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Ex Ilva, protesta ad oltranza. Non solo Taranto, anche gli stabilimenti di Genova temono lo stop produttivo

Lo stabilimento ex Ilva di Taranto
Lo stabilimento ex Ilva di Taranto -  Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
Pubblicato il •Ultimo aggiornamento
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Ex Ilva, sciopero da Taranto a Genova contro lo stop degli impianti. I sindacati chiedono lavoro, un piano industriale e tutele concrete

Lo sciopero parte all'alba, con i lavoratori davanti ai cancelli e la rabbia di chi teme di perdere il posto senza sapere che cosa succederà domani. Da Taranto a Genova, passando per gli altri stabilimenti del gruppo, i dipendenti dell'ex Ilva incrociano le braccia per 24 ore contro il rischio di fermata della produzione e l'assenza di un progetto credibile per il futuro dell'acciaieria.

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La mobilitazione del 12 ottobre coinvolge anche le aziende dell'appalto e dell'indotto. Dopo il confronto con il Governo a Palazzo Chigi, i sindacati contestano una gestione della crisi che, a loro giudizio, mette al centro gli ammortizzatori sociali senza dare risposte sul ritorno al lavoro. E avvertono: la protesta potrebbe proseguire anche nei prossimi giorni.

In assemblea, i lavoratori hanno deciso per una protesta ad oltranza, che coinvolge anche la vicina raffineria Eni. Operai e delegati sindacali hanno infatti deciso di bloccare il varco Eni, quello dal quale escono i mezzi per il rifornimento dei carburanti. Bloccati anche un’adiacente bretella stradale nonché una stazione di servizio Eni vicina alla raffineria. Interrotto il traffico sulla strada statale 106 Taranto-Metaponto-Reggio Calabria. Si annuncia inoltre l’autoconvocazione a Bari e a Roma, sotto le sedi di Regione Puglia e Governo.

Ex Ilva, perché i lavoratori scioperano: le cause della protesta

La richiesta è chiara: non basta mettere i lavoratori in cassa integrazione, serve un piano per far ripartire gli impianti e salvare l'occupazione. È questo il punto di rottura tra i sindacati e il Governo dopo l'ultimo incontro a Palazzo Chigi, dal quale Fim, Fiom e Uilm sostengono di non aver ottenuto risposte concrete sul futuro produttivo dell'ex Ilva. La protesta del 12 ottobre nasce proprio dalla paura che gli ammortizzatori sociali diventino l'unica risposta a una crisi industriale che coinvolge migliaia di dipendenti, comprese le aziende dell'appalto e dell'indotto.

Il primo nodo è lo stop dell'area a caldo di Taranto, disposto dopo il provvedimento della Corte d'appello di Milano che ha imposto restrizioni all'attività degli impianti nell'ambito della vicenda legata alla sicurezza e alle emissioni. La decisione si inserisce nel lungo contenzioso sulle condizioni ambientali e sanitarie dello stabilimento e sulla necessità di garantire la sicurezza dei lavoratori e della popolazione. In attesa della pronuncia della Cassazione, prevista per il 20 ottobre, la fermata della produzione primaria dell'acciaio rischia di trascinare con sé anche le altre attività del gruppo. Senza l'acciaio prodotto a Taranto, infatti, gli stabilimenti del Nord potrebbero restare senza materia prima da lavorare. L'azienda ha annunciato la fermata temporanea di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre, alimentando il timore di nuove ricadute occupazionali.

Da qui la richiesta di acquistare sul mercato semilavorati d'acciaio, i cosiddetti coils o rotoli, da utilizzare per alimentare le linee di lavorazione a freddo. Una soluzione che, secondo i rappresentanti dei lavoratori, consentirebbe di mantenere operative alcune attività e di limitare il ricorso alla cassa integrazione. Al governo viene chiesto di chiarire se intenda percorrere questa strada e come voglia garantire la continuità produttiva nei diversi siti.

C'è poi il capitolo delle tutele sociali. I sindacati chiedono strumenti straordinari per proteggere reddito e occupazione, compresi prepensionamenti, incentivi all'esodo e percorsi di riqualificazione per chi dovrà essere ricollocato nella futura siderurgia decarbonizzata. Il decreto annunciato dall'esecutivo per sostenere i lavoratori viene considerato insufficiente se non è accompagnato da un progetto industriale capace di indicare tempi, investimenti e prospettive di rientro al lavoro.

Il punto, infatti, non è soltanto evitare i licenziamenti, ma capire quale futuro avrà l'acciaieria. Fim, Fiom e Uilm chiedono un intervento pubblico che accompagni la trasformazione degli impianti, con forni elettrici e produzione di preridotto, e metta insieme tre obiettivi: mantenere una filiera siderurgica strategica per l'Italia, tutelare l'occupazione e rendere la produzione compatibile con la salute e l'ambiente. Senza un piano credibile, avvertono i sindacati, il rischio è che la crisi si traduca in mesi di cassa integrazione e in una progressiva perdita di capacità industriale, senza garanzie per i lavoratori né per i territori coinvolti.

