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Retate e contratti forzati: l’allarme sui raid militari nella regione russa di Penza

Foto d'archivio
Foto d'archivio Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Mihhail Salenkov
Pubblicato il
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Le retate contro gli uomini hanno cambiato la vita quotidiana a Penza e scatenato il panico, denunciano i difensori dei diritti umani. La polizia parla di controlli programmati per stanare i renitenti alla leva e minaccia denunce per "diffusione di informazioni false"

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano una nuova ondata di repressione nella regione russa di Penza, dove negli ultimi giorni si moltiplicano le segnalazioni di uomini fermati dalle forze dell’ordine e costretti a firmare contratti con il ministero della Difesa per essere inviati al fronte in Ucraina.

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Secondo gli attivisti, le retate sarebbero iniziate intorno al 17 giugno e coinvolgerebbero polizia e dipendenti dei commissariati militari. I controlli avverrebbero per strada, sui mezzi pubblici e ai posti di blocco della polizia stradale. Le autorità russe respingono le accuse, sostenendo che si tratti di normali operazioni per rintracciare cittadini che eludono la leva o militari assenti senza permesso.

Il commissario militare della regione di Penza, Andrei Surkov, ha confermato l’esistenza dei raid durante un briefing il 19 giugno, spiegando che le operazioni vengono svolte “una volta al mese” insieme alla polizia e fanno parte di attività pianificate. Tuttavia, le testimonianze raccolte da media indipendenti e progetti per i diritti umani descrivono uno scenario molto diverso.

La moglie di uno degli uomini fermati ha raccontato a Mediazona che il marito sarebbe già stato trasferito a Mariupol, città occupata dalla Russia nel sud dell’Ucraina. Secondo il suo racconto, l’uomo sarebbe stato costretto con la forza a firmare il contratto militare.

Gli hanno fatto un nuovo passaporto, annullando quello vecchio. Lo hanno picchiato e costretto a firmare”, ha dichiarato la donna al sito indipendente.

Anche altre famiglie denunciano episodi simili. Un’altra residente della regione, intervistata da Sever.Realii, ha affermato che suo figlio starebbe per essere inviato in Ucraina contro la propria volontà.

Il progetto “Idite lesom”, che aiuta i cittadini russi a evitare la mobilitazione militare, ha pubblicato numerose testimonianze provenienti dai social network. In alcuni messaggi si racconta di uffici chiusi anticipatamente e aziende che invitano i dipendenti a lavorare da remoto per evitare i controlli.

“Nella nostra città sono iniziate le retate tra i riservisti, portano via tutti e li costringono a firmare il contratto”, si legge in uno dei messaggi diffusi dagli attivisti.

Secondo i difensori dei diritti umani, il clima nella regione sarebbe ormai segnato dal panico. Molti uomini starebbero lasciando temporaneamente Penza o cercando rifugi sicuri per evitare di essere fermati.

Grande eco sui social network ha avuto anche un video girato davanti a un commissariato militare della città: un minibus con alcuni uomini a bordo viene circondato da donne in lacrime che cercano di impedirne la partenza.

Le autorità locali hanno definito false le accuse di “mobilitazione nascosta”. La direzione regionale del ministero dell’Interno sostiene che le informazioni diffuse online non corrispondano alla realtà, mentre Surkov ha parlato apertamente di “messa in scena”, accusando chi diffonde questi contenuti di collaborare con interessi ucraini.

Nonostante le smentite ufficiali, gli attivisti ritengono che quanto accade a Penza possa essere soltanto una parte di un fenomeno più ampio. L’esercito russo, impegnato da oltre due anni nella guerra in Ucraina, continua infatti a soffrire di una forte carenza di personale e, secondo diversi analisti, il Cremlino potrebbe preparare una nuova mobilitazione nei prossimi mesi.

Ivan Chuvilyaev, rappresentante del progetto “Idite lesom”, ha dichiarato a Meduza che casi simili probabilmente avvengono anche in altre regioni russe, ma raramente riescono a diventare pubblici come accaduto a Penza.

Secondo il sito Vyorstka, circa quaranta persone si sarebbero già rivolte al progetto denunciando firme estorte con la forza.

Nel frattempo, sui social continua a crescere la rete di cittadini che condividono informazioni sui raid. Su Telegram è nato il canale “Novosti proiskhodyashchego || Serdobsk/Penza”, che pubblica foto, video e segnalazioni sui controlli delle forze di sicurezza. In pochi giorni il canale ha raccolto migliaia di iscritti e ha dato vita a una chat dedicata agli avvisi in tempo reale.

La polizia regionale ha però minacciato conseguenze legali per chi diffonde notizie considerate false sui fermi e sugli invii al fronte. In un comunicato ufficiale, il ministero dell’Interno ha dichiarato che chi pubblica “informazioni non veritiere” sarà perseguito secondo la legislazione della Federazione Russa.

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