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Mediterraneo, come sta cambiando: 40 anni di dati mostrano l'impatto della crisi climatica

L'IEO crea CARIMED, un prodotto basato sulle osservazioni nel Mediterraneo di carbonio inorganico e variabili fondamentali
L'IEO crea CARIMED, un prodotto basato su osservazioni nel Mediterraneo sul carbonio inorganico e sulle principali variabili di base Diritti d'autore  Arturo Rodríguez. IEO-CSIC
Diritti d'autore Arturo Rodríguez. IEO-CSIC
Di Lucia Blasco
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Scienziati spagnoli, insieme a ricercatori di istituzioni europee e statunitensi, hanno raccolto dati da 46 campagne oceanografiche svolte tra il 1976 e il 2018 per studiare l’evoluzione del Mediterraneo e valutare meglio gli effetti del cambiamento climatico.

Temperatura, ossigeno, pH, carbonio e persino l’età delle masse d’acqua. Oltre 40 anni di misurazioni permettono ora di guardare al passato per studiare come si sta trasformando il Mediterraneo e capire meglio quali cambiamenti sta provocando la crisi climatica nelle sue acque.

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I ricercatori dei centri oceanografici di La Coruña e delle Baleari dell’Istituto Spagnolo di Oceanografia (IEO-CSIC), insieme a scienziati di istituzioni europee e degli Stati Uniti, hanno raccolto dati da 46 campagne oceanografiche realizzate tra il 1976 e il 2018 in praticamente tutto il Mediterraneo.

Il risultato è Carimed (fonte in spagnolo), una nuova banca dati che consente di confrontare misurazioni effettuate nell’arco di quattro decenni e seguire l’evoluzione di indicatori come la temperatura, l’ossigeno o il pH. Finora, parte di queste informazioni era dispersa in diversi archivi ed era stata raccolta in campagne svolte in momenti differenti e con metodi diversi.

Confrontare il Mediterraneo di quattro decenni fa con quello attuale può aiutare a distinguere le sue variazioni naturali dai cambiamenti che persistono nel tempo e comprendere meglio come sta reagendo al cambiamento climatico.

Secondo l’IEO-CSIC, (fonte in spagnolo) questi dati permetteranno di seguire tali tendenze a lungo termine e capire meglio l’evoluzione di un mare particolarmente sensibile al riscaldamento e ad altre alterazioni ambientali.

Recuperare il passato per capire il presente

"Una parte considerevole dei dati è stata recuperata da registri storici frammentati o archiviati localmente, consolidando così misurazioni che in precedenza non erano accessibili", spiega Marta Álvarez, oceanografa chimica del Centro Oceanografico di La Coruña e coordinatrice del gruppo di ricerca, in dichiarazioni diffuse (fonte in spagnolo) dall’IEO-CSIC.

Un’altra parte proviene, aggiunge Álvarez, da "campagne internazionali a bordo di navi oceanografiche nazionali e internazionali che hanno visto la partecipazione del personale del gruppo INOCEN dell’IEO".

Ma recuperare i dati era solo il primo passo. Restava un’altra sfida: come confrontare una misurazione degli anni Settanta con un’altra effettuata decenni dopo? Metodi, strumenti e condizioni delle campagne sono cambiati nel tempo e potevano generare differenze che non significavano necessariamente che anche il Mediterraneo fosse cambiato.

Per questo i ricercatori hanno rivisto e adattato le misurazioni per individuare possibili differenze dovute al modo in cui erano state raccolte. In questo modo possono riconoscere con maggiore affidabilità i cambiamenti che effettivamente si mantengono nel corso degli anni.

Cosa possono rivelare 40 anni di dati?

Il Mediterraneo è alle prese con trasformazioni che vanno oltre l’aumento della temperatura. Lo studio stesso segnala il riscaldamento, l’acidificazione e la perdita di ossigeno tra i principali cambiamenti che colpiscono gli oceani e che possono alterarne il funzionamento e gli ecosistemi.

Proprio per questo è importante disporre di osservazioni che risalgono a diverse decine di anni. Analizzare questa evoluzione nel lungo periodo può aiutare a individuare cambiamenti che sarebbe difficile cogliere con misurazioni isolate.

Per rendere le misurazioni comparabili, gli scienziati le hanno sottoposte a un accurato controllo di qualità adattato alle particolarità del Mediterraneo. In termini semplici, l’obiettivo è evitare che un cambiamento nel modo di misurare venga confuso con un cambiamento reale del mare.

"Grazie al rigoroso processo di 2QC sono stati ridotti al minimo i bias sistematici nelle variabili biogeochimiche e si è ottenuto un insieme di dati più coerente", spiega Maribel García-Ibáñez, ricercatrice del Centro Oceanografico delle Baleari.

Cosa consente di fare ora tutta questa mole di informazioni? Tra le altre cose, osservare come si sono evoluti nel corso dei decenni i processi legati all’acidificazione del Mediterraneo, al carbonio immagazzinato nelle sue acque o al rinnovo delle acque profonde. I dati possono anche essere utilizzati per migliorare i modelli con cui gli scienziati cercano di capire come evolverà il Mediterraneo in un clima che cambia.

Carimed è inoltre aperto alla comunità scientifica e potrà integrare nuove osservazioni in futuro, ampliando una fotografia del Mediterraneo che consente di collegare il suo passato con i cambiamenti che sta vivendo oggi.

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