggi favorevoli a Vannacci a Roma, non dalla realtà sul terreno a Ceuta".
Da quando è entrata in carica nel 2022, Meloni ha progressivamente moderato le proprie posizioni per non spaventare investitori e partner internazionali. Ma con Vannacci in competizione per lo stesso elettorato, questo equilibrio sta cambiando, soprattutto su un tema politicamente esplosivo come la migrazione.
In Italia, in Spagna e altrove, la migrazione è diventata uno dei temi più divisivi e una delle principali linee di frattura politica. E quando queste differenze si intrecciano con gli incentivi elettorali interni, anche due Paesi con interessi strategici ampiamente compatibili possono rapidamente trovarsi su fronti opposti.