La Banca centrale europea affronta incertezza prima della decisione sui tassi della prossima settimana: Lagarde avverte che l'andamento irregolare della guerra in Iran rende più difficile valutare il quadro economico.
Mentre la Banca centrale europea (BCE) entra nel periodo di silenzio che precede la riunione di giovedì prossimo sui tassi di interesse, i decisori fanno i conti con un quadro economico in deterioramento, segnato da stagflazione e instabilità geopolitica.
Con le principali economie europee, tra cui Germania e Italia, che tagliano le previsioni di crescita e con i costi dell'energia in aumento, Francoforte deve sostenere un'economia in rallentamento mantenendo sotto controllo l'inflazione.
La presidente della BCE Christine Lagarde non ha indicato una direzione chiara. Nel suo intervento per il 75º anniversario dell'Associazione delle banche tedesche, lunedì a Berlino, ha parlato delle difficoltà nel valutare l'attuale situazione e nel ponderare una decisione sui tassi.
"La natura a singhiozzo del conflitto – guerra, cessate il fuoco, colloqui di pace, il loro fallimento, blocco navale, la sua revoca e la sua reintroduzione – rende estremamente difficile valutare la durata e la profondità delle conseguenze", ha spiegato Lagarde.
Di norma, le banche centrali tagliano i tassi quando l'economia rallenta, per incoraggiare prestiti e consumi. Tuttavia, con un'inflazione che resta ostinata e destinata probabilmente a salire mentre i prezzi dell'energia restano volatili a causa della guerra in Iran, un allentamento immediato rischierebbe di alimentare nuove pressioni sui prezzi.
Un altro membro del Consiglio direttivo della BCE, Mārtiņš Kazāks, governatore della Banca di Lettonia, ha affermato che "l'incertezza resta molto elevata".
Al Financial Times ha dichiarato che, sulla base dei dati attuali, non c'è alcuna urgenza di aumentare i tassi dall'attuale livello del 2%.
Mantenere i tassi fermi è anche il consenso di mercato per la decisione della BCE della prossima settimana, con la banca centrale ampiamente attesa lasciare il costo del denaro invariato.
Nonostante le pressioni stagflazionistiche legate alla guerra in Iran, i responsabili della politica monetaria sembrano adottare un approccio di "attendere e vedere", per capire se l'attuale fiammata inflazionistica trainata dall'energia produrrà effetti collaterali più pericolosi.
Nel suo ultimo scenario, il Fondo monetario internazionale traccia un quadro prudente dell'economia globale, soprattutto per quanto riguarda l'Europa.
Nelle ultime proiezioni, pubblicate questo mese, il FMI ha abbassato la previsione di crescita dell'Eurozona all'1,1% dall'1,4% stimato in precedenza.
L'organizzazione ha indicato esplicitamente la guerra in Iran come principale causa della revisione, avvertendo che un conflitto prolungato potrebbe comportare un aumento duraturo dei premi al rischio energetico.
La Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra
Dall'altra parte dell'Atlantico, la Federal Reserve si confronta con un problema di inflazione altrettanto ostinata, sebbene accompagnato da un'economia interna più resiliente.
L'inflazione negli Stati Uniti è balzata al 3,3% in aprile, secondo i dati più recenti, alimentata dagli stessi shock sui prezzi dell'energia che colpiscono l'Europa. Questo ha spento in larga misura le speranze di un taglio dei tassi da parte del presidente Jerome Powell la prossima settimana.
Il tasso sui federal funds statunitensi si colloca attualmente in un intervallo obiettivo compreso tra il 3,5% e il 3,75%, dopo che a marzo i responsabili di politica monetaria hanno deciso di lasciare i tassi invariati.
In passato la Federal Reserve ha segnalato che nel 2026 resta ancora possibile un taglio dei tassi, dato che il mercato del lavoro statunitense rimane teso e i consumi tengono nonostante l'aumento del costo del credito.
Tuttavia, le precedenti ipotesi di più tagli nel corso dell'anno sono svanite, mentre la narrativa dei tassi "più alti più a lungo" ha ripreso vigore.
I responsabili di politica monetaria hanno adottato un tono più aggressivo, sottolineando che l'inflazione persistente e l'instabilità geopolitica rendono sempre più incerto il momento in cui sarà possibile allentare la stretta.
Per quanto riguarda la Banca d'Inghilterra, la posizione è simile a quella delle sue controparti europee.
L'inflazione nel Regno Unito ha raggiunto anch'essa il 3,3% questo mese, secondo i dati diffusi in settimana, trainata in gran parte dall'aumento dei costi delle importazioni energetiche.
Le prospettive per l'economia britannica restano fragili, con la banca centrale che mantiene un'impostazione di politica restrittiva, mentre la crescita continua a essere debole.
Il tasso base della Banca d'Inghilterra è attualmente al 3,75%, invariato dall'ultimo taglio deciso nel dicembre 2025, e i mercati si attendono ampiamente una conferma dei tassi alla riunione della prossima settimana.
L'attenzione rimarrà concentrata sull'inflazione importata legata alla guerra in Iran.
Sebbene in passato gli operatori avessero scontato diversi tagli tra primavera ed estate, le aspettative si sono spostate verso un approccio "riunione per riunione".
Su uno sfondo di fragilità economica e mercati energetici volatili, il consenso prevalente tra gli operatori indica una pausa coordinata delle tre principali banche centrali la prossima settimana.
Con BCE, Federal Reserve e Banca d'Inghilterra tutte attese lasciare i tassi ai livelli attuali, l'attenzione degli investitori probabilmente si sposterà dalle decisioni in sé al linguaggio utilizzato dai responsabili di politica monetaria.
Gli analisti passeranno al setaccio ogni parola in cerca di indizi su quanto a lungo durerà questa impostazione restrittiva, mentre l'economia globale resta ancorata all'imprevedibilità della guerra in Iran.
In ultima analisi, l'orientamento della politica monetaria per il resto del 2026 continua a essere dettato da una situazione geopolitica che si sviluppa ben oltre il controllo dei governatori delle banche centrali.