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Ex Ilva, la Corte ordina lo stop dell'area a caldo entro 90 giorni: a rischio la vendita dello stabilimento

stabilimento Ilva, foto di archivio
stabilimento Ilva, foto di archivio Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
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La Corte d'Appello di Milano dispone lo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva entro 90 giorni se non saranno eliminati amianto ed emissioni oltre i limiti. Il governo stanzia altri 100 milioni, Jindal conferma l'interesse

Nuovo colpo di scena nella complessa vicenda dell'ex Ilva di Taranto. La Corte d'Appello di Milano ha disposto la sospensione dell'attività dell'area a caldo dello stabilimento entro 90 giorni qualora non vengano completate la bonifica dell'amianto ancora presente negli impianti e la riduzione delle emissioni di polveri sottili entro i livelli ritenuti compatibili con una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio all'anno.

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La decisione ribalta il precedente orientamento del Tribunale e accoglie il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e dall'associazione Genitori Tarantini, che da anni denunciano i rischi sanitari legati all'attività del polo siderurgico. Secondo i giudici, il deterioramento degli impianti e la permanenza di criticità ambientali rendono necessario un intervento immediato per tutelare la salute pubblica.

Cosa prevede la sentenza

Il provvedimento riguarda il cuore produttivo dello stabilimento, l'area a caldo, dove avvengono le lavorazioni degli altiforni. La riapertura degli impianti sarà possibile soltanto dopo la completa rimozione dell'amianto e l'adozione delle misure necessarie per riportare le concentrazioni di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza previsti dalla normativa ambientale.

La Corte ha inoltre ritenuto insufficienti alcuni aspetti dell'Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) in relazione alle emissioni nello scenario produttivo autorizzato.

Effetti sulla cessione dell'ex Ilva

La sentenza arriva in un momento particolarmente delicato, mentre è in corso la procedura di vendita degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria. L'eventuale fermata dell'area a caldo modifica infatti il quadro industriale ed economico su cui erano state costruite le offerte presentate dai potenziali acquirenti, imponendo una revisione dei piani produttivi, dei costi e degli investimenti necessari.

Tra i soggetti interessati figurano il fondo statunitense Flacks Group e il gruppo siderurgico indiano Jindal Steel, chiamati ora a valutare l'impatto della decisione giudiziaria sul futuro dell'impianto.

Il governo conferma il sostegno finanziario

Nonostante il nuovo scenario, il Consiglio dei ministri ha approvato un ulteriore finanziamento destinato ad Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria. Si tratta di un prestito oneroso di circa 100 milioni di euro, destinato a garantire la continuità operativa delle attività, in particolare dell'area a freddo, durante la fase di cessione.

Da Palazzo Chigi è stato precisato che il provvedimento era stato predisposto prima della sentenza della Corte d'Appello e che ora il percorso dovrà essere aggiornato alla luce delle nuove prescrizioni imposte dai giudici. Anche il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto che la decisione modifica profondamente il quadro sul quale era stata costruita la trattativa di vendita.

Jindal: pronti a investire in un forno "carbon free"

Tra i potenziali acquirenti, il gruppo indiano Jindal ha confermato di non voler abbandonare il dossier Taranto. In una nota, la società ha ribadito l'interesse ad acquisire sia l'area a caldo sia quella a freddo dello stabilimento, subordinando però l'operazione alla definizione degli accordi con le istituzioni.

Il progetto industriale prevede la realizzazione di un nuovo forno a basse emissioni di carbonio, tassello centrale del piano di decarbonizzazione destinato a sostituire progressivamente gli altiforni tradizionali. Secondo Jindal, l'investimento rappresenterebbe un'opportunità strategica non solo per il rilancio dello stabilimento pugliese, ma anche per la competitività dell'intera siderurgia italiana ed europea.

Una crisi che dura da oltre dieci anni

La vicenda dell'ex Ilva continua così a intrecciare questioni ambientali, occupazionali e industriali. Da oltre un decennio il più grande polo siderurgico italiano è al centro di procedimenti giudiziari, amministrazioni straordinarie e tentativi di rilancio, con il difficile equilibrio tra la salvaguardia dei posti di lavoro e la tutela della salute dei cittadini di Taranto.

La decisione della Corte d'Appello apre ora una fase nuova, destinata ad avere conseguenze rilevanti non solo sul futuro dello stabilimento, ma anche sulla strategia nazionale per la produzione dell'acciaio e sulla transizione verso tecnologie industriali meno impattanti dal punto di vista ambientale.

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