L'hantavirus circola in Europa da molto prima del focolaio sulla nave MV Hondius, ma i cambiamenti climatici ne aumentano il rischio futuro?
Questo mese si sono diffuse paure per una nuova pandemia globale, dopo che la nave da crociera MV Hondius è diventata l’epicentro di un letale focolaio di hantavirus.
Secondo l’ultimo bollettino Disease Outbreak News dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), al 13 maggio sono stati segnalati in totale 11 casi, tra cui tre decessi.
Si prevedono altri casi, viste le modalità di diffusione a bordo di una nave e il periodo di incubazione del virus. L’OMS precisa però che al momento non ci sono segnali di un «focolaio più ampio».
Che cos’è l’hantavirus e come si trasmette?
I titoli sui passeggeri in autoisolamento e le immagini degli operatori delle ambulanze in tuta protettiva hanno evocato paragoni con la pandemia di COVID. Un timore che l’OMS ha respinto più volte, ricordando le profonde differenze nelle modalità di trasmissione delle due malattie.
«Non si tratta di coronavirus», ha dichiarato Maria van Kerkhove, direttrice per la preparazione a epidemie e pandemie dell’OMS, dopo la notizia del primo decesso tra i passeggeri. «Voglio essere chiarissima: non è SARS-CoV-2 e non è l’inizio di una pandemia di COVID».
Gli hantavirus, che prendono il nome da un fiume della Corea del Sud, non indicano una singola malattia ma un’intera famiglia di virus. Ne esistono oltre 20 tipi diversi, quasi tutti associati a infezioni trasmesse da roditori come ratti e topi.
La maggior parte degli hantavirus non si trasmette da persona a persona. Sono però stati documentati rari casi di contagio umano con il ceppo Andes, lo stesso all’origine del focolaio sulla nave da crociera.
Anche in questo caso, tuttavia, il contagio avviene solo attraverso contatti stretti. Nel 2018, per esempio, in Argentina si è verificato un focolaio legato a una festa: si ritiene che una sola persona infetta abbia trasmesso il virus a 34 persone, causando 11 decessi.
Il cambiamento climatico è responsabile del focolaio di hantavirus?
Il cambiamento climatico e le malattie infettive sono da tempo messi in relazione dagli scienziati.
Il clima è un fattore chiave per la distribuzione e la diffusione degli organismi. Riguarda gli ospiti delle malattie (animali che possono ospitare o trasmettere malattie), i vettori (animali artropodi come zanzare e zecche che trasmettono le malattie) e gli agenti patogeni (i microrganismi che causano la malattia stessa, come virus o batteri).
Secondo uno studio del 2022 (fonte in inglese) pubblicato sulla rivista scientifica Nature, oltre la metà delle malattie infettive umane è sensibile al clima, compresi gli hantavirus.
«Ogni volta che una malattia è sensibile al clima, esiste la possibilità che il cambiamento climatico ne influenzi l’epidemiologia, compresa la distribuzione e l’impatto sulle persone», spiega a Euronews Earth Kris Murray, professore presso il Medical Research Council Unit The Gambia della London School of Hygiene & Tropical Medicine.
«Nel caso dell’hantavirus, le caratteristiche climatiche e il cambiamento climatico possono influire direttamente sulla presenza o sull’abbondanza delle specie che fungono da ospiti, in particolare numerose specie di roditori».
Un cambiamento nei modelli di precipitazioni, per esempio, può influenzare i tempi e il successo riproduttivo delle specie di roditori ospiti. Murray avverte che questo può avere «effetti a valle» sull’esposizione dell’uomo.
La distruzione degli habitat può alimentare focolai di malattie zoonotiche
La perdita, la distruzione o il degrado degli habitat – spesso dovuti alla deforestazione di origine antropica – possono influenzare la trasmissione delle malattie, in modo diretto e indiretto.
«Nelle aree in cui sono presenti ospiti di malattie zoonotiche, la rimozione della vegetazione o altre attività distruttive possono mobilitare agenti patogeni infettivi», spiega Murray.
«L’hantavirus, per esempio, è spesso associato a persone che disturbano aree in cui vivono i roditori, il principale serbatoio naturale di questi virus. Il virus viene eliminato con le feci e l’urina degli animali e può persistere nell’ambiente per un certo periodo».
Quando questi ambienti vengono disturbati, l’agente patogeno può aerosolizzarsi, cioè disperdersi nell’aria, e chi lo inala nelle vicinanze può infettarsi.
«Gli ecosistemi frammentati spesso favoriscono specie serbatoio adattabili, come roditori, pipistrelli o zecche, riducendo al tempo stesso gli equilibri ecologici naturali che contribuiscono a regolare la trasmissione dei patogeni», dichiara a Euronews Earth il professor Jörg Schelling, già direttore dell’Istituto di medicina generale dell’ospedale universitario LMU di Monaco.
Al momento l’OMS lavora sull’ipotesi che i contagi siano avvenuti prima dell’imbarco dei passeggeri. Dallo scorso luglio l’Argentina ha registrato 101 casi di hantavirus, con 32 decessi. Si tratta di un numero nettamente superiore al biennio 2024-2025, quando erano stati segnalati 64 casi e 14 morti.
