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Caso Almasri: la Cpi deferisce l'Italia all'Assemblea degli Stati Parte per mancata cooperazione

La sede della Corte Penale Internazionale a L'Aia nei Paesi Bassi
La sede della Corte Penale Internazionale a L'Aia nei Paesi Bassi Diritti d'autore  AP Photo/Omar Havana
Diritti d'autore AP Photo/Omar Havana
Di Gabriele Barbati
Pubblicato il
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La Corte penale internazionale ha ufficialmente deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati membri sul caso del rilascio di Njeem Osama Almasri, nonostante il mandato di arresto della Corte, violando gli obblighi dello Statuto di Roma. L'Italia è stata invitata a chiarire la propria posizione

La Corte penale internazionale (Cpi) ha ufficialmente deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati Parte, giovedì, a causa del mancato assolvimento degli obblighi di cooperazione internazionale nel caso Almasri.

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La decisione è stata resa nota dalla stessa Cpi che, in un comunicato, ha dichiarato che "in data 29 gennaio 2026, la Presidenza ha notificato la decisione di deferire all'Assemblea degli Stati Parte l'inadempimento dell'Italia a una richiesta di cooperazione", un atto formale previsto dall'articolo 109(4) del Regolamento della Corte.

In conformità con le procedure internazionali, un rappresentante dell'Italia è stato invitato alla riunione dell'Ufficio di presidenza dell'Assemblea del 1° aprile 2026.

L'incontro è servito per discutere le implicazioni della decisione della Corte in merito alla non cooperazione e per permettere al governo di presentare il proprio piano su come intenda collaborare con la giustizia internazionale in futuro.

L'Ufficio presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unita a eventuali raccomandazioni, durante la prossima sessione plenaria.

Le polemiche contro Meloni e i ministri Nordio e Piantedosi

Il contenzioso legale risale alla decisione della Camera preliminare I del 17 ottobre 2025, la quale ha stabilito che l'Italia non ha rispettato i propri obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, impedendo di fatto alla Corte di esercitare le proprie funzioni giudiziarie.

Il fulcro della contestazione risale però al gennaio del 2025, alla mancata esecuzione del mandato internazionale di arresto per Njeem Osama Almasri, generale libico di spicco in una delle fazioni che si contendono il potere a Tripoli.

Al Masri era stato arrestato in territorio italiano e rilasciato poco dopo, per essere addirittura riaccompagnato in Libia da un volo di Stato italiano, senza consultare la Corte. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e quello dell'Interno, Matteo Piantedosi avevano difeso la propria condotta in Parlamento rivendicando di avere gestito opportunamente quello che era un "pericolo imminente" per l'Italia.

La vicenda aveva scatenato una dura reazione nell'opposizione che aveva chiesto spiegazioni, e dimissioni, ai ministri contestati e alla premier Giorgia Meloni. L’uso di un velivolo di Stato e la mancata convalida dell’arresto da parte del ministero della Giustizia avevano innescato un’inchiesta per favoreggiamento e peculato che ha coinvolto Meloni, Piantedosi, Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.

L'indagine su Meloni è stata archiviata lo scorso agosto, mentre il 9 ottobre la Camera dei deputati ha negato l'autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri e del sottosegretario.

Il deferimento di giovedì ha rinnovato lo scontro politico con l'accusa alla premier di avere compromesso la credibilità internazionale dell'Italia. Partito Democratico, Movimento 5Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e +Europa hanno parlato di un collasso della cultura giuridica italiana sull'altare degli accordi migratori con i regimi nordafricani.

Viene inoltre contestato lo "scudo" politico che la maggioranza avrebbe garantito non solo ai ministri, ma anche alla ex capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, dimessasi poi a un anno di distanza dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia.

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