Secondo Ember, la crisi di Hormuz potrebbe costare alla Turchia 14 miliardi di dollari in più per l’import di energia nel 2026, a causa dei rincari dei combustibili fossili. L’autore Bahadır Sercan Gümüş ha detto a Euronews Türkçe che la crisi può diventare un’occasione per le rinnovabili
La forte dipendenza della Turchia dalle importazioni di combustibili fossili potrebbe costare cara nel 2026. Secondo una nuova analisi del think tank energetico Ember, la chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento dei prezzi di petrolio e gas naturale rischiano di far crescere del 30% la bolletta energetica del Paese, con un aggravio superiore ai 14 miliardi di dollari entro la fine dell'anno.
Attualmente circa due terzi del fabbisogno energetico turco sono coperti da combustibili fossili importati. Nel 2024 la dipendenza dall'estero ha raggiunto il 95% per il gas naturale, l'83% per il petrolio greggio e il 60% per il carbone, rendendo il Paese particolarmente vulnerabile alle tensioni geopolitiche e alle oscillazioni dei mercati energetici internazionali.
Petrolio e gas trainano l'aumento dei costi
Secondo il rapporto di Ember, se i prezzi dei combustibili fossili dovessero mantenersi ai livelli registrati il 1° maggio 2026, la Turchia dovrebbe affrontare costi aggiuntivi pari a circa 8 miliardi di dollari per il petrolio e oltre 6 miliardi di dollari per il gas naturale.
Dall'inizio del conflitto tra Stati Uniti-Israele e Iran, il Brent è aumentato del 50%, mentre i prezzi europei del gas naturale sono saliti del 45%. Nei primi mesi successivi allo scoppio della crisi, le importazioni nette di energia della Turchia sono cresciute di circa 3 miliardi di dollari, registrando un incremento del 26% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Particolarmente rilevante il peso del trasporto su strada, che da solo rappresenta quasi un terzo della bolletta energetica nazionale. Secondo Ember, un aumento medio di 35 dollari al barile del petrolio potrebbe generare un costo extra di 7,7 miliardi di dollari, di cui oltre 5 miliardi legati proprio al settore dei trasporti.
La dipendenza energetica pesa sull'economia
Nel 2025 la Turchia ha speso circa 47 miliardi di dollari per le importazioni nette di energia. Negli ultimi dieci anni il costo medio annuale è stato pari a 42 miliardi di dollari, corrispondenti al 4,5% del PIL nazionale.
Il caso più critico si è verificato nel 2022, quando l'impennata dei prezzi energetici causata dalla guerra tra Russia e Ucraina ha fatto salire la bolletta energetica oltre gli 80 miliardi di dollari, contribuendo all'ampliamento del deficit delle partite correnti del Paese.
Secondo Ember, la Turchia è oggi il secondo maggiore importatore netto di energia tra i Paesi del G20 in rapporto al PIL, subito dopo la Corea del Sud.
Energie rinnovabili ed elettrificazione come soluzione
Per Bahadır Sercan Gümüş, autore del rapporto, le crisi energetiche rappresentano anche un'opportunità per accelerare la transizione verso fonti pulite. Il ricercatore sottolinea come l'Europa abbia ridotto significativamente l'utilizzo di carbone e gas dopo la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, dimostrando che una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili è possibile.
Anche la Turchia sta compiendo alcuni passi in questa direzione. Oggi circa un quinto dell'elettricità del Paese viene prodotto da impianti eolici e solari, mentre la quota delle energie rinnovabili nella produzione elettrica è passata dal 33% del 2015 al 43% del 2025.
Secondo Ember, aumentare la produzione di energia pulita e favorire l'elettrificazione dei consumi finali potrebbe ridurre in modo strutturale la dipendenza energetica dall'estero.
Veicoli elettrici e pompe di calore per ridurre le importazioni
Uno dei settori con il maggiore potenziale di risparmio è quello dei trasporti. Nel 2025 i veicoli elettrici hanno rappresentato il 17% delle nuove immatricolazioni in Turchia e il loro numero complessivo ha superato le 420 mila unità nel 2026.
Le stime indicano che ogni milione di auto elettriche in circolazione potrebbe evitare importazioni di combustibili fossili per circa 900 milioni di dollari all'anno.
Anche il settore residenziale offre margini significativi di riduzione dei costi. Il consumo di gas naturale nelle abitazioni è costato alla Turchia oltre 7 miliardi di dollari nel solo 2025. L'adozione delle pompe di calore, alimentate da elettricità prodotta da fonti rinnovabili, consentirebbe di ridurre sensibilmente il consumo di gas importato.
Secondo Ember, la conversione al sistema delle pompe di calore di appena il 10% delle abitazioni turche potrebbe generare risparmi superiori a un miliardo di dollari all'anno.
La COP31 come occasione strategica
Per gli esperti, l'organizzazione della COP31 rappresenta una grande opportunità per la Turchia. L'evento potrebbe diventare il punto di partenza per definire una strategia nazionale di uscita graduale dai combustibili fossili e accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili.
In un contesto caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e volatilità dei prezzi energetici, la transizione verso un sistema energetico più sostenibile appare non solo una scelta ambientale, ma anche una necessità economica e strategica per ridurre la vulnerabilità del Paese agli shock internazionali.