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Cosa potrebbe comportare la guerra contro l'Iran per il mercato petrolifero

Un'esercitazione della Guardia rivoluzionaria iraniana nel Golfo Persico, lunedì 16 febbraio 2026
Un'esercitazione della Guardia rivoluzionaria iraniana nel Golfo Persico, lunedì 16 febbraio 2026 Diritti d'autore  Sepahnews via AP
Diritti d'autore Sepahnews via AP
Di Evelyn Ann-Marie Dom Agenzie: AFP
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un'operazione congiunta contro l'Iran, che ha reagito attaccando lo Stato ebraico e le basi americane in Medio Oriente. Il rischio è che si scateni un conflitto più ampio in tutta la regione, che avrebbe anche ripercussioni economiche, a partire dal petrolio

I mercati petroliferi si preparano a uno shock: l'attacco congiunto Usa-Israele contro l'Iran rischia di perturbare le forniture globali di greggio, innescando potenzialmente un'impennata significativa dei prezzi.

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L'Iran è ancora tra i primi dieci Paesi produttori di petrolio al mondo

Nel 1974, l'Iran era il terzo produttore mondiale dopo Stati Uniti e Arabia Saudita, e prima della Russia. Tuttavia, la sua produzione è stata fortemente indebolita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 1979, a seguito della rivoluzione. L'Iran è passato da una produzione di circa sei milioni di barili al giorno ai circa 3,1 milioni di oggi, secondo l'organizzazione dei Paesi produttori di petrolio Opec, di cui l'Iran è membro.

Nonostante ciò, la Repubblica islamica figura ancora tra i primi dieci produttori al mondo. Il suo greggio è relativamente facile da estrarre ed economico: i costi di produzione sono di circa 10 dollari al barile (8,46 euro), il che lo rende evidentemente particolarmente remunerativo.

Il fumo si alza sull'orizzonte dopo un'esplosione a Teheran, in Iran, sabato 28 febbraio 2026
Il fumo si alza sull'orizzonte dopo un'esplosione a Teheran, in Iran, sabato 28 febbraio 2026 AP Photo

Per avere un termine di paragone, in Canada e negli Stati Uniti si registrano costi che vanno dai 40 ai 60 dollari al barile (da (33,85 a 50,77 euro). Solo Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti possono contare costi di produzione altrettanto bassi rispetto a quelli iraniani.

La Cina rimane un importatore cruciale per il governo iraniano: oltre l'80 per cento dell'export finisce proprio a raffinerie cinesi.

Stretto di Hormuz: in caso di chiusura sono poche le vie alternative

Oltre a essere un importante produttore di petrolio, infatti, il Paese mediorientale ha ripetutamente minacciato di bloccare lo Stretto di Hormuz, particolarmente importante per le movimentazioni di greggio. Secondo un rapporto dell'Energy Information Administration (EIA) statunitense (fonte in inglese), nel 2024 vi sarebbero transitati circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari a quasi il 20 per cento del consumo globale.

"Lo stretto è sufficientemente profondo e largo per accogliere le più grandi petroliere del mondo. È attraversato perciò da grandi volumi e, in caso di chiusura, esistono pochissime opzioni alternative", si legge nel rapporto.

Le tensioni nella regione sono cresciute nonostante Washington e Teheran abbiano negoziato nel tentativo di cercare un accordo sul programma nucleare dell'Iran. La scorsa settimana, la Repubblica islamica ha intensificato gli ammonimenti diretti agli Stati Uniti in merito all'incremento della presenza militare nella regione e ha temporaneamente chiuso lo Stretto di Hormuz per effettuare delle esercitazioni, la seconda in poche settimane.

Non era mai accaduto prima che Teheran decidesse di bloccare la navigazione nel tratto di mare tra il Golfo di Oman e il Golfo Persico.

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