Gli esperti sottolineano che questo aumento segue la grave siccità che ha colpito l’Argentina nel 2023 e 2024, seguita poi da un incremento delle precipitazioni negli anni successivi. Ciò ha comportato più copertura vegetale e quindi più cibo per gli ospiti dell’hantavirus, come i ratti.
L’hantavirus è una minaccia per l’Europa?
L’hantavirus è presente in Europa da molto prima che finisse in prima pagina all’inizio di questo mese: il primo focolaio documentato risale al 1934, in Svezia.
Uno studio del 2009, pubblicato sulla National Library of Medicine (fonte in inglese), indica che l’aumento delle temperature nell’Europa centro-occidentale è stato associato a focolai più frequenti di hantavirus Puumala, attraverso una maggiore produzione di semi e densità più alte di arvicole dei boschi.
Al contrario, in Scandinavia inverni più miti hanno portato a un calo delle popolazioni di arvicole, a causa della mancanza del manto nevoso che le proteggeva.
Il virus Puumala è la causa più comune di infezioni da hantavirus in Europa. Può contagiare l’uomo attraverso l’inalazione di polveri contaminate da urine, feci o saliva di arvicole infette. Provoca una forma lieve di febbre emorragica con sindrome renale, con sintomi che vanno dalla febbre improvvisa e dal mal di testa ai dolori alla schiena e all’addome.
Tuttavia è raramente letale e non si trasmette da uomo a uomo.
«Gli hantavirus sono presenti a livello globale, anche in Europa, ed è plausibile che il cambiamento climatico crei nuove, o maggiori, opportunità di passaggio all’uomo. Ma servono ulteriori studi per capire i rischi a livello delle singole specie ospiti», spiega Murray.
«Un elemento cruciale per gli hantavirus è che, pur causando occasionalmente malattie nelle persone in tutto il mondo, di norma non mostrano una forte trasmissione da uomo a uomo. È proprio questo che distingue i rari casi sporadici, di solito piuttosto isolati, da cluster più ampi di persone infette, come quelli che osserviamo nell’attuale focolaio».
Secondo Schelling, le proiezioni climatiche indicano che alcune aree dell’Europa settentrionale e occidentale potrebbero diventare «sempre più adatte» alle specie di roditori che fungono da serbatoio dell’hantavirus.
«Le regioni che storicamente hanno avuto climi più freddi – tra cui parti della Scandinavia, dell’area baltica e le zone di maggiore altitudine dell’Europa centrale – potrebbero registrare stagioni di trasmissione più lunghe e cambiamenti nei livelli di abbondanza dei roditori con l’aumento delle temperature», aggiunge.
Schelling aggiunge che, sebbene permangano incertezze sugli spostamenti geografici esatti dell’hantavirus, il panorama delle malattie zoonotiche in Europa è destinato a cambiare «in modo sostanziale» nei prossimi decenni.
Che cosa può fare l’Europa contro l’hantavirus?
Dopo il recente focolaio di hantavirus, gli esperti chiedono ai decisori politici di potenziare i sistemi di sorveglianza, integrando dati epidemiologici, ecologici e climatici.
«Ciò include il monitoraggio di variabili come temperatura, precipitazioni, indici di vegetazione, cambiamenti nell’uso del suolo e indicatori di biodiversità, accanto alla sorveglianza delle malattie nell’uomo», afferma Schelling.
«A livello nazionale, alcuni Paesi utilizzano già previsioni basate sul clima per malattie trasmesse da vettori come Dengue, Chikungunya, virus del Nilo occidentale o TBE (encefalite da zecca), che possono fungere da modello per una sorveglianza più ampia».
Secondo Schelling, i sistemi sanitari pubblici in Europa hanno ancora bisogno di maggiori investimenti in infrastrutture resilienti al clima. La prevenzione di futuri focolai, sottolinea, dipende non solo da una migliore sorveglianza, ma anche dall’affrontare le cause profonde del degrado ecologico e dello stesso cambiamento climatico.
L’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) sostiene che il recente focolaio di hantavirus ha messo in luce una «soluzione inattesa»: ripristinare la natura.
Uno studio del 2021 (fonte in inglese), pubblicato su Science Direct, ha rilevato che il ripristino dei paesaggi delle foreste tropicali potrebbe ridurre le popolazioni di due importanti specie di roditori serbatoio, diminuendo il rischio di trasmissione per quasi 2,8 milioni di persone che vivono nelle regioni vulnerabili.
«Il ripristino degli ecosistemi dovrebbe essere riconosciuto come un intervento di sanità pubblica», afferma Paula Prist, dell’IUCN. «Se il suo ruolo nel mitigare il cambiamento climatico e nel ripristinare la biodiversità è ormai consolidato, si tratta anche di una strategia fondamentale per proteggere la salute umana».
Guardando al futuro, Murray sottolinea che servono ulteriori ricerche per comprendere meglio il rischio di focolai, in particolare per «le infezioni emergenti che compaiono per la prima volta nella popolazione umana o che si comportano in modo diverso dal solito».