Chow Hang-tung, 41 anni, e Lee Cheuk-yan, 69, sono stati giudicati colpevoli di incitamento alla sovversione per aver commemorato il massacro di Tiananmen
Francia e Germania hanno stigmatizzato, venerdì 21 agosto, la condanna per "istigazione alla sovversione" dell'attivista di Hong Kong pro-democrazia Chow Hang-tung, nota avvocata e vincitrice nel 2023 del premio franco-tedesco per i diritti umani e lo Stato di diritto.
Un verdetto che Parigi e Berlino affermano di "deplorare profondamente". Le due nazioni europee hanno anche chiesto, in un comunicato congiunto, "la sua immediata liberazione", esortando "le autorità di Pechino e di Hong Kong a rispettare i diritti e le libertà civili".
Parigi e Berlino chiedono "l'immediata liberazione" degli attivisti
"Al fianco di altri attivisti dell'Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici e democratici in Cina (anch'essa condannata, ndr), Chow Hang-tung ha lavorato instancabilmente per promuovere i diritti umani e la democrazia", scrivono ancora i ministeri degli Esteri dei due Paesi. "La difesa pacifica dei diritti umani non costituisce un reato".
L'Unione europea, da parte sua, ha avvertito che questa condanna "conferma il deterioramento continuo delle libertà di espressione e di riunione, oltre alla progressiva riduzione dello spazio riservato a una società civile indipendente a Hong Kong".
In un comunicato, la portavoce di Bruxelles per gli Affari esteri, Anitta Hipper, ha dichiarato che tali "procedimenti motivati da considerazioni politiche [...] minano la fiducia nello Stato di diritto" a Hong Kong. L'Ue ha quindi esortato le autorità a "preservare uno spazio per una società civile indipendente, garantire la libertà di espressione e il diritto di riunione pacifica, come previsto dalla Legge fondamentale", la mini-costituzione di Hong Kong che regola l'ex colonia britannica dal passaggio di sovranità alla Cina.
I due cittadini di Hong Kong rischiano fino a dieci anni di carcere
Chow Hang-tung, 41 anni, organizzava ogni anno insieme a Lee Cheuk-yan, 69 anni, veglie in memoria della sanguinosa repressione di piazza Tiananmen in Cina, nel 1989. Entrambi sono stati condannati venerdì per aver, secondo i giudici nominati dal governo, incitato la popolazione alla sommossa.
I due attivisti sono stati incriminati nel 2021 e da allora sono detenuti in base a una legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino, che di fatto ha annientato il movimento pro-democrazia un tempo molto attivo in città. Rischiano fino a dieci anni di carcere. La pena sarà stabilita in un secondo momento.
Durante il processo, Lee Cheuk-yan ha dichiarato in aula che il loro appello non mirava a mettere fine al Partito comunista, ma ad avanzare verso la democrazia, consentire alla popolazione di scegliere i propri leader e impedire al partito stesso di imporre una "dittatura".
Secondo i tre giudici, però, l'appello dell'Alleanza a "porre fine alla dittatura del partito unico" non mirava a chiedere al Partito comunista al potere di tornare al sistema di cooperazione multipartitica previsto dalla Costituzione, bensì a porre fine al suo status di partito dirigente, anch'esso sancito dalla Costituzione. A loro avviso, il termine "fine" usato in questa formula significava "rovesciare" e "minare" il potere.
Nel loro verdetto, i magistrati affermano che gli imputati hanno continuato a chiedere la fine della dittatura del partito unico dopo l'entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale, ignorando il fatto che tale posizione fosse contraria alla Costituzione, che stabilisce appunto che la leadership del Partito comunista è una "caratteristica fondamentale del socialismo con caratteristiche cinesi".
Gli imputati hanno "deliberatamente incoraggiato i sostenitori dell'Alleanza ad attendere il momento opportuno per realizzare l'obiettivo di 'porre fine alla dittatura del partito unico' con mezzi illegali", hanno aggiunto. I giudici hanno insistito sul fatto che gli imputati non fossero perseguiti per le loro opinioni politiche.
"La moderazione dei mezzi impiegati non offre alcuna protezione"
Questo verdetto rappresenta uno degli ultimi pronunciati nell'ambito dei procedimenti contro l'ex movimento pro-democrazia, un tempo molto attivo a Hong Kong, che è stato in gran parte smantellato negli ultimi anni. Alcuni osservatori ritengono che il loro processo simboleggi l'erosione della libertà di espressione nell'ex colonia britannica, passata alla Cina nel 1997.
Eric Lai, ricercatore presso il Georgetown Center for Asian Law, ha affermato che le strutture che permettevano di perpetuare la memoria della repressione sono state criminalizzate e cancellate. A suo avviso, tutti gli attori della società civile di Hong Kong che pensavano che rinunciare alla violenza e agire nel rispetto della legge fosse sufficiente a proteggerli devono ora rivedere questa convinzione: "La moderazione dei mezzi impiegati non offre alcuna protezione se l'obiettivo stesso è considerato contrario alla Costituzione", ha aggiunto.
Rosie Winterton, ministra britannica responsabile per la regione indo-pacifica, ha dichiarato che questo verdetto dimostra ancora una volta che anche gli atti pacifici di commemorazione a Hong Kong sono ormai considerati dalle autorità come minacce alla sicurezza nazionale.