Taranto, area a caldo ferma: migliaia di lavoratori temono la cassa integrazione

A Taranto i lavoratori hanno iniziato a radunarsi già nelle prime ore del mattino davanti alla direzione dello stabilimento. L'assemblea è stata seguita da un corteo, mentre sul piazzale si sono concentrati migliaia di dipendenti diretti e indiretti.

La protesta arriva dopo l'avvio, il 9 ottobre, della sospensione delle attività produttive dell'area a caldo.

"Manca ancora un piano", ha denunciato Valerio D'Alò, segretario nazionale della Fim Cisl. Il sindacato chiede garanzie per chi resterà senza attività e strumenti adeguati per accompagnare chi vorrà uscire dal ciclo produttivo. Ma il messaggio politico e industriale è soprattutto un altro: la fabbrica deve poter ripartire con forni elettrici e impianti per il preridotto, in un percorso di trasformazione che renda la produzione più compatibile con la salute e l'ambiente.

Genova e Novi Ligure, lo stop annunciato entro il 15 novembre

La crisi non riguarda soltanto la Puglia. Acciaierie d'Italia ha comunicato che entro il 15 novembre è prevista la fermata temporanea generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, collegandola alle conseguenze del provvedimento giudiziario relativo a Taranto. Anche gli impianti del Nord dipendono infatti dalla disponibilità di acciaio semilavorato da lavorare e trasformare.

A Cornigliano, a Genova, i lavoratori hanno proclamato 24 ore di sciopero e sono partiti in corteo verso la Prefettura. Alla manifestazione ha partecipato anche la sindaca Silvia Salis. In gioco ci sono circa 1.150 posti di lavoro a Genova, oltre alle ricadute sugli altri siti e sull'indotto.

La richiesta dei dipendenti è di ritirare o sospendere la decisione sul fermo e trovare subito una soluzione per garantire le forniture. "Il piano B è far arrivare i rotoli", ha detto Armando Palombo, coordinatore della Rsu Fiom di Cornigliano, sostenendo che gli impianti del Nord potrebbero continuare a lavorare se venissero reperiti sul mercato i semilavorati necessari.

Il punto, per i lavoratori, è evitare che una crisi nata attorno alla produzione di Taranto si trasformi in una paralisi dell'intera filiera siderurgica. Genova, sottolineano i rappresentanti sindacali, dispone di impianti che hanno già affrontato un percorso di riconversione e non dovrebbe essere condannata allo stop per mancanza di materia prima.

Il nodo del Governo: più lavoro, meno cassa integrazione

Dopo l'ultimo incontro a Palazzo Chigi, i sindacati accusano l'esecutivo di concentrarsi soprattutto sugli ammortizzatori sociali, senza offrire garanzie sufficienti sulla ripresa delle attività. Il Governo ha prospettato un nuovo decreto-legge per rafforzare le tutele dei lavoratori, ma per le organizzazioni sindacali questo non basta se manca una strategia industriale.

La richiesta comprende strumenti straordinari come incentivi all'esodo, prepensionamenti e riqualificazione professionale, oltre a misure per proteggere il reddito dei dipendenti diretti e di quelli dell'appalto. L'obiettivo è accompagnare la trasformazione degli impianti senza scaricarne i costi sulle famiglie e sui territori.

"Vogliamo parlare di lavoro e non solo di cassa integrazione", ha ribadito Biagio Prisciano, segretario della Fim Cisl. Il sindacato chiede un intervento pubblico forte per garantire la messa in sicurezza degli impianti, la transizione industriale e una prospettiva occupazionale che non si esaurisca negli ammortizzatori sociali.

La posta in gioco va oltre il destino dei singoli stabilimenti: riguarda anche la capacità italiana di produrre acciaio per settori come automotive, infrastrutture e cantieristica, senza rinunciare alla tutela della salute e dell'ambiente.

Sciopero ex Ilva, la protesta può continuare

La giornata del 12 ottobre è dunque un primo banco di prova per una mobilitazione che i sindacati non escludono di prolungare. Da Taranto a Genova, la richiesta è che il governo esca dalla gestione dell'emergenza e chiarisca come intende garantire il futuro degli stabilimenti.

I lavoratori non chiedono soltanto protezioni temporanee contro la perdita di reddito. Vogliono sapere se e quando potranno tornare a lavorare, quali impianti resteranno operativi e con quali investimenti sarà possibile trasformare la siderurgia italiana.

Il prossimo passaggio decisivo è la pronuncia della Cassazione sul caso Taranto, attesa per il 20 ottobre. Nel frattempo, resta aperto il confronto sulle misure per i dipendenti e sulla possibilità di mantenere in attività le linee a freddo. Per migliaia di lavoratori, la differenza è tra una pausa temporanea e un futuro senza certezze.

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