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Guerre in corso, il presidente dell'Assemblea ONU a Euronews: colpa degli Stati membri

Annalena Baerbock, presidente dell'80ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA), durante un'intervista per '12 Minutes With'.
Annalena Baerbock, presidente dell'80ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA), durante un'intervista per 12 Minutes With. Diritti d'autore  Euronews
Diritti d'autore Euronews
Di Lauren Walker & Maria Tadeo
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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La presidente dell'organo decisionale dell'ONU, in un'intervista a Euronews, ha respinto le critiche, sostenendo che l'abuso del potere di veto dei membri permanenti frena i progressi.

La responsabilità del fatto che le guerre continuino a essere combattute non può essere attribuita alle Nazioni Unite, ha dichiarato a Euronews la presidente dell'Assemblea generale dell'ONU (UNGA), Annalena Baerbock.

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Secondo Baerbock, il dito va puntato sugli Stati membri.

"Se uno Stato membro avvia una guerra di aggressione, non è l'ONU ad aver fallito, né la Carta a essere poco chiara sul fatto che questa guerra non è consentita: è lo Stato membro che, pienamente consapevole di violare la Carta, porta avanti questo conflitto", ha detto Baerbock nel programma di interviste di Euronews 12 Minutes With.

"Per questo l'ONU ha bisogno anche del controbilanciamento da parte degli altri Stati membri", ha aggiunto l'ex ministra degli Esteri tedesca.

Negli ultimi anni l'ONU è stata oggetto di crescenti critiche, anche da parte degli stessi Stati membri, per quella che molti considerano un'incapacità strutturale di adempiere al suo mandato principale: mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

In un intervento all'Assemblea generale lo scorso anno, il presidente statunitense Donald Trump ha accusato l'organizzazione di non agire per risolvere i conflitti in escalation, denunciando quelle che ha definito "parole vuote" che "non fermano la guerra".

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Baerbock ha però ricordato che l'ONU non è un attore unico, ma un insieme di 193 "Stati membri molto diversi tra loro". In questo senso, ha aggiunto, il lavoro delle Nazioni Unite è paragonabile a quello dei sistemi giudiziari nazionali, che si basano anch'essi su una molteplicità di attori.

"Abbiamo regole chiare che dicono che non si deve uccidere nessuno. Eppure, purtroppo, gli omicidi continuano ad avvenire", ha detto.

"Ma nessuno direbbe: 'Bene, allora aboliamo il codice penale, visto che non siamo riusciti a impedire gli omicidi'. Anche la polizia e la società devono contrastarli, e lo stesso vale per l'ONU. Dipendiamo in modo decisivo dagli Stati membri".

Il problema del veto

Per Baerbock, il principale ostacolo che impedisce all'ONU di affrontare i conflitti attuali è il potere di veto di cui dispongono alcuni di questi Stati all'interno del Consiglio di sicurezza, l'organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti — i cosiddetti "Permanent Five" (P5) o "membri permanenti" — hanno seggi permanenti e il potere di veto, che consente loro di bloccare qualsiasi risoluzione dell'ONU.

Questo diritto di veto, riconosciuto a un numero ristretto di Paesi, ha suscitato negli ultimi anni molte polemiche, perché limita fortemente la capacità del Consiglio di promuovere la pace internazionale.

Negli ultimi anni Russia e Stati Uniti sono stati i principali responsabili di questa paralisi, bloccando rispettivamente iniziative sull'Ucraina e sulla situazione a Gaza. Nel 2024 i membri permanenti hanno posto otto veti su sette progetti di risoluzione, il numero più alto dal 1986. L'anno scorso il Consiglio ha registrato due veti statunitensi su Gaza e due veti russi sull'Ucraina.

"Purtroppo, in questo momento, non tutti gli Stati membri si assumono le proprie responsabilità e alcuni usano addirittura il loro diritto di veto per difendere violazioni del diritto internazionale", ha detto Baerbock.

"Se usi il veto in modo tale da impedire al Consiglio di sicurezza di prendere una decisione e poi ti lamenti perché non si è trovato un accordo, è evidente che la responsabilità è anche di chi ha posto il veto".

L'impasse al Consiglio di sicurezza ha riacceso le richieste di una riforma profonda, per limitare questo potere e ampliare al contempo la rappresentanza permanente all'Africa e all'America Latina.

Nel marzo 2025 il segretario generale dell'ONU António Guterres ha lanciato l'iniziativa di riforma "UN80", in vista dell'80º anniversario dell'organizzazione. L'obiettivo è snellire la struttura, i mandati e le finanze dell'ONU e include anche proposte per limitare il potere di veto in Consiglio di sicurezza.

Tra i P5, però, c'è poca disponibilità ad adottare riforme che possano ridurre il loro potere o la loro influenza. "E purtroppo serve l'accordo di tutti i membri del Consiglio di sicurezza", ha sottolineato Baerbock.

Alcuni temono che l'ONU debba affrontare un'altra minaccia, questa volta creata dagli Stati Uniti: il cosiddetto Board of Peace (Consiglio per la pace). In origine era stato approvato dal Consiglio di sicurezza come meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco a Gaza, ma al momento del lancio Donald Trump ha lasciato intendere che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più ampio.

Baerbock ha però minimizzato i timori che il Board of Peace possa diventare un concorrente delle Nazioni Unite.

"C'è un buon motivo per cui all'ONU ogni Stato membro, indipendentemente dalle sue dimensioni o dalla sua potenza, ha lo stesso posto al tavolo. È una responsabilità unica ed è anche il ruolo unico che l'ONU può svolgere", ha detto.

"Gli Stati membri hanno chiarito, anche quelli che hanno aderito al Board of Peace, che questo riguarda solo Gaza e che per qualsiasi altra questione di pace e sicurezza resteranno, e per buone ragioni, le Nazioni Unite il luogo di riferimento, dove non bisogna pagare".

A differenza di quanto avviene all'ONU, i Paesi invitati a far parte del Board of Peace possono partecipare gratuitamente per un massimo di tre anni, ma devono versare ciascuno 1 miliardo di dollari (circa 852,1 milioni di euro) per restare oltre quel periodo iniziale.

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