L'Unione europea vuole rinnovare le sanzioni a carico di numerose persone e aziende russe, entro la scadenza prevista per il 15 marzo. Ma Ungheria e Slovacchia stanno bloccando la decisione. La tensione tra i due Paesi e l'Ucraina è alta a causa del danneggiamento dell'oleodotto dell'Amicizia
L'Ungheria e la Slovacchia si oppongono al rinnovo delle sanzioni dell'Unione europea nei confronti di oltre 2.700 persone e aziende russe in risposta all'invasione dell'Ucraina. La posizione di Budapest e Bratislava resta dunque negativa, a pochi giorni dalla scadenza delle stesse sanzioni, fissata al 15 marzo, mentre la tensione con l'Ucraina è alta per via della disputa sull'oleodotto dell'Amicizia.
Secondo le regole dell'Ue, le sanzioni devono essere prorogate ogni sei mesi all'unanimità. Un primo tentativo di trovare un accorso, mercoledì pomeriggio, durante una riunione degli ambasciatori a Bruxelles, non è andato a buon fine.
La richiesta di eliminare della lista delle sanzioni un gruppo di individui
L'Ungheria e la Slovacchia si sono opposte alla decisione dopo che le loro richieste di rimuovere una manciata di individui dalla lista di quelli oggetto di sanzioni sono state respinte, hanno dichiarato diverse fonti a Euronews.
La richiesta slovacca, che riguardava gli uomini d'affari Mikhail Fridman e Alisher Usmanov, si è rivelata particolarmente controversa. I colloqui si sono conclusi così senza una soluzione. Un altro incontro è previsto per venerdì.
Se le sanzioni non saranno rinnovate entro il 15 marzo, tutti i nomi della lista nera, compresi il presidente russo Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov, saranno automaticamente rilasciati. Oligarchi, propagandisti e gruppi militari avranno nuovamente accesso a milioni di fondi detenuti in tutto il territorio dell'Ue.
Non è la prima volta che Bruxelles si trova di fronte a una corsa contro il tempo. Nel marzo dello scorso anno, l'Ungheria aveva accettato di non porre il veto al rinnovo delle sanzioni individuali a sole 48 ore dalla scadenza. Una situazione simile si è verificata sei mesi più tardi.
La disputa sull'oleodotto dell'Amicizia, che secondo Orbán e Fico sarebbe chiuso per "ragioni politiche"
Questa volta, però, c'è un nuovo elemento esplosivo: l'oleodotto dell'Amicizia. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán e il suo omologo slovacco Robert Fico hanno accusato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky di tenere deliberatamente chiusa la pipeline per "ragioni politiche". Entrambi insistono sul fatto che il condotto sarebbe in realtà operativo.
Zelensky ribatte invece che l'infrastruttura sarebbe stata gravemente danneggiata dall'attacco di un drone russo il 27 gennaio e che necessiterebbe perciò di riparazioni, cosa che potrebbe richiedere fino a un mese e mezzo a causa delle pericolose condizioni del terreno.
La controversia, che si è intensificata drammaticamente la scorsa settimana, ha visto Orbán bloccare un prestito da 90 miliardi di euro per l'Ucraina che i leader dell'Ue avevano concordato a dicembre. Fico ha dichiarato da parte sua che potrebbe mantenere il veto se il partito di Orbán dovesse perdere le elezioni generali del 12 aprile.
Bruxelles ha chiesto all'Ucraina di accelerare la riparazione dell'oleodotto
La Commissione europea ha chiesto a Kiev di accelerare le riparazioni e a Budapest di sbloccare il prestito. Ma con Orbán in svantaggio nei sondaggi, le possibilità di una risoluzione prima del voto stanno rapidamente diminuendo.
Inoltre, Ungheria e Slovacchia stanno impedendo l'adozione di un ulteriore pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia, che era già pronto prima che scoppiasse il caso dell'oleodotto. Le misure comprendono il divieto assoluto di fornire servizi marittimi alle petroliere russe.
Nel tentativo di superare l'impasse, la Commissione di Bruxelles sta valutando la possibilità di fornire sostegno finanziario per riparare l'oleodotto dell'Amicizia.