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Nadav Lapid: il mio cinema è una danza di odio e intimità con Israele

Nadav Lapid
Nadav Lapid Diritti d'autore  Σκηνοθέτης
Diritti d'autore Σκηνοθέτης
Di Yorgos Mitropoulos
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Il regista israeliano pluripremiato, molto critico verso il governo del suo Paese e Benjamin Netanyahu, parla a Euronews del suo ultimo film, «Sì», che ha suscitato polemiche

Il regista israeliano Nadav Lapid è finito al centro dell’attenzione negli ultimi tempi. Doveva fare parte della giuria della 37ª edizione del Festival del Cinema di Marsiglia, a luglio, ma dopo un appello al boicottaggio contro di lui da parte di altri partecipanti ha deciso di ritirarsi.

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All’origine della controversia ci sono i fondi pubblici israeliani utilizzati per finanziare il suo ultimo film, intitolato Yes e le contestazioni che ne sono seguite inclusa una condanna da parte del Ministero della Cultura israeliano, che ha accusato il regista e l'opera di diffamare il Paese e il suo esercito.

«Sì»
«Sì» Nadav Lapid

Di cosa parla "Yes", l'ultimo film di Lapid

La trama vede un musicista jazz che cerca di barcamenarsi nella vita insieme alla moglie Yasmine, ballerina e insegnante di hip hop. I due vivono con il figlio piccolo, Noa, in un appartamento modesto a Tel Aviv.

Con il loro lavoro intrattengono l’élite politica e militare israeliana, mentre a pochi chilometri di distanza Gaza viene rasa completamente al suolo. Il musicista riceve l’incarico di comporre un nuovo inno nazionale per Israele, dopo i successi militari.

Il testo è estremista, pieno di retorica d’odio e il lavoro viene pagato da un oligarca russo che vuole celebrare l’esercito israeliano e le atrocità commesse a Gaza.

Yes mescola musical, satira e dramma, e mette in luce l’amoralità e il cinismo estremo della società israeliana, di cui commenta con ironia e durezza il declino morale e l'indifferenza verso il destino dei palestinesi.

La prima mondiale si è tenuta al Festival di Cannes 2025, nella sezione Quinzaine des Cinéastes. Il film è già uscito nelle sale statunitensi e francesi. È stato acquistato da diversi distributori in tutto il mondo, che però esitano a programmarlo nei propri Paesi.

«Sì»
«Sì» Nadav Lapid

Chi è il regista Nadav Lapid

Nadav Lapid vive in Francia da cinque anni e critica spesso duramente la politica del suo Paese e del premier Benjamin Netanyahu. Attraverso i suoi film, il regista denuncia la censura e il fanatismo nazionalista che, a suo dire, prevalgono oggi in Israele.

Dei suoi film precedenti, Synonymes ha vinto l’Orso d’oro a Berlino nel 2019 e Ahed’s Knee ha ottenuto il Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2021.

Le atrocità a Gaza, così come la politica generale di Israele in Medio Oriente nell’ultimo periodo, hanno suscitato numerose reazioni in tutto il mondo. L’immagine del Paese e dei suoi cittadini è cambiata radicalmente agli occhi del resto del pianeta.

Per molti, il boicottaggio nei confronti di un regista che critica da anni il governo israeliano è assurdo, perché non contribuisce in alcun modo alla causa palestinese.

Natalie Portman, Justine Triet, Jacques Audiard e 350 importanti cineasti hanno firmato di recente una lettera aperta a sostegno di Nadav Lapid, definendo il boicottaggio un fallimento intellettuale.

La lettera sostiene che «i cineasti russi, israeliani e iraniani non devono essere minacciati di sparire come forma di espiazione per crimini commessi da governi di cui sono spesso i critici più accesi».

«Sì»
«Sì» Nadav Lapid

Abbiamo incontrato il regista israeliano a Nicosia, nell’ambito della 24ª edizione del festival “Κινηματογραφικές Μέρες – Cipro” e abbiamo parlato del suo film.

Da che cosa è nata la sua nuova opera?

Penso che la mia prima ispirazione per il film sia stato il quadro che si vede nella pellicola. È un quadro di George Grosz, pittore tedesco, comunista ed espressionista, che lavorava in Germania durante la Repubblica di Weimar, poco prima dell’ascesa dei nazisti al potere. Esiste questo dipinto, che compare anche nel film, intitolato «I pilastri della società» (1926).

