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La Terra in un mare di plastica. L'unica via resta ridurne il consumo

Plastica negli oceani: un problema annoso
Plastica negli oceani: un problema annoso Diritti d'autore Wayne Parry/Copyright 2022 The AP. All rights reserved.
Diritti d'autore Wayne Parry/Copyright 2022 The AP. All rights reserved.
Di Gianluca Martucci
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Secondo diversi esperti è il caso di non affidarsi soltanto alle iniziative di pulizia degli oceani, spesso oggetto anche di pratiche di greenwashing da parte dei grandi marchi

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Droni acquatici, cestini galleggianti, navi mangiaplastica, barriere nei fiumi. La tecnologia può fare la sua parte nel rimuovere le grandi isole di plastica (almeno cinque, secondo le rilevazioni), che galleggiano negli oceani. 

La più grande massa di rifiuti si trova tra Giappone e Stati Uniti. Il "great Pacific garbage patch" ricopre una dimensione che a seconda delle condizioni meteorologiche va dall'estensione del territorio della Spagna a quella degli Stati Uniti. 

Un "sesto continente" terrestre fatto di plastica che nel 2013 ha portato la fondazioneolandese "Ocean Cleanup" ad attivarsi per liberare almeno in parte la superficie dell'oceano. Negli ultimi due anni Ocean Cleanup ha rimosso più di 200 tonnellate di plastica dal 2021, un quarto della superficie dell'isola di immondizia.

Ma secondo Melanie Bergmann, biologa all'istituto Alfred Wegener, quello che si vede in superficie è solo l'1% di tutti i rifiuti sparsi nell'Oceano Pacifico.

Più preoccupanti sono le microplastiche, che raggiungono anche i fondali degli oceani e che per le loro ridotte dimensioni entrano nelle catene alimentari. Le microparticelle sono prodotte col lavaggio degli indumenti sintetici, con l’usura di pneumatici, col deterioramento delle vernici, con il lavaggio di prodotti estetici.

"Il pensiero di fondo è che possiamo usare la tecnologia come strumento per risolvere questa crisi sistemica, ma dobbiamo chiudere il rubinetto, produrre meno e consumare meno alla base", ha aggiunto Bergmann. 

E c'è anche chi critica le iniziative come quella promossa dalla fondazione olandese. Sy Taffel, che è condirettore del Centro di ricerca sull'ecologia politica della Massey University le considera un assist per i grandi marchi come Coca Cola, che finanzia il progetto. "Può essere il modo per queste compagnie per dire: guardate, stiamo dando soldi a questa iniziativa che eliminerà il problema dell'inquinamento da plastica negli oceani", dice Taffel. 

In pratica, "è un modo per incentivarle a portare avanti il modello di business e la quantità di inquinamento che stanno creando e la quantità di combustibili fossili che stanno utilizzando", ha aggiunto.

Secondo l'ultimo report del Wwf sullo stato dei fiumi, la maggior parte dei fiumi ricchi di plastica e che sono i principali vettori di rifiuti negli oceani, si trova in Asia, specialmente nel Sud-est asiatico. Il Pasig, nelle Filippine, da solo contribuisce al 6,4% di tutta la plastica proveniente dai fiumi nel mondo. E non a caso le Filippine sono al primo posto per Paesi che portano plastica in mare, con un solido 36,38%.

Il secondo fiume che trasporta più plastica in mare è il Klang, in Malesia, che contribuisce al totale all’1,13%. I due Paesi del Sud-est asiatico sono ai primi posti nelle statistiche degli Stati con la quantità di rifiuti pro-capite versata negli oceani. 

Ma la soluzione migliore va trovata a monte: per eliminare la plastica nei mari bisogna produrne meno. Le Nazioni Unite puntano a far firmare entro la fine del 2024 un trattato internazionale con impegni vincolanti che coprano tutti gli aspetti del ciclo di vita della plastica, dalla sua produzione allo smaltimento. I primi colloqui sono iniziati a novembre 2022, ma sono ancora nella loro fase preliminare.

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