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Il G8 di Genova: il movimento e le tensioni politiche ieri e oggi

Due manifestanti del movimento no global arrestati in seguito all'irrusione nella Scuola Diaz
Due manifestanti del movimento no global arrestati in seguito all'irrusione nella Scuola Diaz Diritti d'autore  ASSOCIATED PRESS/AP2001
Diritti d'autore ASSOCIATED PRESS/AP2001
Di Euronews Roma
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Genova 2001: chi sono stati i protagonisti del movimento e qual è la sua continuazione dopo 25 anni, nella memoria di chi c'era e di chi non c'era. Con l'analisi del ricercatore Gabriele Proglio

25 anni fa, tra il 19 e il 22 luglio 2001, accadeva a Genova quella che è stata definita da Amnesty International "Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente" e "la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale".

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In occasione del G8, la riunione dei capi di stato dei potenti del mondo, il movimento no global aveva organizzato una serie di manifestazioni nella città, per cui si presero importanti misure mesi prima dell'evento, in un clima di tensione e allarmismo.

Dopo una prima giornata pacifica, il 20 e il 21 luglio nelle strade si verificarono scontri di piazza, azioni di vandalismo - che nei media vennero attribuiti ai cosiddetti Black bloc - e una repressione brutale da parte della polizia.

Uno degli eventi simbolo di quei giorni fu la morte del ventitreenne Carlo Giuliani, in piazza Alimonda, ucciso dalla polizia il 20 luglio. Un altro luogo cruciale di quei giorni è la Scuola Diaz, nel quartiere di Albaro, dove risiedeva in quei giorni il centro stampa del Genoa Social Forum, comitato organizzativo delle manifestazioni. Qui, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, la polizia fece irruzione e commise atti di violenza contro gli attivisti che erano presenti, distruggendo la sede. Altrettanto emblematica è la caserma di Bolzaneto, che divenne un carcere provvisorio per i manifestanti arrestati, che subirono umiliazioni, maltrattamenti e torture.

Parlare del G8 oggi non vuol dire solo raccontare i fatti, ma anche fare i conti con narrazioni che si sono cristallizzate, con la memoria, individuale e collettiva, e con l'eredità e le tensioni che sono arrivate fino a oggi.

"Non è stata una sconfitta di quella generazione, per molti è stata la fine di tutto, ma c'è sempre un ma, una continuazione che emerge dalle storie individuali. Genova non è finita nel 2001: penso al movimento contro la guerra, ma anche ai movimenti della Palestina che guardano a Genova come punto di riferimento" dichiara a Euronews il ricercatore di storia contemporanea Gabriele Proglio, autore del libro I fatti di Genova. Una storia orale del G8 (Donzelli Editore, 2021).

Manifestanti arrestati dopo l'irruzione alla Scuola Diaz
Manifestanti arrestati dopo l'irruzione alla Scuola Diaz LUCA BRUNO/AP

Il movimento no global: "un altro mondo è possibile"

Il movimento "altermondialista" o "movimento per la giustizia globale" - ribattezzato dai media "no global" - nacque negli anni Novanta per protestare contro il modello di globalizzazione che si stava diffondendo, e a cui si cercava di opporre un'alternativa più sostenibile a livello sociale e ambientale.

"Quel movimento aveva capito che era possibile toccare alcuni argomenti e provare a trasformarli senza utilizzare la delega ai rappresentanti politici: la piazza, le strade e la manifestazione erano centrali, come le cosiddette parole d'ordine, che rappresentavano una visione del mondo" spiega lo storico Gabriele Proglio.

Lo storico sottolinea la varietà delle pratiche di piazza utilizzate a Genova e la natura composita del movimento, che comprendeva militanti, attivisti ma soprattutto persone comuni. "C'era molto di più in quel movimento che la somma delle associazioni e dei centri sociali: era riuscito a muovere delle persone che non facevano politica e che si erano avvicinate a un'idea" sottolinea Proglio.

"Chi ha colpito lo ha fatto per traumatizzare e bloccare un'idea. Bisogna anche sottolineare che la maggioranza delle persone che andarono a Genova non erano militanti né iscritti a partiti, erano persone comuni e qualcosa che mobilitò così tanto le persone probabilmente faceva paura" dice lo storico riguardo le ragioni della violenza.

Il Black bloc: la narrazione dei media

25 anni fa sui media comparve il Black bloc, il gruppo di individui considerati più pericolosi dalla polizia nella preparazione alle manifestazioni. Il termine, prima dei fatti del G8, indicava un tipo di protesta violenta, che prevedeva il marciare in blocchi, l'uso di vestiti neri e azioni di vandalismo.

