Fincantieri ottiene un contratto preliminare dalla US Navy per le Landing Ship Medium: si rafforza la presenza italiana nel business difesa Usa nonostante le tensioni politiche
Dalle dichiarazioni diplomatiche ai dossier più caldi, tra Roma e Washington ogni tanto il tono si alza. Ma poi, sotto la superficie, il flusso economico e industriale continua a correre, in particolare quando si parla di difesa e grandi commesse strategiche.
L’ultimo segnale arriva da Fincantieri, che attraverso la controllata americana Marinette Marine ha ottenuto dalla United States Navy un contratto da circa 30 milioni di dollari per le attività preliminari del programma Landing Ship Medium (LSM).
Non è ancora la fase “costruzione piena”, ma è quella che conta davvero per chi gioca la partita lunga: ingegneria iniziale, acquisto anticipato dei materiali e organizzazione della catena produttiva. In pratica, si mette in moto la macchina.
Il programma LSM non è solo un appalto navale. È un pezzo della nuova strategia americana: forze più distribuite, agili, capaci di muoversi in scenari complessi e costieri.
Lo sguardo è chiaro: Indo-Pacifico. Una regione dove la logistica conta quanto la potenza di fuoco. Le nuove unità saranno meno imponenti delle grandi navi da combattimento, ma fondamentali per trasporto truppe, mezzi e supporto anfibio. Un approccio più “diffuso”, coerente con l’evoluzione della dottrina di US Navy e Marines.
Fincantieri dentro la filiera Usa: non un ospite, ma un player interno
Il punto chiave non è solo il contratto, ma il posizionamento. Fincantieri non lavora “per” gli Stati Uniti: lavora “dentro” il sistema industriale americano. Marinette Marine è infatti parte della base produttiva USA e questo cambia tutto in termini di accesso ai programmi.
È un mercato duro, competitivo, altamente politico. E proprio per questo l’ingresso stabile in programmi come LSM è un segnale di consolidamento.
Non è un caso isolato: negli ultimi anni il gruppo italiano ha già rafforzato la sua presenza con il programma delle fregate Constellation (FFG-62) per la US Navy, uno dei progetti più rilevanti della modernizzazione navale americana.
Sul business non ci sono divergenze
Il paradosso attuale è evidente: mentre sul piano politico non mancano divergenze su dossier commerciali, industriali e geopolitici, sul piano economico la relazione Italia–Usa resta una delle più integrate dell’Occidente. E la difesa è il vero centro di gravità di questa interdipendenza.
Non si tratta solo di contratti singoli, ma di accesso strutturale ai programmi del Pentagono, che funzionano sempre meno come gare isolate e sempre più come ecosistemi industriali multilivello. Nel caso navale, ad esempio, la logica è quella dei “block buy” e dei programmi pluriennali, dove la US Navy definisce una piattaforma di riferimento e poi assegna produzione, ingegneria e componentistica lungo una filiera distribuita tra più stati e più fornitori.
Nel programma Landing Ship Medium (LSM), questo significa che il lavoro non si limita al cantiere finale di assemblaggio, ma si estende a una rete di subfornitori americani e internazionali per sistemi di propulsione, elettronica di bordo, componentistica meccanica, sistemi ausiliari e integrazione dei sistemi di comando. È proprio in questa fase iniziale di “advanced procurement” che si fissano i nodi della supply chain: motori, riduttori, impianti elettrici, sensori e sistemi di comunicazione vengono contrattualizzati in anticipo per evitare colli di bottiglia produttivi nei cantieri.
È qui che si inserisce il modello di Fincantieri negli Stati Uniti, attraverso Marinette Marine: non solo costruzione navale, ma integrazione dentro la filiera industriale americana, con fornitori locali certificati e una catena di approvvigionamento che deve rispettare requisiti stringenti di sicurezza nazionale e contenuto domestico.
Questo approccio è coerente anche con altri programmi già attivi, come le fregate Constellation (FFG-62), dove la piattaforma è progettata in collaborazione con la US Navy ma gran parte dei sistemi critici proviene da un ecosistema di fornitori USA, mentre il know-how europeo resta centrale nella progettazione e nell’integrazione ingegneristica.
In parallelo, il ruolo di Leonardo si inserisce soprattutto nei segmenti avionici, sensoristica, elicotteristica e sistemi elettronici di difesa, dove la logica è ancora più frammentata: radar, suite di guerra elettronica e sistemi di missione vengono spesso integrati in programmi congiunti o attraverso partnership con prime contractor americani.
Il risultato è un sistema ibrido: formalmente nazionale nella governance dei programmi, ma globalizzato nella realtà industriale. E in questo schema la “nazionalità” del player conta meno della sua capacità di reggere standard, certificazioni e tempi di produzione.
È per questo che, al di là delle tensioni politiche, la relazione Italia–Usa nella difesa resta stabile: non è una scelta ideologica, è una catena del valore condivisa.