Si può vedere che è stato realizzato a Berlino sette anni prima che i nazisti salissero al potere. È un quadro eccessivo, molto surreale, grottesco, una caricatura che raffigura i pilastri della società tedesca poco prima che cada nel più duro abisso morale della storia dell’umanità. In un certo senso mi ha dato la sensazione di trovarmi sull’orlo di un’apocalisse, di una catastrofe, di una tragedia. Credo che tutti possiamo identificarci con questo sentimento nel mondo di oggi.

 «Sì»
«Sì» Nadav Lapid

Nel film vediamo la società israeliana dopo l’attacco terroristico di Hamas e il genocidio a Gaza. Come descriverebbe questo momento? Quanto è vicina l’immagine che ci offre del suo Paese alla realtà?

Penso che la prima domanda da porsi sia come il cinema possa affrontare situazioni politiche cruciali. Tutti noi, in qualche modo, ovunque nel mondo, abbiamo la sensazione di vivere in un’epoca in cui cose che non potevamo immaginare, che non riuscivamo nemmeno a concepire, sono diventate routine quotidiana. La questione, secondo me, è come il cinema si confronta con tutto questo. Per esempio: come guarda il cinema alla società israeliana dopo il 7 ottobre 2023, quando questa società commette un genocidio a Gaza?

La mia risposta, diversa da quella abituale del cinema politico, è che invece di concentrarsi sulle grandi figure politiche, invece di analizzare per esempio Netanyahu, bisogna cercare di arrivare all’anima collettiva di una nazione. Bisogna rivolgersi, in un certo senso, alla verità. La verità si può trovare nel modo in cui le persone ballano e si baciano. Nel modo in cui fanno colazione, crescono i figli, si siedono in un parco. Almeno quanto nei discorsi di Netanyahu.

Credo quindi che Yes sia un film che cerca di esplorare l’anima collettiva della società israeliana dopo il 7 ottobre. E prova a entrare nell’anima di coloro che si considerano «i bravi israeliani», non i «cattivi», non i «soliti sospetti». Nel film non mi concentro sui coloni israeliani estremisti. Non mi concentro sui soldati o sui fanatici religiosi. Neppure sulla destra. Mi concentro sugli israeliani normali, gentili, educati, persone apparentemente perbene che, naturalmente, finiscono per compiere il peggio.

In Yes lei mescola diversi generi cinematografici per mettere in luce le varie sfaccettature di ciò che accade nella società israeliana: dalla satira al dramma, dal musical al realismo. Come descriverebbe il suo film?

Per me Yes è un film che rifiuta ogni tipo di etichetta, ogni forma di classificazione semplice. In questo senso è una sorta di cinema di finzione portato all'estremo. Somiglia alla vita, che a sua volta rifiuta qualsiasi categoria. È un film d’amore, un film politico, un film esistenziale e un film di guerra, un musical. È mille cose insieme. Non credo esista un solo genere con cui non si possa collegare questo film.

Se devo riassumerlo, direi che convivono due film principali: un film d’amore e un film di orrore politico. La domanda di fondo è se l’amore, la bellezza, l’intimità, la gentilezza possano esistere mentre si commettono simili atrocità. Man mano che la storia procede, il film d’amore viene schiacciato dal film dell’orrore politico. La risposta, in un certo senso, è che no, non possono coesistere.

«Sì»
«Sì» Nadav Lapid

Come può una persona vivere in una società in cui attorno a lei accadono tutte queste atrocità? È possibile condurre una vita normale?

Direi che la risposta che il film dà alla domanda se sia possibile vivere una vita normale in tali condizioni è che il tentativo di normalizzare ciò che non dovrebbe mai essere normalizzato è esattamente il problema. Al centro del film c’è una coppia, il musicista e la ballerina. Sì, cercano di vivere una vita normale. Li possiamo capire. Chi non vorrebbe passare una serata tranquilla, ordinaria?

Ma questo accade mentre, a un’ora d’auto da dove siedono al parco con il loro bambino o gli mostrano il mare per la prima volta, vengono commesse atrocità terribili. E qui sta la complessità della situazione. Si può condannare un padre che vuole far vedere il mare al suo neonato per la prima volta? Si può condannare qualcuno che porta il figlio al parco? Si può condannare qualcuno che vuole amare, che vuole essere felice? Ma mentre accadono queste cose, se fai silenzio puoi sentire le bombe che cadono su Gaza. E allora tutto questo diventa osceno.

Yes del regista israeliano Nadav Lapid
Yes del regista israeliano Nadav Lapid Nadav Lapid

Quali sono state le reazioni nel suo Paese dopo l’uscita del film? Immagino che nessuno ne sia rimasto soddisfatto, né la sinistra né la destra

In un certo senso sono molto felice, persino orgoglioso, del fatto che Yes non sia un film pensato per compiacere nessuno schieramento politico. Il giorno in cui uno dei miei film verrà proiettato a un comizio di partito, anche del partito per cui voto, saprò di avere fallito.

