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Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop: 2.140 tonnellate di amianto negli impianti

Stabilimento ex Ilva di Taranto
Stabilimento ex Ilva di Taranto -  Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
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Amianto, inquinamento e rischi sanitari al centro della sentenza della Cassazione sull'ex Ilva. Primo cittadino e sindacati chiedono risposte su bonifiche, produzione e occupazione

La produzione nell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto deve fermarsi: la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d'Italia contro il provvedimento che impone lo stop alla parte centrale dello stabilimento siderurgico. La decisione delle Sezioni Unite Civili conferma il decreto della Corte d'Appello di Milano del 27 luglio, che aveva concesso all'azienda 90 giorni per adeguarsi.

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Al centro della sentenza, le conseguenze dell'inquinamento industriale sulla salute dei cittadini e la presenza di amianto negli impianti. La Cassazione ribadisce che la libertà d'impresa non può essere esercitata a danno della salute e dell'ambiente, senza però ignorare la necessità di tutelare il lavoro e l'occupazione.

Ex Ilva, la Cassazione: "Il lavoro deve essere salubre e sicuro"

Nel provvedimento, le Sezioni Unite richiamano il principio secondo cui i diritti alla vita, alla salute e a un ambiente sano godono della massima tutela costituzionale. Un orientamento rafforzato dalla riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che riconoscono la tutela dell'ambiente e stabiliscono limiti precisi all'iniziativa economica privata.

"Il massimo livello di tutela apprestato dalla Carta costituzionale alla vita, alla salute e all'ambiente [...] è un dato acquisito", scrivono i giudici.

La Corte affronta anche il rapporto tra salute e occupazione, due diritti che non possono essere considerati necessariamente in conflitto. "Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro", si legge nella sentenza, che esclude la possibilità di mantenere un'attività produttiva imponendo ai lavoratori condizioni pericolose per la loro salute.

Il bilanciamento tra interessi economici, occupazionali e sanitari, secondo la Cassazione, deve quindi rispettare i diritti fondamentali e tradursi in politiche economiche e sociali adeguate.

Amianto e polveri sottili: i rischi per la salute a Taranto

Tra gli elementi decisivi del provvedimento c'è la presenza di 2.140 tonnellate di amianto all'interno dei cowpers degli altiforni, utilizzato come isolante termico. Si tratta di una sostanza la cui pericolosità è ampiamente documentata e che, secondo la normativa europea richiamata dai giudici, è associata a patologie come asbestosi, mesotelioma e diversi tipi di tumore.

La Cassazione sottolinea che l'autorizzazione integrata ambientale del 2017 prevedeva la rimozione totale dell'amianto entro il 23 agosto 2023. La scadenza, osservano i giudici, dimostra che le autorità avevano già riconosciuto il rischio e individuato nella rimozione la misura più adeguata per prevenirlo. Negli anni, 6.780 tonnellate di amianto erano già state smaltite.

A preoccupare è anche la permanenza di impianti e sistemi produttivi rimasti sostanzialmente immutati per decenni, con un progressivo deterioramento delle strutture che contribuisce a mantenere attuale il rischio.

La sentenza richiama inoltre gli effetti sulla salute di diversi inquinanti atmosferici, tra cui il particolato PM10 e PM2,5, il biossido di zolfo e gli ossidi di azoto. I giudici citano anche la nuova direttiva europea sulla qualità dell'aria, approvata nell'ottobre 2024 e da recepire entro l'11 dicembre 2026, che introduce limiti più severi per gli inquinanti atmosferici, in linea con le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità.

Le reazioni: i cittadini esultano, il sindaco chiede alternative

La decisione è stata accolta con soddisfazione dalle associazioni che si sono battute per la tutela della salute dei tarantini. "La vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione. Abbiamo vinto!", ha scritto sui social l'associazione Genitori Tarantini, che ha sostenuto l'azione giudiziaria di 11 cittadini, tra cui un ragazzo di 13 anni affetto da una rara malattia genetica.

Il Codacons, che si è costituito in giudizio, ha definito la sentenza "una decisione storica", sottolineando il riconoscimento dei rischi gravi per la salute e la necessità di una tutela ambientale effettiva.

Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha invece richiamato l'urgenza di individuare una prospettiva economica per il territorio. "Il verdetto della Cassazione ci restituisce l'urgenza di lavorare alle alternative economiche e produttive che abbiamo più volte richiesto al Governo", ha dichiarato.

Per il primo cittadino, la chiusura dell'area a caldo impone di accelerare le bonifiche, per evitare che gli impianti fermi diventino a loro volta un rischio per la salute pubblica, e di garantire risposte occupazionali ai dipendenti diretti e dell'indotto. "Taranto non può essere lasciata da sola", ha aggiunto, chiedendo al Governo interventi che vadano oltre le misure già adottate.

Anche la Fiom-Cgil sollecita un'accelerazione del confronto con l'esecutivo e i commissari straordinari. Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia del sindacato, chiede risorse per la decarbonizzazione, l'acquisto di bramme e coils per garantire la continuità produttiva, le manutenzioni e le bonifiche. Tra le priorità indicate figurano anche un piano industriale, l'individuazione di un soggetto industriale e un piano sociale che tuteli salari e occupazione, compresa quella legata agli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi.

Il futuro dell'ex Ilva resta aperto

La pronuncia della Cassazione conferma il provvedimento giudiziario che impone lo stop all'area a caldo, ma non risolve il problema del futuro produttivo e occupazionale dell'ex Ilva.

Il nodo riguarda non soltanto Taranto, ma anche gli altri stabilimenti collegati alla filiera siderurgica. La decarbonizzazione, gli investimenti e l'individuazione di un soggetto industriale in grado di sostenere la produzione diventano quindi elementi centrali del confronto con il Governo. La sentenza stabilisce i limiti entro cui l'attività economica può svolgersi.

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