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Blackout Iberico, un anno dopo: siamo davvero pronti a 72 ore senza elettricità?

Persone sedute sulla terrazza di un bar chiuso presso il belvedere del Monte Agudo, con vista su Lisbona, durante l'interruzione dell'energia elettrica a livello nazionale, lunedì 28 aprile.
Persone sedute sulla terrazza di un bar chiuso presso il belvedere del Monte Agudo, con vista su Lisbona, durante l'interruzione dell'energia elettrica a livello nazionale, lunedì 28 aprile. Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Inês dos Santos Cardoso & Ana Filipa Palma & Euronews
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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A un anno dal blackout che colpì Spagna e Portogallo, cittadini e istituzioni fanno i conti con la resilienza: kit di emergenza, nuove misure e le lezioni apprese

Un anno fa, alle 11:33 ora portoghese, un guasto elettrico nato oltre confine ha lasciato al buio milioni di persone tra Portogallo e Spagna. Per diverse ore, la normalità si è fermata: niente luce, niente comunicazioni, servizi essenziali sotto pressione. Oggi, a dodici mesi di distanza, resta una domanda concreta: se accadesse di nuovo, saremmo pronti?

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La lezione di Bruxelles: prepararsi a 72 ore di autonomia

Dopo l’incidente, le istituzioni europee hanno rafforzato la strategia di resilienza, invitando i cittadini a dotarsi di un kit di emergenza capace di garantire almeno 72 ore di autonomia. Gli elementi base sono semplici ma cruciali: acqua potabile, cibo non deperibile, kit di primo soccorso, torcia e radio a batteria.

Una raccomandazione che, però, non tutti hanno preso alla lettera.

Le testimonianze raccolte mostrano un quadro misto. C’è chi, come Mariana, giovane scout, aveva già tutto il necessario: “Bisogna sapere vivere anche senza tecnologia”, spiega, sottolineando l’importanza di non dipendere sempre da internet.

Altri, come Manuel Oliveira, 77 anni, si affidano a buone abitudini di una volta: candele, scorte alimentari e radio. “Potrei resistere, ma non più di una settimana”, ammette, evidenziando però un problema diffuso: molte persone non hanno alcuna preparazione.

C’è anche chi ha cambiato comportamento dopo il blackout. Filomena Nobre, pensionata, ha creato un vero e proprio zaino di emergenza con coperta, fischietto e batterie. E chi, come Luís Latas, ricorda il panico generale: supermercati presi d’assalto e la sensazione che “il mondo stesse per finire”.

Il primo ministro portoghese Luís Montenegro, Pedro Duarte e il ministro della Presidenza António Leitäo Amaro al Parlamento portoghese a Lisbona, 11 marzo 2025
Il primo ministro portoghese Luís Montenegro, Pedro Duarte e il ministro della Presidenza António Leitäo Amaro al Parlamento portoghese a Lisbona, 11 marzo 2025 AP Photo

Il nodo infrastrutture: cosa è cambiato davvero

Se a livello domestico la preparazione resta disomogenea, sul piano istituzionale il blackout ha rappresentato uno spartiacque. Il governo portoghese ha riconosciuto apertamente le criticità emerse nelle prime fasi della crisi, quando molte decisioni sono state prese senza un coordinamento strutturato. Da qui è nata l’esigenza di costruire un sistema più solido e prevedibile. La creazione del Centro operativo governativo (Corgov) va proprio in questa direzione: centralizzare il coordinamento politico e operativo per evitare improvvisazioni nei momenti più critici. Allo stesso tempo, sono stati elaborati protocolli di emergenza più chiari, pensati per ridurre i tempi decisionali e garantire risposte più rapide ed efficaci.

Un altro fronte fondamentale riguarda la resilienza delle infrastrutture critiche. L’esperienza del blackout ha dimostrato quanto ospedali, centri sanitari e servizi essenziali siano vulnerabili senza un’adeguata autonomia energetica. Per questo, il gruppo di lavoro parlamentare ha proposto di fissare standard minimi più rigorosi, prevedendo almeno 72 ore di autonomia per le strutture più sensibili e almeno 24 ore per le altre. Non si tratta solo di una misura tecnica, ma di una scelta strategica che ridefinisce le priorità in termini di sicurezza nazionale.

Parallelamente, si discute di aumentare le capacità di stoccaggio di carburante, ritenute oggi insufficienti per gestire crisi prolungate, e di ripensare i sistemi di comunicazione di emergenza. L’obiettivo è renderli indipendenti dalle reti commerciali, che durante il blackout hanno mostrato tutta la loro fragilità. In sintesi, il cambiamento c’è stato, ma è ancora in corso: più che una soluzione definitiva, si tratta di un processo di adattamento a scenari sempre più complessi.

Le cause del blackout: una catena di errori

Il rapporto tecnico ha chiarito un punto fondamentale: non è stato un singolo guasto a provocare il blackout, ma una sequenza rapidissima di eventi che si sono alimentati a vicenda in meno di un minuto e mezzo. Tutto è iniziato con un aumento anomalo della tensione nella rete elettrica spagnola, un fenomeno che ha trovato terreno fertile in un contesto già instabile. Contemporaneamente, si è verificato un calo della produzione da parte degli impianti di energia rinnovabile, che ha ridotto la capacità della rete di mantenere l’equilibrio.

Questo squilibrio ha avuto un effetto a cascata: la diminuzione della potenza ha influito anche sulla gestione della potenza reattiva, contribuendo a far salire ulteriormente la tensione. In assenza di un controllo efficace, il sistema ha iniziato a perdere stabilità fino a quando sono entrati in funzione i meccanismi di protezione automatica, come quello scattato in una sottostazione nella zona di Granada. Questi sistemi, progettati per prevenire danni maggiori, hanno però accelerato il collasso della rete.

Il risultato è stato un classico effetto domino, che ha messo in evidenza la vulnerabilità di sistemi energetici sempre più complessi e interconnessi. Più le reti sono integrate e dipendenti da fonti variabili, più diventa cruciale una gestione precisa e in tempo reale di ogni parametro.

Siamo davvero pronti?

A un anno di distanza, non esiste una risposta netta. Le istituzioni hanno avviato un percorso di rafforzamento che punta a rendere il sistema più resiliente, ma questi interventi richiedono tempo e investimenti. Nel frattempo, la preparazione dei cittadini resta disomogenea e spesso legata più all’esperienza personale che a una reale pianificazione.

Il blackout ha avuto il merito di riportare al centro una verità: la tecnologia, per quanto avanzata, non è infallibile. Quando viene meno, anche le attività più banali diventano complesse. Per questo la resilienza non può essere delegata esclusivamente alle infrastrutture o alle istituzioni, ma deve diventare una competenza diffusa, fatta di abitudini, consapevolezza e capacità di adattamento.

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