Gli Stati membri dell'Unione europea potranno stipulare accordi bilaterali con paesi terzi per facilitare l'espulsione dei migranti irregolari.
I Paesi europei hanno approvato lunedì la possibilità di costruire centri di rimpatrio per persone migranti fuori dai confini europei, secondo un modello già di fatto utilizzato dall'Italia nei suoi centri in Albania.
Secondo la proposta, gli Stati membri dell'Ue potrebbero rimpatriare i migranti irregolari in Paesi terzi non collegati alla loro origine, a condizione che abbiano accordi bilaterali in vigore. I centri - detti return hub - possono essere sia luoghi di transito sia la destinazione finale di una persona migrante.
La spinta dell'Ue per accelerare i rimpatri
Trasferendo in un Paese terzo le persone che non hanno diritto di rimanere nell'Ue, gli Stati membri potrebbero accelerare i rimpatri, ma anche mettere in pericolo la vita di questi individui, che potrebbero finire in Paesi con cui non hanno alcun legame.
La disposizione fa parte di una nuova legge chiamata "regolamento sui rimpatri", che prescrive anche la validità degli ordini di rimpatrio in tutti gli Stati membri e che, secondo la Commissione europea, consentirà un'esecuzione più rapida delle espulsioni.
La legge, che deve ora essere approvata dal Parlamento europeo e poi negoziata fra le due istituzioni, fa parte di uno sforzo complessivo per rendere più difficile l'ingresso in Europa delle persone migranti irregolari e per accelerarne l'uscita.
Gli hub di rimpatrio come destinazione temporanea o finale
La natura di ogni hub di rimpatrio dipenderà dagli accordi bilaterali stipulati dai singoli Stati membri dell'Ue con i Paesi terzi. I centri possono essere un luogo di transito, una tappa prima del rimpatrio nel Paese d'origine, o diventare un luogo permanente per coloro che non hanno diritto di rimanere nell'Ue.
Gli individui potrebbero essere rimpatriati nei loro Paesi d'origine o anche in Paesi terzi, a condizione che questi ultimi rispettino gli standard internazionali dei diritti umani e i principi del diritto internazionale.
"Il criterio del collegamento è stato ora eliminato. Ciò consente agli Stati membri di creare hub di rimpatrio sia come centri di transito, dove i migranti irregolari vengono ospitati prima di essere portati nei loro Paesi d'origine, sia come strutture dove una persona può essere trattenuta per un periodo più lungo", ha dichiarato il ministro danese per l'Immigrazione e l'Integrazione Rasmus Stoklund.
Le organizzazioni della società civile hanno criticato l'introduzione degli hub di rimpatrio come una pratica disumana che aumenterà gli abusi e le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti.
In una dichiarazione congiunta rilasciata lo scorso luglio, più di cento organizzazioni - tra cui Amnesty International, ActionAid, Caritas Europa e Human Rights Watch - hanno avvertito che la proposta rischiava di allontanare l'Ue dal diritto internazionale e poteva portare a rimpatri illegali e detenzioni arbitrarie.
Conseguenze più severe per i migranti rimpatriati che non collaborano
Secondo i dati della Commissione europea, solo il venti per cento degli ordini di rimpatrio viene eseguito.
La nuova legislazione mira ad aumentare il numero di espulsioni, prevedendo conseguenze legali più severe se un rimpatriato non collabora con le autorità, ritirando i permessi di lavoro e imponendo persino sanzioni penali, tra cui la reclusione. Lo stesso approccio si applicherebbe ai Paesi terzi che rifiutano di riammettere i propri cittadini, con possibili ripercussioni sulle relazioni bilaterali.
La legislazione prevede anche il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra gli Stati membri. Secondo l'attuale sistema giuridico, una decisione di rimpatrio è invece vincolante solo nel Paese che la emette.