Nuovi sviluppi nell’inchiesta della Procura di Milano sui “cecchini del weekend”: quattro indagati per omicidi durante l’assedio di Sarajevo (1992-1995). Convocato un 64enne piemontese
Prosegue e si allarga l’inchiesta della Procura di Milano sul caso dei cosiddetti “cecchini del weekend”, una vicenda che riporta alla luce uno degli aspetti più oscuri della guerra nei Balcani e, in particolare, dell’Assedio di Sarajevo.
Nella giornata di oggi è stato notificato un secondo invito a comparire: a essere convocato per il 13 aprile è un 64enne originario della provincia di Alessandria. L’uomo dovrà presentarsi per essere interrogato nell’ambito dell’indagine coordinata dal pm Alessandro Gobbis e dal procuratore Marcello Viola.
Le accuse: “safari a pagamento” durante la guerra
L’inchiesta ruota attorno a una ipotesi inquietante: quella di cittadini stranieri che, durante la guerra in Bosnia, avrebbero pagato per partecipare a spedizioni armate sulle alture intorno a Sarajevo, con l’obiettivo di sparare sui civili. Le accuse contestate sono pesantissime: omicidio volontario continuato, aggravato da motivi abietti.
Secondo gli inquirenti, questi presunti “turisti della guerra” avrebbero preso parte a veri e propri “safari umani”, colpendo indiscriminatamente uomini, donne, anziani e bambini nella città assediata tra il 1992 e il 1995.
Il 64enne convocato ha ammesso in alcune interviste di essere stato in Bosnia durante il conflitto, combattendo con un gruppo paramilitare, ma ha sempre negato con fermezza di aver partecipato a uccisioni di civili o a spedizioni a pagamento.
Quattro indagati
Con l’ultimo sviluppo, il numero degli indagati sale a quattro. Oltre all’uomo della provincia di Alessandria, risultano coinvolti: un pensionato friulano, già convocato e che ha respinto le accuse; un uomo residente in Brianza; un altro originario della Toscana.
Il 64enne piemontese, ex cacciatore per hobby e in passato cancelliere presso un ufficio giudiziario ligure, sarà ascoltato nei prossimi giorni.
Le fonti dell’indagine
L’inchiesta si basa su un insieme articolato di elementi raccolti nel tempo. Tra questi:
- un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni
- articoli di stampa e interviste televisive rilasciate dagli stessi indagati
- le testimonianze di una giornalista che aveva raccolto informazioni su alcuni dei sospettati
- i racconti di Adriano Sofri, che all’epoca era inviato nei territori del conflitto
- le dichiarazioni di Roberto Ruzzier, che negli anni ’90 entrò in contatto con persone coinvolte nell’organizzazione di viaggi armati sulle alture della città
A questi elementi si aggiungono un atto del Tribunale Permanente dei Popoli sulla ex Jugoslavia e un’annotazione dei carabinieri del Ros, delegati dalla Procura milanese a svolgere gli accertamenti.
Il contesto: Sarajevo sotto assedio
L’assedio di Sarajevo ebbe inizio il 5 aprile 1992 e vide inizialmente coinvolta l’Armata Popolare Jugoslava (JNA), formata in larga parte da serbo-bosniaci, poi affiancata e sostituita dall’Esercito della Repubblica Srpska (VRS). Le truppe serbo-bosniache, sotto la guida di Radovan Karadžić, presero posizione sulle colline intorno alla città, isolando completamente la capitale della Bosnia-Erzegovina e mantenendola sotto assedio per 1.425 giorni.
Durante l’assedio, il più lungo nella storia contemporanea europea, Sarajevo fu sottoposta a bombardamenti e al fuoco costante dei cecchini. Migliaia di civili persero la vita mentre cercavano di svolgere attività quotidiane, come attraversare una strada o fare la fila per il pane.
In questo scenario, la possibilità che civili stranieri abbiano partecipato a violenze per puro divertimento o lucro rappresenta uno degli aspetti più scioccanti emersi dalle indagini.
Sarajevo parte civile
Le autorità della città di Sarajevo hanno già annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile nel procedimento, sottolineando il valore simbolico e giudiziario dell’accertamento dei fatti.
L’inchiesta è ancora nelle fasi preliminari, ma punta a fare luce su una vicenda rimasta a lungo ai margini della cronaca e che, se confermata, aggiungerebbe un ulteriore capitolo drammatico alla memoria della guerra nei Balcani.