Credo che il compito di un artista sia quello di restare in un solo posto: nella contraddizione. Nel momento in cui fornisce una risposta, nel momento in cui appartiene a un campo, rischia di diventare l’autore di opere semplicistiche o persino propagandistiche.

Yes è un film che è stato proiettato in tutto il mondo. Ovunque ha suscitato reazioni forti, discussioni dure e accese. Ha diviso il pubblico in due gruppi: quelli che hanno davvero amato il film, ne sono stati scossi e hanno usato ogni tipo di definizione entusiastica per descrivere la loro esperienza, e quelli che ne sono usciti furiosi.

In Israele la situazione è stata ancora più dura. Il film e io siamo stati condannati con violenza dallo stupido ministro israeliano della Cultura, che ha realizzato un video speciale per accusarmi di danneggiare i nostri soldati, che secondo lui sono sacri e puri. Ha giurato ufficialmente al popolo israeliano che, finché lui sarà al suo posto, io non riceverò un solo centesimo di fondi pubblici. Non mi importa affatto. Penso che questo sia già un ottimo motivo per andare a vedere il film.

Credo che abbiamo dimenticato, o almeno a volte dimentichiamo, quale sia il ruolo del cinema e dell’arte. Il cinema serve innanzitutto a metterci in conflitto con noi stessi.

A proposito del ruolo del cinema e della situazione a Gaza: al recente Festival di Berlino Wim Wenders ha detto che i registi e la manifestazione devono stare lontani dalla politica e fare il lavoro delle persone, non quello dei politici. Che cosa ne pensa?

Alcuni film di Wim Wenders mi hanno influenzato moltissimo quando ho iniziato a girare. Come per molti altri registi, occupa un posto speciale nel mio cuore. Naturalmente non condivido questa posizione. Non capisco che cosa significhi essere scollegati dalla politica. La particolarità di un film come Yes è che tutto è politico e, allo stesso tempo, nulla lo è.

Il bacio del mattino è politico. E forse un monologo politico è in realtà qualcosa di molto intimo e personale. Voglio credere che ciò che Wenders volesse dire, anche se forse l’ha formulato male, è che i registi devono rifiutare ogni identificazione politica semplicistica. Che un film non deve essere un articolo audiovisivo, ma una dichiarazione audiovisiva. Che le opere devono andare oltre la semplice affermazione politica. Su questo sono d’accordo.

Quando però guardo al caos dei nostri tempi, al mondo in cui viviamo, e vedo i film che si fanno oggi, ho l’impressione che, invece di svolgere il nostro ruolo classico di artisti – stare un passo avanti agli eventi o gettarci nel fuoco per affrontarlo – moltissime opere, la grande maggioranza, siano diventate una sorta di sedativo. Sono diventate una forma di tranquillante e, in questo senso, collaborano in qualche modo con le atrocità.

Nel film, i protagonisti sono artisti che decidono di esprimere in modi diversi la propria sottomissione al potere, militare e politico. Sono pronti a tutto per compiacerlo e ottenere i soldi per la loro vita. Qual è, secondo lei, il ruolo dell’arte rispetto alla politica, al potere e a ciò che accade attorno a noi? Dire «Sì» a tutto?

Penso che gli artisti abbiano un’idea molto alta di se stessi. A loro piace credere di essere migliori degli altri. Pensano che, mentre gli altri gridano «sì» e si schierano con il peggiore dei campi politici, incapaci di resistere, loro se ne stiano in cima a una montagna, distaccati o in atteggiamento di resistenza.

Se però siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che viviamo in un’epoca in cui l’arte e gli artisti sono più deboli di prima. La posizione e il prestigio dell’arte sono cambiati. Viviamo in società che venerano il potere e il denaro. In un certo senso, non si ha l’impressione che abbiano davvero bisogno dell’arte o degli artisti.

Credo che in momenti del genere gli artisti si trovino nella stessa condizione di tutti gli altri. Cercano di sopravvivere. Cercano di trovare una parvenza di normalità in luoghi in cui la normalità non esiste. Strisciano anche loro, come tutti, sperando magari di raccogliere qualche briciola dai banchetti dei potenti.

Il film ritrae quindi il profilo di un artista, ma senza quella tendenza narcisistica tipica dell’arte, senza lo sguardo compiaciuto degli artisti sulla propria immagine riflessa.

Il titolo del film è «Yes». A che cosa dice sì?