"Il nome arriva da esperienze tedesche e indica una pratica di piazza: attaccare obiettivi fisici, come auto, vetrine e strade, ma mai la polizia: qui c'è già una contraddizione" spiega Gabriele Proglio, evidenziando le differenze tra queste pratiche e quello che è successo a Genova.

Nel fascicolo redatto dalla questura di Genova in preparazione all'evento vengono però definiti come Black bloc individui radunati in piccoli gruppi, da 10 o 40 elementi, appartenenti al movimento anarchico o a gruppi dell'estrema destra come Forza Nuova e il Fronte Sociale Nazionale, come denunciato dagli stessi attivisti durante le manifestazioni.

"Non era un blocco compatto, ma un insieme di pratiche attorno a cui si è costruito un immaginario: c'è stata una vera e propria battaglia per la memoria in cui è subentrata anche la dimensione del trauma. Vedere il blocco nero come oggetto di responsabilità per aver distrutto tutto lascia che le responsabilità per la gestione della piazza non vengano prese dalle autorità. Gestione che tra l'altro non è stata improvvisata ma decisa" aggiunge lo storico.

Il resto dei manifestanti, era diviso tra il blocco rosa, a cui appartenevano ONG, associazioni ambientaliste, cattoliche e la rete di no-profit Lilliput, tutti considerati a bassa pericolosità, il blocco blu e il blocco giallo, di cui facevano parte diversi centri sociali che potevano essere autori di disordini.

Già dal febbraio 2001 i media diffondevano un clima di allarmismo riguardo i pericoli che secondo i rapporti della polizia potevano venire dai manifestanti. Questo immaginario di caos e violenza venne rafforzato anche dalle immagini successive all'evento.

"Dopo se n'è parlato in due maniere: facendo riferimento ai disordini e agli scontri che sarebbero stati causati dai famigerati Black bloc, e ponendo degli interrogativi e delle domande al limite del complottismo. Sicuramente ci sono state delle infiltrazioni, ma la dinamica di piazza era molto semplice: un movimento con tante anime e pratiche e la polizia che ha deciso di agire in modo premeditato per reprimerlo" dichiara Proglio.

Le forze dell'ordine pronte per affrontare i manifestanti, il 30 giugno 2001
Le forze dell'ordine pronte per affrontare i manifestanti, il 30 giugno 2001 AP/AP

Le tensioni politiche e il movimento oggi

Le tensioni che il movimento antiglobalizzazione denunciava 25 anni fa, precorrendo i tempi, sono presenti ancora oggi. Il cambiamento climatico ha fatto emergere prepotentemente il tema delle disuguaglianze e dei costi della globalizzazione, così come sono sempre più forti le critiche al neoliberismo da parte dei movimenti di sinistra.

I manifestanti scendevano in piazza anche contro chi quell'ordine, politico ed economico, lo portava avanti. Nel 2001 si assisteva a un momento di ascesa di governi di destra e di centrodestra, che in alcuni casi sarebbero rimasti per molto tempo al potere. Primo tra tutti Vladimir Putin, che era presente al G8 durante il primo dei suoi quattro mandati da presidente. In Italia invece Silvio Berlusconi, che aveva iniziato il suo secondo mandato da premier, aveva inserito nel suo governo anche membri di Alleanza Nazionale, dell'area ex fascista.

In quel momento di difficoltà dei partiti politici di sinistra, i movimenti di piazza erano molto forti a livello internazionale. Si può vedere un'analogia con la situazione di oggi: da una parte un'Europa polarizzata, con movimenti e partiti che tendono sempre più a destra - Vox in Spagna, Rassemblement National in Francia, AFD in Germania, Fratelli d'Italia e Futuro Nazionale in Italia - e soprattutto varie situazioni di violazioni dello Stato di diritto in diversi Paesi europei; dall'altra un movimento transnazionale forte che si riunisce attorno al sostegno per la Palestina.

"Non ne farei solo una questione di destra: il movimento del G8 nasce e si stabilizza durante il governo di D'Alema; quello che denunciava era la distanza della politica dalla base. Oggi le movimentazioni per la Palestina hanno reso evidente che quel tipo di partecipazione anche non politica è ancora possibile e questo in qualche modo fa eco con i fatti di Genova" commenta Gabriele Proglio.

"Qualcosa sta cambiando: oggi si riesce a distinguere e a vedere, grazie alla distanza, la differenza tra violenza e conflitto sociale, lasciando cadere la retorica e la narrazione dei black bloc, mettendo più in luce la gestione della polizia, ma anche le storie individuali, creando una memoria non univoca" conclude lo storico.

Per molti il G8 ha rappresentato un episodio traumatico, la fine di un'epoca di militanza e del movimento. Per tutti ha segnato un prima e un dopo, uno spartiacque che ricordiamo ancora oggi, chi c'era e chi non c'era, ma che guarda ancora a Genova 2001 come a un punto di riferimento.

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