Il presidente dei riservisti, Bastian Ernst, parla di equipaggiamento, formazione ed esercitazioni militari. Secondo lui un Paese coma la Germania dovrebbe mantenere almeno 200mila riservisti, il doppio di quelli che oggi presiede
La Bundeswehr deve crescere e, in questo, la riserva assume un ruolo sempre più importante. Ma molti riservisti, nella vita di tutti i giorni, si scontrano con vari ostacoli: per le esercitazioni militari vige finora il principio della doppia volontarietà.
Significa che non solo i riservisti devono offrirsi volontari, ma anche i loro datori di lavoro devono acconsentire a concedere loro dei permessi. Il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) vuole allentare in parte questo principio con una nuova legge sui riservisti e rendere possibili esercitazioni obbligatorie.
Il deputato della CDU al Bundestag originario della Bassa Sassonia è stato eletto nell’aprile 2026 presidente del Verband der Reservisten der Deutschen Bundeswehr. L’associazione rappresenta circa 110.000 iscritti ed è così la più grande organizzazione di riservisti in Germania.
A margine del New Age Defence Summit di Berlino, Euronews ha parlato con Bastian Ernst del futuro della riserva, dei piani di riforma del governo federale e delle sfide di sicurezza per la Germania. Il vertice è dedicato alle lezioni tratte dalla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina e a come le forze armate europee debbano adattarsi alle nuove minacce.
Euronews: In questo contesto sorge una domanda: la Germania, nel rafforzare la propria capacità di difesa e la propria riserva, è già al livello in cui dovrebbe essere?
Bastian Ernst: Non siamo ancora al punto in cui dovremmo essere, ma qui possiamo imparare molto. Da un lato c’è il confronto con l'industria, ma anche con gli addetti agli approvvigionamenti e con il mondo politico. E ritengo che siamo già più avanti rispetto a tre-cinque anni fa, perché oggi lo scambio è molto più intenso.
Soprattutto, qui impariamo molto anche dalle amiche e dagli amici ucraini, dalle esperienze che stanno facendo e che purtroppo pagano a caro prezzo. Per questo mi fa naturalmente piacere vedere che continuiamo a sostenere i partner ucraini, ma dobbiamo sostenerli ancora di più. Anche questo fa parte di un processo di apprendimento.
Euronews: Da quasi due mesi lei è presidente dell’associazione dei riservisti. Il suo predecessore lo scorso anno ha detto che, se oggi scoppiasse la guerra, i riservisti dovrebbero andare al fronte con il proprio veicolo. È ancora così? Oggi, in teoria, i riservisti dovrebbero portare al fronte il proprio drone?
Bastian Ernst: La riserva si sta riorganizzando. Stiamo lavorando al Reservestärkungsgesetz (legge per il rafforzamento della riserva), che sarà approvato prima della pausa estiva. Con questo avremo per la prima volta un documento che fonda un capitolo di bilancio specifico. In sostanza, vogliamo una riserva pienamente equipaggiata.
Ciò significa: mezzi, personale e infrastrutture. E in questo rientrano anche i droni. Si tratta ovviamente di una componente che dieci, venti o trent’anni fa non esisteva in questa forma.
Non era prevista né nella pianificazione né nelle dottrine. Oggi i droni sono, in sostanza, una capacità che chiunque si occupi di ricognizione deve saper utilizzare. Per questo abbiamo già avviato la formazione sui droni. Non siamo ancora dove dovremmo essere, ma stiamo affrontando il problema.
Euronews: Quindi ci sarà una formazione all’uso dei droni per i riservisti?
Bastian Ernst: Esattamente. Nell’ambito della nostra formazione militare esiste già un corso per piloti di droni. La domanda, però, è se alla fine debba sempre essere necessario un “patentino” molto articolato per i droni.
Se penso alla Generazione Z, che cresce già abituata a far volare droni e a usarli, credo che dobbiamo rendere tutto ancora meno burocratico e più semplice. Per questo i patentini e l’addestramento sono giusti e importanti, ma non dobbiamo esagerare.
Euronews: Un altro grande tema è proprio la doppia volontarietà. In pratica, le esercitazioni dei riservisti non sono ancora obbligatorie e alcuni datori di lavoro si oppongono. A che punto è il dibattito?
Bastian Ernst: Un Paese con oltre 80 milioni di abitanti deve riuscire a richiamare, equipaggiare e mantenere in addestramento 200.000 riservisti.
Altri Paesi, per esempio quelli scandinavi, ce lo dimostrano: la loro economia non crolla e la gente non fugge in massa. Ritengo che le preoccupazioni del mondo economico vadano prese sul serio. Ha bisogno di capacità di programmazione e di affidabilità.
E con il Reservestärkungsgesetz otterranno proprio questo. Avremo indicazioni chiare su quanto a lungo ci si deve esercitare, a seconda del periodo di servizio. Chi vuole potrà fare di più su base volontaria. E credo che sia un modello programmabile. Soprattutto, però, è in gioco la sicurezza del nostro Paese e della nostra Alleanza. E su questo anche i datori di lavoro e l’economia hanno ovviamente interesse.
Perché solo in un Paese sicuro e in un’Europa sicura possono operare anche sul piano economico. Per questo guardo alla questione in modo piuttosto positivo. E vorrei che il dibattito fosse impostato partendo da questo aspetto positivo.
Chi si impegna nella riserva dedica il proprio tempo libero a prepararsi, almeno in addestramento, per difendere il nostro Paese. Si assume responsabilità di comando. E credo che questo sia importante anche come lavoratore, quando si torna in azienda.
Euronews: I riservisti sono pensati soprattutto per la difesa del territorio nazionale, non per essere impiegati sul fronte orientale della NATO. Questo viene spiegato in modo sufficientemente chiaro? Se i potenziali riservisti, che per esempio oggi non hanno ancora alcun legame con la Bundeswehr, sapessero che non verrebbero mandati, per usare un’espressione provocatoria, al fronte orientale, non si riuscirebbe ad attirare più persone?
Bastian Ernst: Adesso stiamo affrontando un dibattito che per dieci, quindici anni non c’è stato. Dopo la sospensione del servizio militare obbligatorio il tema era completamente scomparso.
Abbiamo avuto le missioni in Mali e in Afghanistan, le due principali. Ed era questa la realtà di cui si parlava, se ancora se ne parlava, anche a colazione nelle famiglie di questo Paese.
Ora vedo, per esempio nelle tante classi che vengono a trovarmi, che il tema del servizio militare e della difesa dei nostri valori e della nostra libertà è tornato di attualità.
E a questo fa parte anche la possibilità di rifiutare. È un punto importante. Ritengo che sia un grande valore poter dire: no, per determinate ragioni io questo non lo voglio fare.
Nonostante ciò, abbiamo bisogno di un certo numero di persone disposte con convinzione a prestare servizio nella Bundeswehr, come è successo a me, che ho svolto il servizio militare obbligatorio e poi l’ho prolungato. E dobbiamo spiegare perché è importante farlo. È importante e giusto farlo, perché vale la pena lottare per il nostro Paese e per l’Europa.
Anch’io sono cresciuto in pace e libertà. Ma non è qualcosa di scontato. Per questo dobbiamo offrire un servizio che abbia un senso, ad esempio nella difesa del territorio: chi ha svolto il servizio militare può poi impegnarsi nella propria regione per proteggere le infrastrutture critiche o altri obiettivi rilevanti a livello locale.
Credo che questo motivi le persone, perché possono capire meglio e vedere il legame con la loro realtà. E naturalmente esistono anche esercitazioni volontarie più lunghe, ma non sono la regola, bensì l’eccezione.