Penso che il «sì» sia, in un certo senso, la tragedia della nostra esistenza. Perché chi non vuole dire «sì»? A volte abbiamo l’impressione, io ho l’impressione, di essere dipendenti dal dire «no» a tutto. È terribile, perché chi non vuole dire «sì» alla vita? «Sì» alla sua bellezza, «sì» ai colori, «sì» al sole, «sì» all’estate, «sì» al mare, «sì» alla frutta, «sì» alla verdura.

Siamo a Cipro, lo si sente. Come in Israele, abbiamo verdure e frutta meravigliose. Tutto è così buono e così vivo. È magnifico. Cominci a dire «sì» a tutto questo e finisci per danzare con il diavolo.

Con tutto quello che sta accadendo a Gaza, in Libano e in Medio Oriente, e con le reazioni nel resto del mondo, come si sente oggi da israeliano?

Penso che essere israeliano in questo momento sia quasi impossibile. È quasi impossibile prima di tutto per ciò che Israele sta facendo. È quasi impossibile anche perché le persone cercano sempre una forma di divisione netta.

Posso però parlare solo per me. Tutto il mio percorso cinematografico è una danza di odio e intimità con il mio Paese. Non sono Che Guevara. Chi lo è? Ma ho pagato un prezzo e corso dei rischi per mantenere le mie posizioni e fare i film che faccio. Credo che spesso le persone, da questo punto di vista, manchino di complessità e non riescano a non vedere le cose in modo binario. Tutto è bianco o nero, sì o no. Non è facile essere israeliano oggi, ma non bisogna neanche piangersi troppo addosso.

È stato facile trovare un distributore? Con un film del genere è difficile ottenere una distribuzione non solo in Israele, ma anche in Europa e negli Stati Uniti.

No, non è stato facile trovare una distribuzione per il film, perché viviamo nell’epoca della paura. Forse è persino ironico, perché il film, in un certo senso, parla anch’esso di paura. Ha incontrato un’enorme, immensa paura, soprattutto da parte delle istituzioni cinematografiche, non da parte degli spettatori, del pubblico o dei critici, ma spesso da parte dei direttori di festival e delle strutture.

Ero un po’ ingenuo su questo. Ho sempre pensato che quando arrivi a dirigere un’istituzione potente, acquisisci un grado di potere che ti dà libertà e coraggio. Ho imparato che, più potere si ha – generalizzo, certo – più si diventa timorosi. Sì, ci confrontiamo con una paura enorme, ma anche con un enorme coraggio.

Ha trovato un modo per gestire tutto ciò che sta accadendo intorno a lei? Nel film gli artisti abbandonano tutto. Altri cercano vendetta. Ha un suo meccanismo personale per affrontare la situazione attuale?

Ovviamente non è un film che offre una soluzione chiara. Non è un’opera che si chiude dicendo che bisogna fare questo o quello, o che se vuoi risolvere il problema ti posso dare la ricetta. Non è quel tipo di film.

Alla fine i personaggi se ne vanno. Io ho lasciato Israele cinque anni fa. Vivo a Parigi in una forma di esilio. Ma questo non significa che sia una soluzione valida per tutti.

Per me, se nel film c’è una soluzione o almeno un livello di speranza, sta prima di tutto nel fatto che c’è amore. Penso che ci sia molto amore. In questo senso è un film che comincia con un bacio e si chiude, per me, con il gesto più romantico possibile oggi.

L’altro elemento è la libertà del regista e la libertà del film. Credo che si possa parlare di cose molto oscure e misteriose, ma finché il film è vivo, libero, selvaggio, anarchico, punk, c’è vita. E quando c’è vita, c’è speranza.

«Sì»
«Sì» Nadav Lapid

SCHEDA DEL FILM

Regia e sceneggiatura: Nadav Lapid

Fotografia: Shaï Goldman

Suono: Moti Hefetz

Montaggio: Nili Feller

Costumi: Sandra Berrebi

Musica: Sleeping Giant con la partecipazione di Omer Klein

**Con:**Ariel Bronz, Efrat Dor, Naama Preis, Alexey Serebryakov

Produttori: Les Films du Bal (Judith Lou Lévy) et Chi-Fou-Mi Productions (Hugo Sélignac & Antoine Lafon)

Coproduttori: Bustan Films (Thomas Alfandari – Israele), AMP Filmworks (Janine Teerling, Marios Piperides – Cipro), Komplizen Film GmbH (Janine Jackowski, Jonas Dombach, Maren Ade – Germania), Arte France Cinéma, Trésor Films (Alain Attal – Francia) ZDF/Arte

Paesi coproduttori: Francia, Israele, Cipro, Germania

Distribuzione: Les Films du Losange

Anno di produzione: 2025

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